Il Dio Dell'Amore - La Recensione

Il Dio Dell'Amore Film Lagi

Ricorda una di quelle rom-com americane che escono durante il periodo natalizio, “Il Dio Dell’Amore”, dove un cast foltissimo di attori e attrici più o meno noti si alternano dando vita a molteplici (micro)storie, inizialmente slegate, ma poi destinate a toccarsi, se non addirittura a intrecciarsi fra loro.

Solo che Francesco Lagi – che è un autore italiano bravissimo tanto quanto è (ancora troppo) sottovalutato – decide di prendere questo archetipo di film e di fare un’operazione che per molti potrebbe equivalere a una sorta di suicidio: perché anziché sdraiarsi su un modello già definito e ricalcarlo con precisione, rischiando praticamente zero, sceglie di rivoluzionarlo da capo a piedi, affrontando seriamente e con la profondità che si merita l’amore (viscerale) e le sue conseguenze. Positive e negative. Lo fa immaginandosi un Ovidio moderno – il poeta romano – che vaga tra le strade (e i monumenti) di Roma e, come un narratore fantasma, spiega a noi spettatori come l’amore di cui lui scriveva ai suoi tempi, in realtà, sia rimasto immutato, vivo, subendo una metamorfosi, forse (tra social, smartphone e mondi virtuali), ma con lo scopo di rimanere uguale a sé stesso e di continuare la sua missione di confondere, librandosi nell’aria. E di caos e di casini, quest’amore dispettoso e scorbutico ne crea parecchi, inspiegabili, complicati, e noi puntualmente lì, inconsapevoli a subirne gli urti, gli strascichi, entrando nel pallone e non capendoci più niente, nell'attesa che il suo disegno – se di disegno si possa parlare – decida di mostrarsi ai nostri occhi in maniera più chiara, evidente, quantomeno illuminando in merito alla direzione da prendere.

Il Dio Dell'Amore Film Lagi

Il rischio, allora, è quello di pagare il biglietto pensando di andare a vedere – ne dico uno a caso – “Appuntamento Con L’Amore” e poi ritrovarsi di fronte a una sua variante autoriale, che guarda alle commedie di Woody Allen o a titoli come “Harry Ti Presento Sally”, ma senza mai raggiungere davvero quelle vette di ironia e di umorismo (si ride, ma senza farne un fine). E non per colpa di un vorrei, ma non posso, ma perché Lagi, come detto, evita qualsiasi ricalco, qualsiasi imitazione, imponendo il suo punto di vista e la sua leggerezza (e sensibilità), realizzando qualcosa che, per facilità, a noi viene spontaneo categorizzare in un gruppo specifico, ma che non intende assolutamente essere la copia (migliore o peggiore) di nessuno. L’impronta è originale, insomma, e una volta che riusciamo a scrollarci di dosso – e purtroppo è un processo per il quale bisogna passare – l’ombra di una comfort-zone che non busserà mai alla porta, “Il Dio Dell’Amore”, in qualche modo, travolge anche noi, che la smettiamo di comportarci da spettatori passivi, convinti di assistere a una banalissima commedia romantica, e cominciamo a connetterci con le idiosincrasie, le follie, le crisi e le passioni di un sentimento che, per natura, tende a ribaltare le esistenze, a mandarci fuori di testa, distruggendo ogni certezza e facendoci sentire euforici, fragili, incapaci, stupidi.

A fin di bene, secondo Lagi. 
Il quale, comunque, riesce a vedere in ogni (presunto, o principio di) innamoramento, cuore spezzato, tradimento, o separazione la scintilla per un nuovo inizio, pronto ad accoglierci e a sorprenderci. Come se l’amore perfetto, quello da anima gemella o da fiaba romantica sia solo leggenda, e la verità è quella di un sentimento sul quale non abbiamo nessun controllo, se non la possibilità di abbracciarlo e di lasciare che con la sua forza spazzi via, o rimescoli, i nostri futili piani e credenze.

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