The Counselor: Il Procuratore - La Recensione

Tutta questione di sensibilità.
C'è chi ama raccontare storie in maniera più rude, cattiva, selvaggia e chi invece preferisce stimolare meno violentemente lo spettatore punendolo e ferendolo pacatamente di cappa e spada. Due modi opposti ma utilizzabili tranquillamente per arrivare ad uno stesso punto, nonostante a volte può accadere che un determinato metodo impiegato su un determinato soggetto restituisca esiti nettamente migliori rispetto all'altro.

Quando si tratta di dare vita alle sceneggiature firmate Cormac McCarthy, per esempio, il metodo cappa e spada dimostra decisamente di saper pagare meglio della rudezza applicata, ma per teorizzare il suddetto concetto il povero Ridley Scott ha dovuto rimetterci gran parte del suo "The Counselor: Il Procuratore". Lo script che l'autore di "Non è un Paese per Vecchi" ha creato appositamente per il grande schermo infatti, pur muovendosi in un contesto che non appare poi così sconosciuto al regista, non trova gli spazi per esprimersi al massimo delle potenzialità contenute, lamentando la mancanza di una spinta meno veemente e quel tantino di pazienza e di brillantezza in più nel colpire. Scott, da grande esperto, dirige la sua pellicola come meglio non potrebbe, prediligendo lo strato primario, ad impatto, e ponendo in secondo piano l'amara glassa celata sul fondo, la stessa che però ogni qual volta viene chiamata in causa informa di essere vero pezzo pregiato e asso nella manica. Strategia, la sua, che per buona metà del racconto riesce a dare comunque la sensazione di funzionare, ingrossando i muscoli e avvalendosi della caratterizzazione dei grandissimi interpreti abilmente arruolati, i quali sanno benissimo come generare alto ritmo e buona attenzione ma che finiscono per trovarsi in grossissima difficoltà durante l'annebbiamento incessante che va a colpire la narrazione lungo lo scioglimento dei nodi, amplificandone perdita di potenza nella parte decisiva legata alla finalizzazione.

Pessimismo, opportunità, killer spietati, coincidenze. McCarthy torna a parlare e a filosofeggiare a suo modo di esseri umani e di società contemporanea, ribadisce di aver mantenuto una negatività di fondo a riguardo e costruisce una storia assai più colorata e caotica ma molto, molto simile a quella che aveva lasciato dirigere ai fratelli Coen. Di elementi in comune "The Counselor: Il Procuratore" e "Non è un Paese per Vecchi" ne hanno oltremisura, sono linee d'incontro in cui ambo le storie si rincorrono l'una con l'altra senza mai raggiungersi per davvero ma trovandosi spesso a strettissimo giro e contatto. Il personaggio di Cameron Diaz ricorda molto - con le dovute proporzioni - lo sceriffo che fu Tommy Lee Jones, la modalità con cui assume spessore e importanza rivelandosi il più freddo e attraente da ogni punto di vista è a dir poco geniale, come è agghiacciante ascoltarla durante il monologo enunciato in quella che è la sua ultima scena.

Si potrebbe dire tutto e il contrario di tutto su "The Counselor: Il Procuratore", ma oggettivamente nessuno può obiettare il verdetto che come opera in generale sia riuscita meno di quel che ci si aspettava. Il dubbio dunque è che a influire negativamente sul processo sia stata la poca alchimia e la diversa sensibilità che lega McCarthy a Scott, e che magari con una narrazione coeniana alle spalle l'ordine naturale delle cose avrebbe preso facilmente il suo corso. Ma certi dubbi nascono per restar tali, per non essere sciolti, visto che a contare, alla fine, sono e devono essere solo le certezze.

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