Mio Fratello è Un Vichingo - La Recensione

Mio Fratello è Un Vichingo Poster

Non è un film d'animazione "Mio Fratello è Un Vichingo", eppure comincia proprio come se lo fosse: con una favola (nera)  - della buonanotte(?) - narrata con voce fuori campo, ambientata in una terra di vichinghi governata da un Re che, per non far sentire uno dei suoi figli diverso, emarginato e triste, per via di un braccio perduto in battaglia, decide di obbligare tutto il villaggio a tagliarsi lo stesso arto, ripristinando così gli stessi valori per tutti.

Un prologo (folle) che serve a mettere le basi per ciò che andremo a vedere, ovvero la storia tragicamente assurda di una famiglia - composta da due fratelli e una sorella - che deve capire se vuol provare a ricompattarsi, oppure vuole distruggersi per sempre. Ma la situazione è assai complessa, perché Anker - il fratello maggiore, alcolizzato e con problemi di gestione della rabbia - si è fatto arrestare per una rapina che gli è costata quindici anni di carcere. Prima di farsi prendere, però, ha lasciato a Manfred - il fratello minore, quello strano e che definire strano è un eufemismo - la chiave dell'armadietto in cui ha nascosto la refurtiva, ordinandogli di prenderla e di seppellirla in un posto segreto nei pressi della loro casa d'infanzia. Posto che, scontata la pena, Anker non riesce più a farsi rivelare, perché Manfred - un Mads Mikkelsen irresistibile - nel frattempo è mentalmente peggiorato ed è convinto di essere John Lennon. Un imprevisto che il fratello - perseguitato pure da un criminale che ora minaccia di ucciderlo - accetta di assecondare, appoggiando la proposta di un dottore altrettanto fuori di testa, secondo il quale mettere in piedi una cover band dei Beatles, composta unicamente da matti che si credono ognuno un componente diverso, possa aiutare Manfred a sentirsi integrato e quindi a "guarire", recuperando identità e ricordi.

Mio Fratello è Un Vichingo Film

Ci sono una caterva di idee e di caratterizzazioni esilaranti in "Mio Fratello è Un Vichingo", di quelle che ti prendono alla sprovvista e che ti spiazzano, portando, spesso, a farti sbellicare dalle risate. Questo perché Anders Thomas Jensen - regista e sceneggiatore danese - sceglie i toni della commedia grottesca e della leggerezza, per trattare temi profondamenti drammatici e delicati. Nella storia di questa famiglia, infatti, c'è un passato infelice, dominato dalla presenza di una figura paterna violentissima che ha inciso, inevitabilmente, sulle loro vite e sui loro percorsi (sbagliati). Una figura che, nonostante sia sparita chissà dove, è ancora li ad influenzare e a fare danni. E Anker è quello che di questi danni ne ha pagato più le spese, ereditando vizi, caratteraccio e coltivando il bisogno di fuggire via, di tagliare i ponti, ignorando le richieste di unione (di aiuto) di una sorella e, soprattutto, di un fratello a lui attaccatissimo (che da piccolo proteggeva, quando a scuola lo bullizzavano), che continuano a pregarlo - ognuno a modo suo - di fare un passo verso di loro, verso la famiglia.

Realtà e immaginazione, pazzia e sanità mentale si mescolano, allora, mettendo in discussione l'insofferenza della lucidità e del disincanto per esaltare il potere benefico del delirio e dell'assurdo. Eccessi che in "Mio Fratello è Un Vichingo" sono chiaramente armi di protezione e di autoconservazione nei confronti di un mondo col quale si fatica - o è impossibile, addirittura - a scendere a patti, ma che abbracciando, o indossando la fantasia, magari, è possibile sopportare, ritrovando forza e coraggio. E sistemando persino ciò che, in apparenza, sembrava ormai compromesso e perduto.

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