Fa tutto da solo, stavolta, Pedro Almodóvar.
Crea e distrugge, pecca di presunzione e poi fa autocritica, realizzando un film che sembra non andare da nessuna parte, ma invece, incrociando realtà e finzione, parla (un'altra volta) di lui, del suo rapporto - che è più un bisogno - con il cinema e con la scrittura. Di quanto sia terapeutico, a volte, riuscire a esorcizzare - a risolvere - crisi, paure e fragilità (e lutti) attraverso l'immaginazione, la creatività.
Lo ammette lui per primo, in pratica, che "Amarga Navidad" è un'opera minore, un'opera di passaggio, forse necessaria a sbloccare un flusso (emotivo, di idee) che, altrimenti, non sarebbe mai potuto sbocciare, avanzare. E lo capiamo dal finale (no spoiler, tranquilli), che va a promettere una sorta di risarcimento (futuro) al pubblico, il quale rischia di sentirsi un po' cavia dentro questa storia che, di fatto, non aggiunge nulla di nuovo all'interno della filmografia del regista spagnolo, che si autocita, si ricicla, rimettendo in ballo tematiche e soluzioni già trattate e analizzate - meglio - in passato. Non ci mettiamo molto a capire che Raul, il regista cinquantenne alla ricerca di ispirazione, è l'alter ego di Almodóvar e che Elsa, la protagonista del film che Raul sta scrivendo - o sta tentando di scrivere - e che nel frattempo noi vediamo scorrere, sia una seconda metà di lui, la più intima, probabilmente (anche Elsa fa la regista, sta pensando a un film e vuol tornare a girare dopo anni di inattività). Entrambi rappresentano pezzi di un puzzle da ricostruire, da rimettere insieme, che continua a seminare indizi e a confessare insicurezze, a raccontare episodi di vita che, in qualche modo, hanno traumatizzato, ferito e messo a dura prova la lucidità di un autore che nel suo periodo più buio si sarebbe aggrappato a qualsiasi cosa, a qualsiasi spunto (scorretto o meno), pur di ritrovare l'ispirazione e la scintilla.
E, allora, se è evidente che "Amarga Navidad" conceda assai poco in termini di originalità narrativa (ma qualche momento buono, comunque, lo regala), stagnandosi, a volte, per poi ritrovare la spinta e riprendere il cammino, è altrettanto innegabile ammettere che per presentare un lavoro del genere, in un contesto industriale così particolare e rigido, come quello che stiamo vivendo oggi, serve coraggio, follia (presunzione?). E poi serve prestigio. Perché se non sei Almodóvar, o non hai un nome dal peso così rilevante, un copione profondamente autoreferenziale come questo, paragonabile a un tentativo disperato di autoanalisi, difficilmente trova luce verde. Ma se il cinema è esperimento, è arte, non può - e non deve - assolutamente fare a meno, o privarsi, di prodotti di questo tipo, magari non facilissimi da digerire, magari imperfetti (qui addirittura volontariamente, sembra), ma capaci di ragionare in maniera lucida sull'inconscio, sul potere (salvifico) della fantasia, mostrando quanto la mediocrità e il fallimento siano imprescindibili (e anticamera) per arrivare al (potenziale) successo.
Si resta spiazzati, infatti, quando cominciano a scorrere i titoli di coda. Perché il terzo atto - quello rivelatorio, quello in cui l'operazione toglie la maschera - è qualcosa di totalmente assurdo, che ribalta il tavolo e che al cinema, raramente, si è visto. Ciò non basta a salvare il giudizio complessivo su un film che, sicuramente soffre di ripetizioni, di stabilità e di ritmo, eppure l'accorgersi, o il presumere, che ciò sia stato premeditato e studiato appositamente, ne cambia inevitabilmente (un minimo) la percezione.
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