IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

sabato 29 settembre 2012

Reality - La Recensione

Comincia come una bella favola il nuovo film di Matteo Garrone, con una carrozza trainata da cavalli bianchi che trasporta due novelli sposi sul luogo della cerimonia. Li ad attenderli, oltre ai festeggiamenti di rito coi parenti, anche l'incursione di un certo Enzo: uno dei reduci dell'ultima edizione del Grande Fratello giunto per lasciare il suo "personale" augurio alle coppie ed accaparrarsi poi l’ovazione di tutti gli astanti in sala, euforici di invocarlo a gran voce nemmeno fosse una Rock star.

Il Matteo Garrone post-Gomorra rimane aggrappato alla Napoli disagiata e meno fortunata inseguendo questa volta le vicende di una famiglia trascinata nel baratro da un padre, e un marito, ossessionato e consumato dal suo stesso sogno: svoltare con l’aiuto della televisione. "Reality" sfrutta così il marchio del Grande Fratello per focalizzare il suo sguardo sul desiderio della scalata al successo dell'italiano medio di oggi, disposto a qualsiasi cosa pur di conquistarsi una scorciatoia e risolvere la crisi e i problemi nella maniera apparentemente più semplice possibile. La pellicola di Garrone affronta pertanto tematiche legate alla povertà e alla ricchezza, all'essere e all'apparire e alla distinzione tra sogno e realtà, ma imprime il massimo della sua forza con la mostruosa interpretazione fornita dal suo attore protagonista.

La parabola di Luciano, pescivendolo che si arrabatta in svariati modi per sbarcare il lunario e poi, casualmente, finisce per accarezzare la visione della popolarità televisiva, infetta lentamente l'impronta fiabesca che la storia aveva stampato in apertura. La sua crescente pazzia trasforma "Reality" in un film horror, e trasferisce allo spettatore quel senso di inquietudine e incredulità tale da farlo sentire a disagio e turbato ogni qual volta è costretto ad assistere all'ennesima e insana esibizione del suo mattatore. Aniello Arena convince perpetuamente nelle vesti del suo personaggio e si fa vitale ai fini di una messa in scena in cui era indispensabile stabilire un impatto più documentaristico che di finzione.

Su questo concetto assume un ruolo basilare la regia di Matteo Garrone, risorsa insostituibile della pellicola. La modalità con cui il regista romano sceglie di raccontare lo sviluppo del contagio nella testa di Luciano è livellato in perfetta simbiosi con l’andamento della storia. Utilizzando prima inquadrature più distaccate e poi stringendo sempre di più fino a diventare invasivo nel momento in cui la situazione raggiunge il baratro massimo di squilibrio, Garrone riesce ad inviare allo spettatore la stessa sensazione di soggezione che gradualmente va ad avvolgere la sua povera vittima, il tutto con un lavoro minuzioso fatto di grandissima tecnica cinematografica.

E’ indubbio che "Reality" sia chiaramente un paradosso, un ingrandimento eccessivo e fine a sé stesso di ciò che è diventato al nostro tempo il bisogno di volere apparire, ormai sostanzialmente simile a un urgenza. Eppure Garrone è capace di esaltare il tutto con un uso della camera a dir poco impeccabile, scavando a fondo nelle nostre corde e seminando senza troppa fatica ma solo con ammirabile bravura il terrore e il panico fin dentro i nostri stomaci. In definitiva, la visione di "Reality" non lascia affatto indifferenti e la sensazione che in altre mani l'effetto sarebbe stato assai diverso è abbastanza limpida.

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mercoledì 26 settembre 2012

Le Belve - La Recensione

Una cosa è certa: Oliver Stone questa volta del pubblico se ne frega altamente.
Con la trasposizione cinematografica de "Le Belve" il regista statunitense pensa soltanto a voler divertire una sola persona: sé stesso, e se questo suo divertirsi dovesse trovare o meno un duplicato tra i gusti del pubblico è considerato da lui esclusivamente come un effetto collaterale del gioco, poiché l'egoismo del piacere è così invitante a tal punto da non poter essere ridimensionato a favore del godimento di noi perfetti sconosciuti.

Il romanzo di Don Winslow si trasforma per Stone allora in una sorta di provocazione personale sui gangster movie: a una prima occhiata somiglia alla classica storia di boss, droga e potere ma ad un'altra appena più attenta diventa speculare a una una gabbia di vetro in cui dei poveri animali imprigionati all'interno vengono costretti a soffrire la loro condizione senza possibilità di rendersene veramente conto. Gli animali in questione sono ovviamente i selvaggi, le belve, i protagonisti del film in guerra per il dominio sul territorio, convinti ognuno di poter sovrastare l'armata dell'altro e totalmente ignari di essere in realtà nella stessa posizione di formiche nelle mani di Dio onnipotente.

Prima di diventare quasi una commedia feroce, "Le Belve" lesina e inganna, nasconde le sue intenzioni a lungo, e solo a metà strada finalmente si smaschera mostrando in pieno il volto ridicolo della malavita a cui stava mirando, costruendo un epilogo ironico e in fortissima controtendenza con la natura che avrebbe dovuto impersonare se avesse mantenuto fino in fondo le sue premesse. Probabilmente è proprio questo il motivo che rende la pellicola la migliore di Oliver Stone da molti anni a questa parte, perché è spudoratamente menefreghista verso tutto e verso tutti e si prende gioco dei suoi protagonisti come anche dei suoi spettatori.

Eppure Stone non è diventato di pietra di nome e di fatto, un cuore ce l'ha eccome e, nonostante il disinteresse verso il prossimo che sembra essere alla base del suo ultimo progetto, non riesce a non affezionarsi al torbido triangolo che coinvolge il bravissimo Aaron Johnson, il suo migliore amico Taylor Kitsch e la bella Blake Lively. La loro storia d'amore evidentemente appassiona più di ogni altra cosa al regista, e la decisione di non sprecarla del tutto e di regalargli una vita lunga né è la conferma.

Allo stesso modo di un selvaggio allora, imperturbabile e privo di qualunque regola, Oliver Stone realizza con “Le Belve” (“Savages” in originale) una pellicola assai controversa. Un prodotto oltremodo originale, apprezzabile o detestabile a seconda dei gusti, capace di infastidire, di lasciare perplessi o, al massimo, con un curioso ghigno sulla faccia.

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domenica 23 settembre 2012

The Five-Year Engagement - La Recensione


Se lo conoscete lo avete visto recitare nel ruolo di Marshall Eriksen in “How I Met Your Mother”, se non lo conoscete è perché di vedere quella serie non avete mai avuto il piacere. Jason Siegel è un attore molto poco sponsorizzato nel nostro paese, specializzato in commedie comiche e romantiche ma con prospettive che spaziano ampiamente dalla musica al cinema fino alla televisione. Ultimamente lo abbiamo visto prendere parte al nuovo film de "I Muppet", dove ha curato anche parte della sceneggiatura incaricandosi di restituire splendore a quei fantastici pupazzi Disney accidentalmente finiti in soffitta. Ma non è bastato neanche il tempo di ricevere gli elogi per l’ottimo lavoro compiuto che l'ennesima sfida da mettere in piedi era già li ad aspettarlo.

Dicevamo prima di commedie romantiche, appunto, quelle ostiche, difficili da realizzare senza il rischio di scivolare nella retorica o nello sdolcinato più assoluto. Siegel aveva nostalgia di queste commedie, non apprezzava come venivano trattate al giorno d’oggi dal sistema hollywoodiano e voleva riportare un tocco di classe a un genere caduto in stato catatonico. Nasce così "The Five-Year Engagement", la storia di due perfetti innamorati travolti dalla vita e dal tempo.

La pellicola è una maschera sorridente che cela dietro di sé una malinconia devastante prendendo di petto una società, quella americana, e urlandogli contro quanto oggi sia diventata infelice, vergognosa e irriconoscibile. La regia di Nicholas Stoller (l'altro sceneggiatore de "I Muppet") insegue i destini dei suoi protagonisti mostrandoci la forza di volontà con la quale tentano in tutti i modi di non lasciarsi sfuggire la loro storia d'amore tra le mani, resistendo agli eventi e agli imprevisti che la sorte gli getta continuamente contro. Ma in un momento storico come questo la tenacia dell’amore è destinata a mettersi da parte e a lasciare il passo all'ipocrisia, non c’è più traccia degli autentici valori e ci si accontenta, assuefatti, di una vita disincantata e degradante. Eppure, fortunatamente, la storia d'amore tra Tom e Violet (Emily Blunt) è troppo unica per cadere vittima della corruzione moderna e, perfettamente in linea con il genere che rappresenta, avrà anche lei, infine, una conclusione lieta e romantica.

La sensazione è che Jason Siegel sia in primis un ottimo osservatore prima di un buonissimo attore. Capace di assorbire l’anima del mondo che lo circonda e di rappresentarla lucidamente e nostalgicamente tramite la scrittura di una pregiatissima sceneggiatura. "The Five-Year Engagement" emerge come un film romantico che piange affranto la scomparsa del romanticismo, come una falsa commedia venuta a dirci che oggi non c’è più così tanto da ridere, come un’analisi contemporanea fatta di contrasti che mira ad illustrare quanto i tempi siano cambiati a tal punto da diventare deprimenti. Ma sopra ogni cosa, "The Five-Year Engagement" è una doverosa iniezione di fiducia messa lì a dirci che guarire da questa situazione e ricominciare a sognare è una missione del tutto possibile. E per noi è un traguardo soddisfacente.

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mercoledì 19 settembre 2012

Ted - La Recensione

Il poliedrico Seth Macfarlane, creatore de "I Griffin" e "American Dad", esordisce al cinema con la sua prima commedia, ovviamente confezionata con toni cattivi e irriverenti. Da lui scritto, diretto e doppiato (per quanto riguarda la voce dell’orso co-protagonista), “Ted” si consegna al grande schermo traboccante di premesse in perfetto stile con ciò che il suo spiritoso autore ci aveva abituato a vedere in televisione ma conseguendo, sfortunatamente, un risultato complessivo leggermente al di sotto dello standard.

La favola del bambino emarginato e del suo orsacchiotto, che per un desiderio espresso a natale prende miracolosamente vita, è una trovata fresca e incoraggiante da sviluppare, come lo è analogamente anche il risvolto che vede quel peluche tramutarsi, negli anni, a tutti gli effetti in un co-inquilino scomodo, volgare e drogato, simile a un vero e proprio essere umano. Le armi messe in vetrina da Macfarlane danno l’impressione di essere al di sopra di qualsiasi sovvertimento e perfette ai fini della risata grossolana che la pellicola vuole cercare di strappare allo spettatore, eppure, un loro momentaneo uso schizzofrenicamente equilibrato e ponderato è sufficiente a far scivolare il tutto su una buccia di banana evitabilissima.

Accarezzare temi come il rapporto di coppia, l'irresponsabilità, la maturazione e il valore dell'amicizia, simulandone prima un educato trattamento e poi lasciandoli li, ignorati in maniera assai frammentaria, è un tentennamento che costa molto caro a "Ted". Mark Wahlberg e il suo “migliore amico" hanno il pregio di saper rubare risate con facilità disarmante nei loro momenti intimi di scambi e di puro cazzeggio ma non riescono mai a farsi convincenti quando costretti a tentare un approccio più riflessivo e incoerente al loro folclore, nemmeno se ad aiutarli subentra la bellissima Mila Kunis o qualche altro personaggio di contorno.

La pellicola di Macfarlane si accorge troppo tardi dell'errore commesso e quando prova a tornare sui suoi passi ripuntando esclusivamente e scioltamente sulla commedia volgare, scorretta e persino razzista è ormai praticamente impossibile evitare la frittata. Allora "Ted" termina il suo tragitto riuscendo solo parzialmente nella sua missione: divertendo tantissimo quando abbandonato alla svincolata comicità e spuntando forzato e indeciso quando in preda a un approccio più accorto.

Un esordio da rivedere, dunque, per Macfarlane, obbligato a ridurre di tantissimo le proprie ambizioni e ad accontentarsi di un prodotto solamente discreto anziché strepitoso. Dal canto nostro resta perciò un leggero rammarico e la nettissima sensazione che se la pellicola avesse perseguito completamente e senza fronzoli tutta la sua sfacciataggine sarebbe riuscita sicuramente a stravincere il piacere globale del pubblico, generando effetti molto più accattivanti di quelli raggiunti in pratica.

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domenica 16 settembre 2012

Magic Mike - La Recensione

Da regista sperimentale qual è, Steven Soderbergh prosegue le sue esplorazioni verso territori a lui sconosciuti, servendosi del solito sguardo totale e approfondito di chi ha voglia di svestire e inquadrare nuovi orizzonti. Lo spogliarellismo maschile (viene in mente “Full Monty”) non era stato mai trattato al cinema in maniera così onesta e unitamente seducente come in “Magic Mike”, che invece, complice un traghettatore esperto in materia come Channing Tatum, offre la sensazione di entrare a far parte di quel mondo varcandolo direttamente dalla porta principale e di ficcarci dentro il naso in maniera brillante e indiscreta.

Superficialmente leggibile come pellicola riservata al solo ormone femminile - per via dei muscoli, del sudore, e dei corpi scultorei dei suoi protagonisti - “Magic Mike” è in realtà un interessante esaminazione di un universo il cui approccio in età giovane e immatura può risultare divertente e allo stesso tempo redditizio - soprattutto per chi ha difficoltà ad entrare a far parte del sistema ordinario – ma tuttavia, se non vissuto con giusta prudenza, rischia anche di diventare un territorio estremo e nocivo. Soldi, donne e popolarità locale sono il mix perfetto per un diciannovenne irruente come il “The Kid” di Alex Pettyfer che in un lavoro come questo trova rapidamente sostentamento e una famiglia disposta ad accoglierlo. L’altra faccia della medaglia è il trentenne Mike di Channing Tatum, la star dello show che, come “The Kid”, ha iniziato giovane il mestiere, raccontando a se stesso di partecipare solamente a un gioco utile per racimolare la somma di denaro necessaria a realizzare il sogno della sua vita: avere un impresa personale da disegnatore di mobili.

Il confine che divide l’utilizzare il mestiere e rimanerne imprigionati è molto labile, avverte Soderbergh. Il magico talento di Mike di far impazzire le folle è pari a quello di fare un passo indietro ogni volta che le cose cercano di farsi più azzardate. Diverso è l’approccio per “The Kid” che, sebbene inoltrato nel giro da Mike stesso e sotto la sua ala protettiva, non riesce a sfuggire dal vortice delle tentazioni e della smoderatezza proposta dall’ambiente, che a lungo andare lo trasforma in una sorta di nemesi del suo amico-educatore. Il capolinea di questo viaggio è rappresentato invece dallo spogliarellista-cowboy Matthew McConaughey, arrivato tanto in fondo da aver acquisito una percezione della realtà assolutamente personale e inabbracciabile.

Quello di Steven Soderbergh diventa allora un trattato innamorato e riflessivo su un “arte” e su un microcosmo in cui il passaggio al lato oscuro è talmente onnipresente da diventare palpabile. Così, tra coreografie ammalianti e uomini dai fisici unti e perfetti “Magic Mike” si palesa pellicola dalla visione coinvolgente e dal sapore agrodolce, che strizza l’occhio, di riflesso, alla recente crisi economica e sociale che stiamo vivendo. Uno dei lavori più riusciti del regista statunitense nonché una delle migliori interpretazioni dell’astro nascente Channing Tatum.

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giovedì 13 settembre 2012

Prometheus - La Recensione


Nostalgia canaglia, cantavano. E probabilmente sarà stata giusto la nostalgia a spingere Ridley Scott a dare forma all'attesissimo progetto “Prometheus”. Un ritorno alla fantascienza per lui, il genere che gli aveva regalato circa trenta anni fa la realizzazione in sequenza di due film considerati ancora oggi dei capolavori assoluti: "Alien" e "Blade Runner". Ed è infatti proprio da questi due titoli che Scott sembra voler ripartire con “Prometheus”, concependolo narrativamente molto simile al primo e visivamente ispirato al secondo.

Stavolta la meta è risolvere la questione relativa ad alcune domande fondamentali che da sempre affliggono l’essere umano: da dove veniamo?, perché siamo stati creati? E le risposte, dicono alcuni murales antichi, si trovano su un pianeta lontano chiamato LV-233, il posto dove teoricamente vivono gli “Ingegneri” considerati i nostri padri. Una spedizione di scienziati guidata da una coppia di archeologi quindi viene ingaggiata e spedita sul luogo per trovare riscontro a questa possibile rivelazione.

Ecco, se “Prometheus” fosse un film capace di camminare durante il suo (lungo) corso, di fare qualche passo, di muoversi insomma, sarebbe decisamente più facile riuscire a trovargli una concreta collocazione. Il rimanere sostanzialmente fermo però lo rende etichettabile semplicemente come un prodotto piuttosto ruffiano. Il suo (studiato?) giocare con l’essere o non essere un tacito prequel di “Alien” si dimostra sicuramente una mossa vincente per accaparrarsi i fan della saga, ma di fatto, così com’è stato completato, di quel film ne è solamente uno scadente remake. Le domande di partenza, responsabili di mettere in marcia un intero equipaggio, non trovano nessuna risoluzione al termine della pellicola ma anzi, a quelle, se ne finiscono per aggiungere addirittura delle nuove. In questo senso, si sente forte la presenza in sceneggiatura di Damon Lindelof, il “Lostiano” che insieme a Jon Spaihts si è occupato della scrittura della storia. Così come nella famosa serie televisiva - che gli amanti ricordano essere diventata celebre proprio per gli intricati enigmi che stuzzicavano e mai venivano al pettine - anche in questo contesto ci si ritrova a tagliare il traguardo con tutti gli interrogativi in tasca, obbligati, dunque, ad attendere un sequel destinato a dare scopo a un disegno che altrimenti non avrebbe senso.

Detto ciò allora “Prometheus” può venir letto con due diverse formule, entrambe lontanissime l'una dall'altra. La prima lo vede come una delusione senza precedenti, un bel castello di sabbia che finge di essere chissà cosa ma alla fine si rivela solo una trascurabile presa in giro allo spettatore. La seconda (quella che, per forza di cose, viene abbracciata da chi scrive) è l'essere parte di un idea molto più vasta che troverà presto stupefacente liberazione, basti aspettare.

Di questa “apertura” perciò rimane sicuramente impressa l'affascinante bellezza visiva derivata da un uso incredibile degli effetti speciali (3D non essenziale) ma soprattutto la vasta gamma di difetti che purtroppo la fanno da padrone: a cominciare da una sceneggiatura da rivedere fino ad arrivare agli infiniti e irritanti pre-finali e a una Charlize Theron talmente sprecata in scena da apparire inutile.

Si, Ridley Scott ha realizzato un opera totalmente incompiuta, che in futuro potrebbe rischiare persino di trasformarsi in una enorme bufala, eppure, sulla fiducia del nome che porta e della fama che lo precede, ci vediamo costretti a credere nell'esistenza di un grande asso nella manica ancora da giocare. E visto che non vorremmo incrementare le già innumerevoli domande, avremmo bisogno al più presto di sapere che abbiamo ragione. Lasciarsi sfuggire perlomeno questa risposta sarebbe percepito, da noi, unicamente come forma di rispetto.

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mercoledì 12 settembre 2012

Gli Equilibristi - La Recensione

Roma, giorni nostri. Un tradimento extraconiugale mette in crisi il matrimonio con due figli tra Giulio ed Elena. Lui, per ammissione di colpa, decide di abbandonare il tetto familiare e di trovare un'altra sistemazione, con la speranza che la moglie possa in breve tempo perdonarlo completamente e riaccettarlo in casa. L’impatto con la realtà di vivere lontano dalla famiglia e al tempo stesso prendersene cura mette però Giulio in un preavviso di crisi economica. Le cose peggiorano profondamente quando Elena sceglie la via della separazione e a lui, come da prassi, rimane il compito di continuare ad adempiere alla salute finanziaria della famiglia a tempo indeterminato.

La separazione al tempo della crisi. E’ di questo che parla “Gli Equilibristi”, pellicola diretta da Ivano De Matteo e presentata quest’anno a Venezia nella sezione Orizzonti. Trainata efficacemente da un Valerio Mastandrea formato gigante la storia ci fa assistere al cambiamento radicale di un uomo messo alle strette dopo un divorzio che evidentemente non si poteva permettere, poiché, come gli viene detto anche nel film: “Il divorzio è per quelli ricchi!”. E forse è proprio così, oggi più che mai, a prescindere dalla forza di volontà che alberga in ognuno di noi.

Giulio - il personaggio di Mastandrea - ce la mette davvero tutta per riuscire a rispettare scadenze e conti da pagare, non lo spaventano né doppi turni a lavoro (posto fisso al comune), né secondi lavori in nero e neppure alloggi in pensioni a una stella popolate da extracomunitari. Eppure ogni volta, arrivati alla fine del mese, nessun sacrificio risulta mai essere stato abbastanza per poter dormire sereni. Questa ingiustizia lo trasforma lentamente in un'altra persona, cinica e depressa - se volessimo agganciarci all’ultimo film di Bellocchio - in ogni caso assente come padre e infelice come uomo/equilibrista.

Questo cambio di personalità viene accentuato assai maggiormente da De Matteo tramite un percettibile spacco della narrazione, che nella prima parte abbonda largamente di un piacevole uso di ironia (spesso derivata dalla satira sul nostro (mal)costume) mentre nella seconda lascia che essa si dilegui per dare spazio alla drammaticità della vicenda incaricata di raggiungere l’apice. Viaggiando su questi binari, dunque, “Gli Equilibristi” offre al pubblico gioia e sofferenza, le stesse emozioni che prova Giulio ogni mattina in macchina accompagnando i suoi figli a scuola quando ascolta quella canzone francese di cui non capisce il significato. Lo stesso che nel nostro caso invece non può venire in alcun modo schivato.

Ne è la riprova l’ultimo fotogramma del film che ci mostra in primo piano il volto perduto di Valerio Mastandrea: un’istantanea che sa commuovere ma capace ugualmente di terrorizzare.

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giovedì 6 settembre 2012

Bella Addormentata - La Recensione

Il motivo che fa di Marco Bellocchio uno dei migliori registi all’attivo in Italia (e nel mondo) è racchiuso tutto nel modo in cui è riuscito a trattare un tema delicato e pericoloso come l’eutanasia nel suo ultimo (capo)lavoro. Senza dare giudizi né forzare opinioni ma esclusivamente con l’impeto dei racconti di piccole microstorie, che sono poi figlie di piccole grandi vite, il regista dipinge un Italia cinica e depressa (citazione del senatore Toni Servillo) colpita trasversalmente dalla vicenda Eluana Englaro e divisa dal controverso problema etico e morale di poter fare o meno della morte una libertà individuale.

Bella Addormentata” è un film drammatico nel senso più assoluto del termine dove l’unica fonte di sarcasmo che ogni tanto arriva perché deve spezzare un atmosfera faticosa e opprimente si riduce alle poche incursioni dello psichiatra di partito interpretato da un memorabile Roberto Herlitzka. Marco Bellocchio non parla mai direttamente del caso Englaro (qui dagli ultimi giorni fino alla morte) ma si limita a poggiarlo sullo sfondo per mostrare come questo riesca ad unire, seppur in maniera discordante, gli interessi di un paese anch’esso malato. Le storie che coinvolgono i protagonisti sono tutte in qualche modo legate al tema dell’eutanasia e simultaneamente aiutano il regista ad esprimere quanto la società attuale abbia raggiunto uno stato di salute altamente preoccupante.

Non riuscire a riconoscere uno strangolamento da un abbraccio d’amore, credere di dover rinunciare alla propria vita per cercare di salvarne un’altra, astenersi dal votare (o dal dire) ciò che si pensa per non rischiare di perdere la propria posizione, non potere amare qualcuno perché ha un opinione diversa dalla nostra o pensare di non avere la forza per guarire da una situazione di tossicodipendenza, sono tutti segnali di un cinismo che ha infettato gravemente una popolazione e destinato a confluire in una depressione fisiologica sconfinata. Ed è qui che la bella addormentata del titolo trova il suo riferimento all’Italia, all’Italia di oggi, quella di uno stato in caduta libera.

Con immensa delicatezza allora Marco Bellocchio strugge e appassiona, parlando del nostro paese ed espugnando il dibattito su un tema difficile, affrontato con intelligenza, rispetto e un pizzico di poesia. Allo stesso modo rispetta anche il pubblico, che mai troverà le sue idee venire influenzate minimamente dalla storia. Tuttavia, questo essere così imparziale “Bella Addormentata” non riesce a trattenerlo all’infinito e quindi lascia intravedere, in fase di compimento, un sottile spostamento dell’ago della sua bilancia. Ma non è nulla di ricattatorio, solamente una dichiarazione d’amore rivolta a tutto il genere umano. Poiché, ci crediate o no, anche l’eutanasia può avere le sue grandi sfumature.

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martedì 4 settembre 2012

E' Stato il Figlio - La Recensione

L’esordio solista dietro la macchina da presa del direttore della fotografia Daniele Ciprì arriva tramite la trasposizione cinematografica del libro “E’ Stato il Figlio” di Roberto Alajmo. Attraverso i bizzarri racconti di uno strano figuro fermo alle poste e in attesa del suo turno di pagare le bollette, veniamo proiettati nella vicenda della famiglia Ciraulo, incuriositi da un epilogo che vede il figlio uccidere il padre per un graffio alla macchina.

Già questo potrebbe bastare per inquadrare a grandi linee la conformazione di “E’ Stato il Figlio”, una pellicola che punta le sue fondamenta proprio su un larghissimo uso dell’assurdo e del grottesco. Impostata come una tragicommedia, l’opera di Ciprì muta la sua fisionomia man mano che gli accadimenti trascinano lo spettatore verso la risoluzione dell’illogico introduttivo, sfociando quindi a tutti gli effetti in un horror profondissimo nella fase di chiusura. Le modalità con la quale la trama riesce a sovvertire le ipotesi in successione a un evento atroce diventano presumibilmente uno dei pregi maggiori da poter affibbiare al film, che spiazza, direttamente in linea con il DNA di una famiglia inverosimile, lo svolgimento di una storia imprevedibile e inaudita.

Complice una carrellata di personaggi iper-caratterizzati, capitanati da un Toni Servillo magnifico, e una comicità di fondo che non stona mai nonostante il dramma che accarezza la storia, “E’ Stato il Figlio” si dimostra decisamente un esordio convincente per Ciprì che ponendo gli eventi al centro di una Palermo povera e popolare (e plagiata dalla mafia) si permette il lusso sia di generare un prodotto italiano originale e anomalo e sia di dar vita a una famiglia con la quale ci risulta veramente impossibile empatizzare, molto più facile da giudicare e disprezzare.

Presentato in concorso alla 69^ edizione del Festival di Venezia, “E’ Stato il Figlio” si impone allora per la sua non paura di dimostrarsi sfrontatamente brutto, cattivo e agghiacciante. Alterato con una fotografia tendente al giallastro e poi al grigio pronta a valorizzare ancora di più in maniera pesante la cornice di disgusto per una famiglia priva di valori e aggrappata all’apparenza e al denaro. Un esempio che speriamo non esista in nessun posto al mondo, sebbene al suo interno l’ombra dell’italiano recente cominci ad avere un certo peso specifico.

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