Ormai lo sappiamo tutti, immagino: quell'assonanza con Amleto non è affatto casuale.
Lo confermano anche i testi in apertura che i nomi Hamnet e Hamlet all'epoca fossero interscambiabili, per cui è piuttosto evidente, persino a coloro a cui dovesse capitare di approcciare al film di Chloé Zhao a scatola chiusa, che di mezzo c'è William Shakespeare.
Ecco, appunto, di mezzo.
Perché "Hamnet: Nel Nome Del Figlio" non è un biopic dedicato al drammaturgo inglese, o perlomeno non lo è nella sua forma più pura, più classica. Il personaggio di Shakespeare, qui interpretato da Paul Mescal, lo si vede sì, ma di rado, infatti (e viene nominato col suo nome una volta e basta, se non erro), sovrastato in scena dalla figura della moglie Agnes di Jessie Buckley che è a tutti gli effetti la protagonista indiscussa di una pellicola il cui intento è quello di esaltare il potere dell'arte - la sua importanza - e la sua influenza (benefica) nei confronti della vita. Lo fa raccontando l'incontro, l'innamoramento (proibito) e poi il matrimonio di una coppia che già dalle prime avvisaglie, aveva intuito di dover lottare con le unghie e con i denti per guadagnarsi un principio di felicità, per tenere a bada i sinistri presagi, respingere la tragedia. Lei partorita nel bosco da una strega, sostengono alcune (male)lingue, e quindi capace di fare magie, di sentire le cose ed entrare in connessione con la natura. Lui figlio di un guantaio violento e alle prese con grossi debiti da pagare, il che lo costringe a fare l'aiutante e l'insegnante di latino, pur conservando un'ossessione e una vocazione per la scrittura teatrale, la quale, inevitabilmente, andrà a condizionare il suo destino.
E, forse, allora è proprio questo contorno a dar maggior spessore alla pellicola di Zhao che, formalmente, diciamolo pure, è così ineccepibile e così ordinata da non suscitare poi chissà quali sussulti. Se non, appunto, quelli dedicati ai momenti di vita vissuta e che, in qualche modo, si ricollegano alle opere immortali del suo autore e co-protagonista. Ci sono echi - rappresentati da situazioni, dialoghi, comportamenti - che tirano palesemente in ballo "Romeo e Giulietta", che rimandano al "Macbeth", prima ancora di raggiungere l'apice (emotivo) con il dramma principale - quello promesso dal titolo - che travolge William (e la sua coscienza) spingendolo a fare i conti con sé stesso, con i suoi sensi di colpa e con la sua assenza di padre e di marito. Reagire alla (cruda e triste) realtà per mezzo (e attraverso) della fantasia, alterarla, se necessario, utilizzarla come fonte d'ispirazione per trovare la forza di elaborare un lutto atroce, straziante e, insieme, riuscire anche a comunicare e ad evocare quei sentimenti che a parole, non tutti (non lui), non sempre, sono in grado di esternare.
Ed è nella scena finale, dunque, quella della reinterpretazione del dolore da parte del padre, che "Hamnet: Nel Nome Del Figlio" tocca il suo picco, genera commozione. Precisamente nell'istante in cui gli sguardi di Agnes e William si incrociano (e si capiscono, si perdonano, tornano ad amarsi), provocando la catarsi di una presenza (o mancanza) che, finalmente, ora può essere lasciata andare, esorcizzata, ceduta all'eternità di un palcoscenico, grazie al quale non verrà mai più dimenticata.
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