Anaconda - La Recensione

Anaconda Poster Ita

Del primo "Anaconda", quello uscito nel 1997, con Jennifer Lopez, Ice Cube e John Voight, io ricordo pochissimo. Di certo, posso dire che nella mia memoria è conservato sotto l'etichetta di "horror di serie b, assai sorvolabile", recentemente riscoperto come un(o) (s)cult, però, dai collezionisti e dai cinefili incalliti.
Per cui figuratevi un po' la mia reazione, non appena ho saputo che qualcuno a Hollywood stava pensando di farne un reboot. Notizia che mi stava per scivolarmi velocemente addosso, non fosse stato per i nomi di Jack Black Paul Rudd, coinvolti nell'operazione, e per i quali mi è venuto istintivo freezarmi un attimo e aggrottare la fronte.

Perché la presenza dei due - che sono riferimenti per le commedie (avventurose) americane - prometteva di cambiare parecchio le carte in tavola di un franchise che, nella sua versione originale, almeno, non sembrava volesse puntare esattamente sull'effetto risata (volontario). E allora bisognava attendere la diffusione di qualche informazione in più: cosa che, senza prescia, o curiosità ho fatto, limitandomi ad aspettare l'uscita di un trailer capace di rendere il quadro generale chiaro e puntuale.
Questo nuovo "Anaconda", infatti, come dicono, giustamente, a un certo punto, i suoi (nuovi) protagonisti, è sia un reboot, sia una reinterpretazione e sia un sequel spirituale di quello realizzato in passato. Lo è perché - al di là della scelta nonsense e per nulla obbligatoria, di aggrapparsi a una proprietà intellettuale della quale poteva fare, volentieri, anche a meno, senza perdere (praticamente) un minimo del suo valore, o fine - la pellicola co-scritta (con Kevin Etten) e diretta da Tom Gormican va a ricalcare (a grandi linee) quella storia li, compresa la minaccia del gigantesco serpente predatore, dal quale ognuno poi dovrà cominciare a guardarsi le spalle, per non rischiare di diventarne la cena. Ma lo è altrettanto perché sotto la storia che racconta c'è (anche) una dichiarazione d'amore verso il cinema di serie b, ovvero quel cinema che permetteva, in passato, ai grandi artisti (o agli artisti emergenti) di sperimentare, sbagliare e di avere una libertà creativa che oggi, nell'industria attuale, rasenta invece una percentuale che è vicinissima allo zero. Progetti così, difficilmente ora trovano lo spazio di cui hanno bisogno e se lo fanno è sempre combattendo contro enormi ed estreme difficoltà: non troppo distanti da quelle che Doug, Ronald, Kenny e Claire - rispettivamente Black, Rudd, Steve Zahn e Thandiwe Newton - decidono di affrontare, quando partono alla volta della foresta Amazzonica per girare con budget strettissimo - è una loro autoproduzione - la versione (indie!) di "Anaconda", nell'intento di riscattare i fallimenti delle loro vite (da adulti), naufragate fin troppo a largo rispetto ai sogni che avevano da ragazzini.

Anaconda 2025 Jack Black

Quindi una commedia, un'avventura e (a suo modo) un horror.
C'è tutto quello che serve e che ci si aspetta di trovare in base alle premesse, dentro questo "Anaconda": compresa una variabile metacinematografica con cui fare (auto)ironia sui vari contenuti - le famose "tematiche" - che un film dovrebbe avere (o toccare) per far sì che venga apprezzato dalla critica e preso in considerazione per la stagione dei premi. C'è un'analisi sul genere horror (moderno), con riferimenti alla discriminazione razziale che da qualche anno fanno subito (pensare a) Jordan Peele, c'è l'incidente che rischia di mandare all'aria i piani e al quale bisogna rimediare in corsa per evitare di mandare tutto all'aria e poi c'è l'arrivo di una grande produzione che si presenta sul posto in pompa magna, ma con un copione privo di finale perché, secondo qualcuno, "ormai è diventata la prassi!". Una satira per nulla gratuita o buttata al vento, insomma, che non è caustica, magari, ma che in qualche modo riesce a provocare lo stesso un prurito che a grattarlo da soddisfazione, appagamento, al pari della serie di trovate e di capovolgimenti assurdi che non perdono di vista l'importanza di una narrazione solida quanto basta per compiacere noi spettatori.

Cerca di partorire una sorta di fratellino minore di "Tropic Thunder", Gormican.
Con Black a fare da filo conduttore e una troupe che, pure qui, si ritrova a barcamenarsi (inconsapevole) tra finzione e realtà e tra vita e morte, nella speranza di ritrovare sé stessa e (nel cinema) l'entusiasmo che ha perduto (nel quotidiano). Lo stesso entusiasmo che suscita a noi vedere finalmente un reboot (o reinterpretazione, o sequel spirituale che sia) che osa, con dentro un cuore pulsante e non il solito pilota automatico che, negli ultimi anni, ha contraddistinto la maggior parte delle operazioni di questo tipo (tendenzialmente già dimenticate). Perché se proprio dobbiamo continuare a sfruttare i soliti marchi e l'usato sicuro, facciamo sì che a elaborarli ci siano persone come Doug e la sua compagnia. Persone che al cinema vogliono bene, che lo amano davvero e sfiderebbero qualsiasi cosa - mostri giganteschi compresi - pur di onorarlo e valorizzarlo.

Trailer:

Commenti