Viene descritto con queste parole il romanzo di Lidia Yuknavitch, intitolato "La Cronologia Dell'Acqua". Che poi è un'autobiografia dell'autrice, anzi no, un memoir, come si tiene a specificare. Rettifiche importanti, correzioni che servono sia al potenziale lettore per capire in che mare sta per immergersi e sia a Kristen Stewart per approcciare meglio (correttamente?) un adattamento cinematografico di cui è sceneggiatrice, regista e produttrice.
Guardando il film, infatti, e leggendo a posteriori le informazioni suggerite dal libro - che non ho letto, ma che ho trovato navigando su internet - la sensazione è che si sia cercato di rimanere il più fedeli possibile al testo originale, alla modalità non cronologica e non convenzionale con la quale Lidia racconta sé stessa, la sua adolescenza, la sua sessualità, quei traumi che ha dovuto portarsi dietro, responsabili di scelte sbagliate, dolori, autolesionismi. Non è un film semplice da vedere "La Cronologia Dell'Acqua", chiariamolo subito, proprio come, a occhio e croce, non sarà altrettanto semplice la sua fruizione letteraria. In particolare, perché non fa nulla per aiutare lo spettatore a immergersi e mettersi a suo agio, a cominciare da un inizio, nelle acque di una piscina, dove all'improvviso cominciamo a veder scorrere del sangue portato via dalla corrente. Sono le ferite (metaforiche) di una ragazza - qui interpretata da una bravissima Imogen Poots - che in quello spazio ha imparato a lavar via le sue sofferenze, a dimenticare gli orrori, quelli rappresentati da un padre possessivo e violento - con lei, la sorella, la madre - che abusa delle figlie e impedisce loro di crescere, cassando ogni opportunità di studio (e, quindi, di fuga) in nome dei diritti (affettivi e patriarcali) che rivendica. E quando Lidia riesce a svincolarsi da quel mostro, a vincere la tanto agognata borsa di studio (totale, non parziale) per il nuoto agonistico a cui aspirava, la sua sanità mentale (e relazionale) è talmente compromessa da precluderle l'accesso alla felicità che andava cercando. Con la vita che - beffarda - le sferra pure un colpo di grazia che potrebbe spingerla alla deriva.
Bisogna imparare a nuotare anche in mezzo alle onde, allora.
Per esistere (e per resistere) non c'è altro modo, in questo mondo. Non l'avesse fatto chissà dove - e come - sarebbe finita (per) Lidia. La quale, invece, nel suo momento peggiore, sprofondata tra gli abissi del sesso occasionale e della droga, ritrova, quasi per caso, nella terapia della scrittura una via (e un motivo) per tornare a galla, per riemergere. Buttando fuori - ed esorcizzando - i demoni che porta(va) dentro, e trovando conforto in chi, come lei, ha continuato a lottare per sopravvivere ai giorni peggiori. Pagina dopo pagina, testo dopo testo. Ricominciando a respirare e a puntare la riva, non senza sbandare ancora, ovviamente, ma consapevole, appunto, che così come certe cronologie hanno strane regole, pure le linee rette accettano imprecisioni. Un equilibrio che Stewart ricostruisce nella sua pellicola silenziosamente, in modo quasi impercettibile, andando di pari passo con la rinascita di Lidia e con i suoi ricordi che cominciano a farsi sempre meno confusi e più nitidi, lineari.
Un viaggio - emotivo, interiore - che sicuramente sfianca, che ha momenti in cui ostenta e che in pochi avrebbero l'ardire di definire trasversale, mainstream. Non per questo, però, è immeritevole di uno sguardo, di un plauso d'incoraggiamento per la Stewart che, comunque, dimostra di aver preso assai seriamente e con grande meticolosità questo suo passaggio - è un esordio - dietro la macchina da presa. Al quale, ci auguriamo, possa esserci seguito.
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