The Holdovers: Lezioni Di Vita - La Recensione

The Holdovers Poster

Gli holdovers di Alexander Payne sono coloro costretti a rimanere, appunto, nella Burton Academy del New England, durante il periodo delle vacanze di Natale. E con la parola coloro intendiamo non solo la manciata di studenti dimenticati dai propri genitori, ma pure il professore di Paul Giamatti, designato a fargli da balia, la cuoca dell’istituto, in lutto per la scomparsa del figlio (in Vietnam), e l’inserviente dedito alle pulizie, che ogni tanto farà capolino.
Un quadretto tutt’altro che sereno e armonioso, visto che ognuno di loro – salvo forse la cuoca – avrebbe fatto volentieri a meno di passare quei giorni in una scuola abbandonata, in compagnia di (semi)sconosciuti. Scenario che addirittura è destinato anche a peggiorare, quando quattro dei cinque studenti in questione tolgono il disturbo, lasciando tra le grinfie del tanto odiato insegnante di Storia, il ribelle Angus Tully.

Ed è qui, esattamente, che Payne inizia a schiudere la sua pellicola.
L’impronta anni ’70 – con la quale sporca l’immagine – e l’incipit che richiama il “Breakfast Club” di John Hughes, sono una minima parte dei riferimenti presi in prestito. Una sorta di entree da offrire allo spettatore. La portata principale, se vogliamo, potrebbe ricordare (alla lontana) “L’Attimo Fuggente” di Peter Weir, con la differenza sostanziale, però, che il physique du role di Giamatti non è quello di Robin Williams e che quindi il suo professore non potrà mai incarnare le vesti del mentore vincente, semmai quelle dell’esatto opposto. Un perdente, insomma. O meglio, un anti-mentore che (ti) insegna – e nel frattempo impara, pure – a vivere (e a difendersi) nonostante le (nostre) paure e le (nostre) fragilità che la vita mette davanti agli occhi. Un mentore che, tuttavia, ha commesso e che continua a commettere (un sacco di) errori, ad avvitarsi nella sua comfort zone e al quale, probabilmente, la responsabilità di gestire un’anima ribelle e irrequieta come quella di Angus – che ha l’istinto di disobbedire, di provocare e di sfidare la pazienza e i limiti del prossimo – può aiutare ad innescare contraccolpi a dir poco positivi.

The Holdovers Giamatti

Contraccolpi che diventano la benzina di “The Holdovers: Lezioni Di Vita”.
Quelli attraverso i quali Payne riesce a fornire profondità e umanità ai personaggi, a mettere in risalto la sua ironia – acida – e a costruire l’empatia con la quale lo spettatore passa dalla semplice curiosità nei confronti della storia, a un interesse sincero e appassionato (e vivo). I siparietti in cui Angus e Paul si punzecchiano, si mandano al diavolo, si mentono a vicenda, salvo poi riconciliarsi, spalleggiarsi e leccarsi ognuno le proprie ferite, emanano un’autenticità capace di andare a smuovere le nostre corde emotive, di metterci in connessione con i loro drammi, i turbamenti, strappandoci comunque sempre un sorriso a margine per come poi questo dolore decida di essere archiviato, messo da parte, o trattenuto. Come se, in fondo, non si possa fare altrimenti, come se fosse questa l’unica vera grande lezione da impartire a uno studente (e a noi stessi): quella fondamentale per evitare di finire all’angolo e, un giorno, trovarsi a fare a botte coi rimpianti.

E allora, archiviato il dimenticabile (e dimenticato) “Downsizing”, Payne torna in pista.
Torna in pista con un film che per quanto mostri nostalgia e sembri rivolto al passato è assolutamente conficcato nel presente e rivolto con lo sguardo verso il futuro.
E lo dimostra la (romantica) scena in cui Giamatti sta quasi per arrendersi di fronte alle sue responsabilità di insegnante, citando le storture di un mondo contro le quali non può nulla, e qualcuno gli ricorda che è esattamente in tempi come questi che i più giovani hanno bisogno di avere a fianco figure (rare) come lui.
E come dargli torto...

Trailer:

Commenti