Sangue Del Mio Sangue - La Recensione

Le prigioni di Bobbio - paese caro a Marco Bellocchio per più di un significato - ispirano una storia che fa il verso alla Monaca di Monza: con una suora destinata ad essere murata viva per aver sedotto, e indotto al suicidio, un sacerdote del palazzo a cui spetta l'inferno se la donna per cui ha tradito la sua promessa, e la sua vita, non ammetta di aver stretto un patto con Satana, raggirandolo. Patto che volenti o nolenti, gli verrà fatto confessare a furia di maltrattamenti e torture. Qualche anno più avanti, ambientato ai giorni nostri, un secondo episodio racconta di un Conte, per alcuni vampiro, che nella stessa prigione e nello stesso paese prova a tener sotto controllo la modernità e la tecnologia che avanza, con un comitato segreto, eletto ad hoc, che tuttavia comincia a scricchiolare e a rendersi conto di quanto sia complicato tenere testa all'avanguardia.

Nasce praticamente come un mediometraggio "Sangue Del Mio Sangue", a cui Bellocchio ha sentito il bisogno di agganciarci una seconda metà per andarlo a modificare, ricavandone un lungo. L'ombra dell'assembramento artificiale però è fin troppo percepibile nella sua pellicola, in quella che è una mescolanza cercata più per necessità temporale che per urgenza comunicativa, e che lascia assorbire l'intera opera come fosse un composto eterogeneo, a cui non avrebbe fatto per niente male un'ulteriore revisione e miglioramento. Se non altro perché, nonostante un'anima per nulla spontanea, la domanda posta dal regista e inviata al pubblico, nella quale chiede se rispetto al passato, il presente, sia davvero peggio come la maggior parte spesso sostiene, non era neppure completamente da snobbare o ignorare, ma sicuramente era da inserire all'interno del contesto in una maniera meno macchinosa e maggiormente trattata. Invece, tralasciando una messa in scena assai teatrale e abbastanza intenta a divertirsi coi generi (horror gotico e commedia, su tutti), il suo lavoro si concede a pochissimi attimi di forza e a lunghe parentesi di meditazione, dove un cast comunque assortito non sembra riuscire a sciogliersi e a colpire a fondo.

Gli manca, insomma, la capacità di creare empatia e di investire lo spettatore con il suo spirito a "Sangue Del Mio Sangue", la stessa che, al contrario, aveva contraddistinto "Bella Addormentata", facendogli compiere un viaggio non molto diverso da questo, ma con enorme vento in poppa e risalto. Si sente fortissimo quella che è la voglia di sperimentazione di Bellocchio, la voglia di fare un cinema libero, personale, a cui non importa tanto del risultato, bensì delle sensazioni cercate e provate in costruzione. Quella costruzione che purtroppo, a prodotto finito è invisibile e non lascia traccia dentro una pellicola con identità afferrabile e volto oscuro.

Resta chiarissimo, dunque, l'intento e la portata positiva del lavoro di Bellocchio, un po' meno quel che riguarda il linguaggio e la risonanza: stavolta meno curati e puliti di quanto in passato ha dimostrato di saper fare.
In un lavoro che ci tiene ad omaggiare il suo autore e che porta una libertà, rarissima, guadagnata nel tempo. La libertà di osare pur non riuscendo completamente.

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