Anomalisa - La Recensione

Questa volta la coperta è corta, anzi cortissima. I voli pindarici di "Synecdoche, New York" sono solo un ricordo, e al posto dello sproporzionato che era stato peculiarità, interesse, ma anche difficoltà di quella pellicola, il regista Charlie Kaufman, inserisce lo stretto indispensabile.

Fa del suo meglio per rimanere radicato a terra, il regista (affiancato dietro la macchina da presa da Duke Johnson), per non perdere il livello di attenzione del suo pubblico, tenendosi stretto però quei temi e quelle ossessioni che lo contraddistinguono e lo caratterizzano. Perché i punti di contatto tra "Anomalisa" e "Synecdoche, New York" non sono per niente pochi, a cominciare dall'ambiente caotico, popolato da persone non propriamente piacevoli, che finiscono per interagire con un protagonista che, come capitava al Philip Seymour Hoffman di quel film, sta attraversando una difficilissima crisi con sé stesso, il mondo femminile e ciò che gli ruota attorno. E' alla ricerca di tranquillità Michael Stone, di quel silenzio che gli possa permettere di domandarsi se è lui ad essere sbagliato, oppure gli altri, se le scelte compiute nella sua vita sono state giuste o meno e se c'è ancora la possibilità di rimediare ad alcuni errori commessi e non ancora gettati alle spalle. Con un matrimonio sul punto di rottura, il tentativo è quello di rivedere una vecchia fiamma che in passato ha fatto soffrire abbandonandola senza una spiegazione, ma la notte lontano da casa, nell'albergo di Cincinnati, in cui è bloccato per sostenere una conferenza dedicata alla customer care (argomento su cui ha scritto un libro famosissimo), lo fa imbattere casualmente in una certa Lisa, donna che a colpo d'occhio sembra talmente diversa dalle altre esistenti da somigliare praticamente ad un'anomalia del sistema.

Ci mette davanti a una realtà completamente in balia della conformità infatti Kaufman, una realtà in cui le persone hanno perso, di fatto, capacità di giudizio e parlano e ragionano secondo quello che leggono sui giornali e sui manifesti pubblicitari. Realtà dove, soprattutto, le donne, sembrano essere accomunate ognuna dalla stessa fisionomia (corporale e facciale) e dalla stessa voce (da uomo), neanche fossero il prodotto di un industria ad hoc che ha monopolizzato il settore, per poterne facilitare la gestione. Discorso, questo, che vale per tutte, ovviamente, tranne che per Lisa, considerata anomalia da sé stessa per via del suo volto leggermente sfigurato, così come da Michael, che riesce a vedere in lei l'unica donna con un aspetto differente dalle altre e una voce tipica femminile: voce con la quale ci si può anche commuovere se si ha il privilegio di sentirla cantare. Potrebbe essere la miglior storia romantica mai raccontata, la metafora dell'anima gemella che in mezzo a milioni di persone riesce a distinguersi e a farsi riconoscere, eppure "Anomalisa" vuole guardare a destinazioni completamente differenti.

Quella che percepiamo è una visione mascherata, del resto, vera solo parzialmente. La critica che Kaufman muove a grandi linee alla società attuale è probabilmente l'unica affermazione incontrovertibile della sua pellicola, poiché l'intero discorso che riguarda le donne è una percezione alterata e assai distorta dei problemi che affliggono il protagonista Stone. La papabile storia d'amore a lieto fine con Lisa allora si rovescia in un thriller psicologico a media tensione, che va a riprendere un po' le vene più marcate del suo autore scendendo, a tratti, nell'assurdo e nel folle. Estro anarchico e artistico, veloce e indolore, con cui "Anomalisa" sfrutta al massimo l'animazione in stop-motion che lo contraddistingue, divertendosi a stuzzicare nuovamente i suoi spettatori attraverso l'altra anomalia visiva legata ai contorni facciali dei suoi personaggi, palesemente distinguibili (non solo da noi) e per questo misteriosi. Ribaltamento temporaneo decisivo per fornire quella svolta spiazzante con cui terminare un puzzle dai vari disegni, proponendolo, infine, per l'unico originale.

L'epilogo, evitando spoiler, è perciò uno dei più kaufmaniani possibili, distaccato da un esito conclusivo o rasserenante e volenteroso di far seguitare nello spettatore quel ragionamento profondo, perpetuo alla visione. Un ragionamento sulla vita, di filosofica materia, che però ha la forza di camminare per un tempo complessivo limitato, se non altro per via di quella portata che "Anomalisa" fatica ad avere nelle sue dosi, abbastanza inferiori rispetto a quelle previste, pensiamo, dal suo padre-architetto.

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