Black Widow - La Recensione

Black Widow Poster Ita
L’impalcatura era obbligatoria.
Per le origini della Vedova Nera di Scarlett Johansson, infatti, non poteva che esserci quella dello spy-movie.

Il prologo è azzeccato, promettente: con questa famiglia – finta, assemblata in stile Avengers – che dalla calma che la circonda in un battibaleno deve fuggire dalla propria casetta in campagna, perché la missione del marito – quella di infiltrarsi e rubare cose – è terminata, o comunque non più praticabile poiché la copertura è saltata. Segue tallonamento, rischio di cattura, pericolo di (alcune) vite e fuga in aereo. Tutto molto incoraggiante, tutto sostanzialmente giusto; se non fosse che, arrivati i titoli di testa, “Black Widow” commette il suo primo passo falso: si ricorda che è un cine-comic e si fa prendere dall'ansia (da prestazione).
Il che non è neppure sbagliato, del resto non ha senso rinnegare sé stessi, ma quella scelta, quella scena che arriva e che ci riporta dritti nella fantascienza da fumetto, funge un po’ da stonatura e va a compromettere le aspettative che nel frattempo avevamo coltivato. Ed è il dilemma più vecchio del mondo, ormai, quando si discute di questi film; quando si cerca di trovare il migliore equilibrio. Meglio seguire la linea di Sam Raimi con Spider-Man, oppure quella di Christopher Nolan con Batman? Perché sono loro le due correnti principali. Prendersi sul serio, oppure alla leggera? Questo è il problema, parafrasando Amleto. E la Marvel, stavolta, decide di rimanere nel mezzo; di non fare una scelta: realizzando una pellicola che tenta probabilmente di imboccare la strada dell’ibrido, insieme a tutte le ripercussioni che ciò può comportare.

Black Widow Scarlett Johansson
Gli effetti sono quelli altalenanti e confusi di chi ha stampato in testa “Atomica Bionda” come base di partenza o ipotetico surrogato, ma nella busta della spesa ha degli ingredienti in eccesso che non se la sente di riporre in dispensa. E allora ecco che il gusto di “Black Widow” cambia a seconda di dove lo si vuole mordere: in certi punti è dolce e piacevole, in altri tosto e deciso e in altri ancora pesante, insapore o addirittura guasto. Un misto di toni che gli impediscono di mantenere saldo il carattere ostentato in avvio e attraverso il quale era riuscito a metterci l’acquolina in bocca, appiattendosi sviluppo dopo sviluppo, fino a diventare il discreto stand-alone di un personaggio secondario, se non pure marginale. Gli manca la compattezza e il rigore di un “Captain America: The Winter Soldier”, sostanzialmente: che tra i titoli dell’universo condiviso è forse quello a cui avrebbe dovuto e potuto saccheggiare di più e prendere spunto. Neanche a dire che gli mancassero frecce all’arco, considerando che alla radice uno scheletro narrativo utile a dare senso all’operazione c’era e non era affatto fiacco e fragile: dall’idea della famiglia non convenzionale, all’allusione di una dittatura maschilista da aggredire e interrompere.

Tutte tematiche che, per carità, non spetta a film come questi approfondire e risolvere, ma sfruttare a proprio vantaggio, invece sì. E “Black Widow” di tante occasioni che aveva, sfortunatamente, se ne permette poche, perdendone troppe. Ciò non gli impedisce di piazzarsi perfettamente come il tassello che doveva (anche) essere all’interno dell’enorme puzzle di cui fa parte, ma lo condanna a laurearsi materiale di contorno, ai limiti del superfluo.

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