The Smashing Machine - La Recensione

Una storia (vera) dentro una storia (vera).
Riflettendoci, somiglia un po' a questo "The Smashing Machine", che è sì un biopic incentrato sulla figura - a suo modo complessa - del lottatore e pioniere - di Wrestling e - di arti marziali miste Mark Kerr, ma pure - e soprattutto, mi viene da dire - sull'opportunità caduta in mano a Dwayne Johnson - anche produttore del film - di uscire fuori dai soliti film d'azione o per famiglie e dimostrare a Hollywood e a sé stesso - scegliete voi l'ordine - di poter essere qualcosa in più di un semplice (e leggero) intrattenitore.

Del resto, la storia gli calza a pennello, vuoi per un passato simile a quello da interpretare (i ring, la lotta), vuoi per quella stazza da gigante (buono), che è caratteristica anche di Kerr, e vuoi per un fisico scolpito (e gonfiato) da muscoli e da cicatrici - non solo fisiche, come vedremo - che è tipico di chi si guadagna da vivere salendo su un ring per dare e per ricevere botte. Il racconto a questo punto rischia quasi di passare in secondo piano, anzi, per certi versi è proprio di li che passa. Perché film del genere ne abbiamo visti a bizzeffe e di migliori, e non è un affermazione buttata via, tanto per sminuire "The Smashing Machine", quanto per sottolineare che il prodotto, per quanto sfumato, è stato già preceduto da un filone che ha trafugato abbastanza - se non esaurito - l'argomento. Per cui si, va bene, puntare il focus sul lottatore elettrizzato dal dominio nei confronti dell'avversario, sul potere che sente dentro di sé quando vince l'incontro e sul concetto di sconfitta che non passa nemmeno per l'anticamera del suo cervello, perché lui è il Dio della lotta e gli Dei non possono perdere. Però, ecco non è che questo basti a rinnovare il contesto. Come nemmeno la dipendenza dagli oppiacei che Mark utilizza per silenziare il dolore (con consecutiva overdose), o il rapporto (tossico) con una (fragile) compagna - la sempre bravissima (e affascinante) Emily Blunt - a cui è richiesto il sacrificio di servire la divinità con discrezione e comprensione, facendosi da parte (o scomparendo, letteralmente) quando per lui è l'ora di entrare in azione.

Insomma, un materiale necessario a tenere in piedi la struttura, ma pure un grande specchietto per le allodole, necessario a mettere in pratica l'esperimento. E lo sa pure Benny Safdie che dirige - in solitaria, stavolta, orfano del fratello Josh - la pellicola non perdendo mai di vista la sua bestia, il suo mostro. Un Johnson che è onnipresente, imbruttito e imbottito di demoni e di paure che il suo personaggio non sa gestire, nonostante la stazza. Il rapporto tra Kerr e le sue emozioni è semplice, basico, è distruttivo. E lo è ad ogni livello. Con sé stesso e con gli altri. L'unica persona che riesce a domarlo, a calmarlo e di fronte alla quale si vergogna, quasi, quando è costretto a mostrare (e ad ammettere) la sua debolezza è l'amico, collega e preparatore Mark Coleman: spettatore esclusivo del suo crollo emotivo che poi sarà anticamera di un percorso di "guarigione".
Eppure, al di là di ciò, tutto sembra continuare a ruotare intorno a chi c'è dietro, a Johnson e alla sua intensità, alla sua trasformazione fisica, estetica, a una prova d'attore (vera) che potrebbe (dovrebbe?) fungergli da spartiacque per una carriera, da qualche anno in crisi e in leggera involuzione.

Un treno che non poteva permettersi di lasciar passare, quindi, è poco, ma sicuro. Che ha fatto bene a prendere al volo e a scalare fino a conquistarsi il posto di guida. Ma un treno il cui tragitto e la cui destinazione, per quanto furbescamente e opportunamente - c'è di nuovo l'A24 di mezzo - curati, laccati e puntellati, non mostra chissà quale paesaggio, o chissà quale inedita meta. Non regala sussulti degni di nota. Piantando un grosso interrogativo - forse decifrabile solo con l'aprirsi della stagione dei premi - sull'efficacia e sugli intenti (veri) del progetto e della sua star.

Trailer

Commenti