IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

venerdì 30 novembre 2012

Una Famiglia Perfetta - La Recensione

Arrivati al punto in cui la commedia commerciale italiana si è fermata a un angolo morto, dove anche i cinepanettoni non fanno più botteghino e sono costretti ad arrendersi e a reinventarsi, Paolo Genovese probabilmente è ancora uno dei pochi che riesce a non crollare a terra dando l'impressione di aver trovato il modo di cavarsela.

Prova a farlo nella modalità che rende il suo cinema esportabile oltre il paese Italia, fruibile ad un pubblico europeo perché universale, beneficiando di un processo abbozzato già dai tempi di "Immaturi", ritoccato con il migliore "Immaturi: Il Viaggio" e perfezionato con quest'ultimo "Una Famiglia Perfetta". Non si tratta di processo ultimato, diciamolo subito, di difetti l'ultima creatura di Genovese ne ha moltissimi, e alcuni se li va a pescare addirittura dai precedenti lavori, eppure possiede il gran pregio di non uscire mai fuori dai binari e di mantenere un percorso coerente in grado di intrattenere senza fatica, e spesso divertendo, lo spettatore.

Così come è stato per il seguito di "Immaturi" anche "Una Famiglia Perfetta" non manca dal soffrire delle numerose sottotrame distese a causa del suo cast corale, sottotrame, tra l'altro, mai all'altezza l'una dell'altra. Perché c'è da dire che sebbene lo scenario funzioni benissimo, proprio come il suo immenso protagonista Sergio Castellitto, e il filo principale del racconto conquisti un'attrazione particolare: con il misterioso Leone che affitta, pagandola profumatamente, una compagnia di attori per interpretare la sua famiglia (con tanto di copione alla mano) nel giorno della vigilia e in quello di Natale; i fili più leggeri che lo accompagnano - legati tutti ai rapporti sentimentali - sanno molto di minestra riscaldata e vanno quindi ad annacquare e ad indebolire l'intera amalgama.

Il meglio di "Una Famiglia Perfetta" arriva allora dal rapporto tra vero e finzione che esplode durante la messa in scena della farsa, quando gli attori si trovano, loro malgrado, a dover improvvisare sotto le mosse scorrette di Leone. In quei momenti la commedia è spinta ad oscillare costantemente tra le due condizioni e, in più di un occasione, ad appiccicarle tra loro per poi staccarle nuovamente dietro intervalli irregolari e imprevedibili.

Liberamente ispirato a "Familia", film spagnolo datato 1996, "Una Famiglia Perfetta" fa della recitazione e del cast a disposizione il suo maggiore punto di forza. Oltre all'eccellente e già citato Sergio Castellitto, l’ottima conferma comica di Marco Giallini e i saldi supporti di Claudia Gerini, Eugenia Costantini, Ilaria Occhini e Carolina Crescentini. Insomma, se non fosse stato per il colpo di scena ultimo, il quale rende leggermente utopistici i motivi del protagonista di inscenare la farsa, magari le cose sarebbero potute andare anche un pochino meglio ma, al di là di tutto ciò, l’ultimo lavoro di Paolo Genovese resta un buonissimo prodotto per le feste, riservato al grande pubblico e ampiamente passabile persino per i più pretenziosi.

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giovedì 29 novembre 2012

Ruby Sparks - La Recensione

La famiglia non la si sceglie, la si trova. Stessa cosa non si può dire invece per quanto riguarda le relazioni sentimentali.

Jonathan Dayton e Valerie Faris, i registi del giustamente acclamato "Little Miss Sunshine", messi da parte i problemi e le disavventure degli stravaganti Hoover - raccontati con gran cuore ed ironia - passano ora ai toni (relativamente) più drammatici e scelgono per la loro seconda opera registica il copione "Ruby Sparks" scritto dalla giovanissima attrice e neo-sceneggiatrice Zoe Kazan.

All'apparenza è una favola auspicata da ogni persona sulla terra quella di incontrare magicamente il partner perfetto. Al genietto-scrittore Calvin (il protagonista Paul Dano) questo capita esattamente nel momento oscillante tra il suo periodo nero - che lo ha portato ad essere lasciato dalla ragazza e ad andare in cura dall'analista - e il blocco narrativo dovuto al successo del suo primo libro. La sua Ruby infatti sboccia come un sogno sfocato, un immagine indefinita che con il battere dei tasti della macchina da scrivere si fa all'improvviso scolpita e reale, tangibile agli occhi non solo del suo artefice ma a quelli di tutto il mondo. La donna che desiderava, così come l'aveva pensata (e scritta), una mattina gli si palesa in casa in veste di fidanzata.

Ma "Ruby Sparks" non è una favola, o almeno non lo è nella sua forma più integra. Il personaggio di Calvin infatti non vive perennemente felice e contento il regalo che gli è stato concesso. Ruby è la donna dei suoi sogni, che lui stesso ha composto con cura e piacere ma l’averla resa reale a tutti gli effetti, e capace dunque di arbitrarietà, diventa presto una condizione che inizia a preoccuparlo insanabilmente. La magia dell'amore e dell'anima gemella si tramuta quindi in stregoneria e possessione. Calvin, sebbene avesse promesso a sé stesso, e agli altri, di non cambiare più nulla di ciò che aveva miracolosamente messo al mondo, infrange le regole e intavola una serie infinita e confusa di piccole modifiche che, messe nero su bianco, non fanno altro che sbilanciare sia la personalità di Ruby che la sua.

Ed è a questo punto che la pellicola inizia a spingere l'acceleratore sulla malinconia e sulla solitudine del suo protagonista, evidenziando l'egoismo e la cattiveria dell'essere umano quando si tratta di dover accogliere gli spazi e i piaceri dell'altro. Ruby perciò smette di far parte di una relazione bilaterale e diventa vittima delle incertezze e delle insicurezze del suo compagno, è il momento in cui la magia si sgretola e scaraventa Calvin in un lunghissimo oblio con fermata culminante il muro durissimo e doloroso della realtà.

Così, alternando in modo pulito dramma e risate "Ruby Sparks" va a segnare un ottimo passo in avanti per l’accoppiata Dayton e Faris, oramai sempre più interessante. La pellicola scritta, e interpretata alla perfezione, da Zoe Kazan (nella vita compagna di Paul Dano) risalta benissimo le difficoltà del singolo a vivere sia il rapporto di coppia che quello con sé stesso e nonostante non abbia dalla sua quello stile altamente affabile che portava “Little Miss Sunshine” mantiene ugualmente un estremo raziocinio per confluire infine in quel fiabesco e in quel fantastico sfiorati già nelle battute introduttive e da cui poi si era dovuta allontanare.

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sabato 24 novembre 2012

Lawless - La Recensione

1920, in America ha inizio il proibizionismo. Il commercio di alcol si fa illegale e di conseguenza il contrabbando dello stesso diventa l’unico modo di spaccio e ottima entrata redditizia per chiunque riesca a praticarlo. I leggendari fratelli Bondurant sono i migliori nella contea di Franklin a produrre una qualità di whisky alta e ricercata ma mentre gli affari vanno a gonfie vele, e le loro finanze crescono, da Chicago arriva il vice-sceriffo Charlie Rakes che, insieme al procuratore distrettuale, obbliga tutti i contrabbandieri a pagare una tassa salata sullo smercio dei loro prodotti. Con le buone e con le cattive molti si piegano alla nuova e corrotta legge, solo i Bondurant, indignati, decidono di ribellarsi ad essa.

Abbandonate le cupe atmosfere del buonissimo “The Road”, John Hillcoat si ripresenta al cinema con la trasposizione di un altro romanzo: “La Contea più Fradicia del Mondo” di Matt Bondurant. Ennesima collaborazione con il grande amico musicista Nick Cave, – il quale ha scritto interamente la sceneggiatura e le musiche – con “Lawless” il regista di "La Proposta" torna a riassaporare l’amato genere western amalgamandolo organicamente al gangster movie cruento e intraprendendo la strada assai ambiziosa di realizzare una pellicola di livello, destinata a restare.

E ad essere sinceri a “Lawless” le carte in regola per raggiungere i suoi obiettivi non mancano per niente: c’è una storia alla Scorsese, una scenografia curatissima e un cast d’attori dai nomi pesanti e in ascesa. Ripercorrendo i passi fatti con “The Road” allora Hillcoat sfrutta al massimo la cornice delle sue ambientazioni, indirizzandosi verso paludi di (tanto) sangue e vendette ma senza mai perdere di vista la natura umana e i suoi sentimenti. Ciò nonostante la sua pellicola non sembra mai riuscire a costruirsi un’anima, né a dare allo spettatore un motivo per empatizzare con i protagonisti o magari di provare un minimo di emozione per le vicende che accadono a ognuno di loro. Manca quindi la vitalità al suo ultimo lavoro, e non è certo che la colpa sia tutta quanta di uno Shia LaBeouf protagonista seccante e poco in parte, più probabile pensare che i problemi risiedano proprio nella sceneggiatura di Cave. Fortunatamente a riconsolarci c'è uno spassoso Tom Hardy in una delle performance migliori della sua (ancor breve) carriera e un Gary Oldman che nelle due scene a disposizione è talmente efficace da far rimpiangere il non avergli affidato un ruolo di maggior rilievo.

Ma è un’occasione mancata ciò che “Lawless” pianta nello spettatore. Il poco spessore ai ruoli femminili di Jessica Chastain e Mia Wasikowska influiscono sulla debolezza di un mancato spirito che Hillcoat, a differenza di “The Road”, questa volta non riesce a stabilire oltre lo schermo. La sua pellicola quindi deve ridimensionarsi di gran lunga e, sebbene sia un prodotto medio-buono, rinunciare a puntare di restare a lungo scolpita nelle nostre menti.

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domenica 18 novembre 2012

Festival Internazionale del Film di Roma 2012: Tiriamo le Somme


Si chiude tra le infinite polemiche questa settima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. A fare arrabbiare stampa e pubblico le premiazioni attribuite a "E la Chiamano Estate" di Paolo Franchi e a "Marfa Girl" di Larry Clark, due titoli che hanno fatto soffrire non poco gli spettatori in sala durante le loro rispettive proiezioni (si dice che il film di Franchi abbia scatenato addirittura richieste di rimborsi). 

Al di là di ciò che si è già detto, e che ormai è piuttosto chiaro, si può aggiungere che premiare meritatamente uno dei film in concorso quest'anno era impresa non poco ardua. Erano presenti infatti titoli di difficile fruizione, in una selezione che puntava più a sorprendere con nuove idee e sperimentazioni, e a voler spiazzare ma allo stesso tempo convincere il pubblico. L’esperimento è riuscito solo a metà, la prima metà. Perché di spiazzi sicuramente ce ne sono stati tanti, troppi, abbastanza da farci arrivare a chiedere se fosse tutto un grandissimo scherzo degli organizzatori. Di scherzo chiaramente non si trattava, era il festival ufficiale, quel festival a cui doveva partecipare anche Quentin Tarantino e che, pur non essendo mai stato smentito, alla fine non ha calcato in nessun modo il tappeto rosso come promesso. E meno male, sarebbe da aggiungere.

Le speranze arrivate con Marco Müller di pareggiare la qualità del Festival di Roma a quella di Venezia (qualcuno diceva anche Cannes) non sono state certo d’aiuto alla situazione e se consideriamo le difficoltà che ci sono state per rendere possibile questa settima edizione allora l’intero insieme comincia a prendere un senso comprensibilmente logico. L’unica spiegazione che riusciamo a darci quindi è di un allestimento eseguito in fretta e furia sulla quale non si è potuta svolgere con serenità e pazienza la scelta variegata delle pellicole da privilegiare, e sulla quale si è compiuto poi, di fatto, un assemblaggio qualitativamente basso o, per essere buoni, ai limiti del passabile.

Mettersi a parlare di coraggio per giustificare l’opera dell’arrogante Paolo Franchi sarebbe come arrampicarsi sugli specchi, “E la Chiamano Estate” è anticinema e basta, guai ad affiancarlo al cinema d’autore o al cinema coraggioso. Chi deve ringraziare Franchi invece è sicuramente Larry Clark che grazie a lui è riuscito a schivare le polemiche che altrimenti si sarebbero scagliate anche sul suo film, il Marc’Aurelio d’Oro a “Marfa Girl” è un riconoscimento folle quasi quanto la personalità del suo regista. A questo punto si dilata il valore dell’unica pellicola in concorso veramente interessante: “Alì ha gli Occhi Azzurri” di Claudio Giovannesi. Due premi vinti che non gli generano forse il giusto rumore forte a sufficienza da muovere la gente a recuperarlo in sala, visto che è stato distribuito al cinema nei giorni scorsi.

Dopo l’ultima edizione insomma - dove il festival aveva deluso pesantemente - anche quest’anno, complici le aspettative altissime, a Roma il buon cinema continua a trovare la porta chiusa. Per Müller è solo il primo anno, un primo anno complicatissimo e probabilmente da battezzare “di passaggio”, le speranze di vedere un grande festival nella città capitolina rimangono comunque ancora vive, nonostante a parlarne oggi sembri più il trapasso la fase vicina. Eppure, prima di scavare la fossa, secondo me sarebbe il caso di aspettare almeno un altro anno.

Festival Internazionale del Film di Roma 2012 - Palmarès


I premi assegnati dalla giuria internazionale presieduta da Jeff Nichols e composta da Timur Bekmambetov, Valentina Cervi, Edgardo Cozarinsky, Chris Fujiwara, Leila Hatami e P.J. Hogan nella sezione Concorso:

- Marc’Aurelio d'Oro per il Miglior Film: "Marfa Girl" di Larry Clark
- Premio per la Migliore Regia: Paolo Franchi per "E la Chiamano Estate"
- Premio Speciale della Giuria: "Alì ha gli Occhi Azzurri" di Claudio Giovannesi
- Premio per la Migliore Interpretazione Maschile: Jérémie Elkaïm per "Main Dans la Main"
- Premio per la Migliore Interpretazione Femminile: Isabella Ferrari per "E la Chiamano Estate"
- Premio a un Giovane Attore o Attrice Emergente: Marilyne Fontaine per "Un Enfant de Toi"
- Premio per il Migliore Contributo Tecnico: Arnau Valls Colomer per la fotografia di "Mai Morire"
- Premio per la Migliore Sceneggiatura: Noah Harpster e Micah Fitzerman-Blue per "The Motel Life"


I premi assegnati dalla giuria internazionale presieduta da Douglas Gordon, e composta da Hans Hurch, Ed Lachman, Andrea Lissoni ed Emily Jacir nella sezione Cinemaxxi:

- Premio CinemaXXI (riservato ai lungometraggi): "Avanti Popolo" di Michael Wahrmann
- Premio Speciale della Giuria – CinemaXXI (riservato ai lungometraggi): "Picas" di Laila Pakalnina
- Premio CinemaXXI Cortometraggi e Mediometraggi: "Panihida" di Ana-Felicia Scutelnicu


I premi assegnati dalla giuria presieduta da Francesco Bruni e composta da Babak Karimi, Anna Negri, Stefano SavonaZhao Tao nella sezione Prospettive Italia:

- Premio Prospettive per il Migliore Lungometraggio: "Cosimo e Nicole" di Francesco Amato
- Premio Prospettive per il Migliore Documentario: "Pezzi" di Luca Ferrari
- Premio Prospettive per il Migliore Cortometraggio: "Il Gatto del Maine" di Antonello Schioppa

Menzioni Speciali: Cosimo Cinieri e in memoria di Anna Orso per "La Prima Legge di Newton"


I premi assegnati dalla giuria internazionale presieduta da Matthew Modine e composta da Laura Amelia Guzmán, Stefania Rocca, Alice Rohrwacher e Tanya Seghatchian nella sezione Migliore Opera Prima e Seconda:

- Premio alla Migliore Opera Prima e Seconda: "Alì ha gli Occhi Azzurri" di Claudio Giovannesi
- Menzione Speciale: "Razzabastarda" di Alessandro Gassman

Hanno partecipato al premio i film appartenenti ad una delle diverse sezioni competitive del Festival: Concorso, CinemaXXI, Prospettive Italia e la sezione autonoma e parallela Alice nella città.


Premio del pubblico BNL per il Miglior Film
Attraverso un sistema elettronico, il Festival ha previsto la partecipazione degli spettatori all'assegnazione del Premio del Pubblico BNL per il miglior film. I film che hanno partecipato all'assegnazione del premio sono quelli del Concorso.

- Premio del Pubblico BNL per il Miglior Film: "The Motel Life" di Gabriel Polsky, Alan Polsky.

sabato 17 novembre 2012

Una Pistola En Cada Mano - La Recensione

Cinque sketch con protagonisti otto uomini bastano al regista Cesc Gay per tracciare l’impasse comunicativa maschile.

Incontri casuali tra amici o conoscenti danno il via a uno scambio sincero di problematiche e debolezze che risaltano con chiarezza la differenza che contraddistingue l’uomo alla donna. “Una Pistola En Cada Mano” è una commedia umoristica che incoraggia alla comunicazione e, specialmente nell'ultimo bellissimo sketch incrociato, rimarca quanto questa sia efficace per salvare noi stessi e i nostri rapporti.

Perché è sempre di rapporti che si finisce a parlare nel film di Gay. Di quelli finiti, in crisi, in stallo, in difficoltà. E da questi poi il regista compie un percorso che lo porta a scavare coi suoi personaggi all'interno della psicologia maschile pescando informazioni puerili per le quali molto spesso l’uomo tende più facilmente a crear danni piuttosto che a riparare (viene detto apertamente da una delle poche donne presenti nella pellicola “voi uomini avete una pistola in ogni mano”). Ma il ritratto di queste figure da parte di Gay non è mai crudele, al contrario, cerca sempre di farsi tenero mostrando quanto questa natura faccia parte di un qualcosa molto più grande di loro (e di noi), faticosa da invertire. Il regista spagnolo nutre un amore fortissimo per i suoi personaggi e lo esplicita affidandogli una resa di consapevolezza sulla loro stupidità artefice del dolore autoinflitto e concedendogli, per resistere e arginare la depressione, un ironia adeguata a cui potersi aggrappare.

Diventa la sceneggiatura – scritta da Cesc Gay e Tomàs Aragay - quindi il punto di forza inattaccabile della pellicola, ottima sia nella costruzione dei duetti, sia in quella delle battute ma soprattutto nella psicologia dei protagonisti, a cui si deve unire obbligatoriamente la formazione di un cast stellare di interpreti impeccabili (tra i più noti in Italia Ricardo Darín e Luis Tosar).

Cinema spagnolo che continua a stupire, rivelando ormai una piena intelligenza e una estrema bravura. “Una Pistola En Cada Mano” è una commedia-gioiello dal piacere altissimo che ricorda lontanamente un arrangiamento di “Sex & the City” al maschile e per questo rivolta direttamente ad un pubblico composto di uomini ma tuttavia non disprezzabile neppure da un eventuale composto di donne.


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giovedì 15 novembre 2012

Ralph Spaccatutto - La Recensione

Era il 1995 quando la Pixar e la Disney collaborarono per un film d'animazione geniale e incredibile che si domandava cosa facessero dei comuni giocattoli quando il loro padrone non era li a giocare con loro.

Sono passati diciassette anni da quel momento, periodo nel quale la Disney ha assorbito la Pixar (la Marvel e la LucasFilm, ma questa è un'altra storia) e durante il quale nessuno è mai riuscito a confezionare uno spunto simile e brillantemente strabiliante da essere paragonato al capolavoro "Toy Story". Doveva pensarci ancora la Disney allora - e stavolta senza l'aiuto della Pixar - a rielaborare l'idea e a riadattarla in un frangente leggermente diverso ma nuovamente connesso al mondo dei  giocattoli, quello dei videogiochi. Probabilmente lo script di "Ralph Spaccatutto" avrà scatenato nella testa di ogni produttore di film d'animazione la legittima domanda: "ma perché non ci ho pensato anch'io?". Roba da mangiarsi le unghie se si rimugina a quanto semplice e sotto gli occhi sia sempre stata un'idea del genere senza mai venir colta e sviluppata da nessun'altro.

Anche qui parte tutto da una domanda: che cosa fanno i videogiochi quando la sala che li ospita chiude al pubblico? Ovviamente la risposta è elementare: fanno quello che facevano i giocattoli di Andy quando lui non era in stanza con loro, staccano dal loro impiego e si danno alla pazza gioia. Tuttavia c'è qualcuno che fatica ad accettare la sua posizione di cattivo, è il Ralph Spaccatutto del gioco "Felix Aggiustatutto", programmato per distruggere qualsiasi cosa e quindi destinato a non essere amato e a venire emarginato su una piramide di spazzatura mentre il suo "bravo antagonista" festeggia e si diverte con gli altri nell'attico di un lussuoso palazzo. Ma Ralph è stanco di rappresentare il cattivo, lui si sente un buono, e per dimostrare di essere diverso da come è stato programmato esce dal suo gioco alla ricerca di una medaglia che dovrebbe riconoscerlo come eroe, tramutandosi a sua insaputa, in un pericolo maggiore rispetto a quello che costituiva  nel suo limitato cosmo.

Pur non essendo un qualcosa di assolutamente inedito "Ralph Spaccatutto" ha dalla sua parte la virtù di sapersi vendere con destrezza sin dal primo istante. Portare sullo schermo personaggi virtuali che hanno fatto la storia dei videogiochi anni ottanta seduce lo spettatore (meglio se appartenente a quell'epoca) in un piacere visivo morboso e remoto. Il regista Rich Moore assieme agli sceneggiatori Jennifer Lee e Phil Johnston dipingono i protagonisti raffigurandoli allo stesso modo di esseri umani: ripieni di sentimenti, sogni ed emozioni; con questa formula si permettono di sollevarli dall'obbedienza invariabile del loro codice e come accade per Ralph, e per il Glitch (bug, errore di sistema) con cui instaura un rapporto di convenienza prima e di amicizia poi, di causare  - attraverso la metro dei cavi di corrente - un miscuglio tra videogiochi capace di modellare un confronto di epoche strabiliante e suggestivo.

Così facendo "Ralph Spaccatutto" non solo non delude le aspettative ma le amplifica e, a suo modo, le cambia vestendosi di classico. Uno dei migliori Disney (orfani di Pixar) degli ultimi anni, eretto anche lui da una struttura consolidata in grado di scatenare risate, riflessioni e ovviamente l'immancabile lacrimuccia finale.

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Jimmy Bobo: Bullet to the Head - La Recensione

Jimmy Bobo: Bullet to the Head” è il fratellastro fortunato, ma senza grande esagerazione, de “I Mercenari 2”. Affiancare simmetricamente la creatura di Stallone a quest’ultima di Walter Hill potrebbe sembrare un processo difficile se non impossibile, eppure, entrambe, hanno in comune un denominatore che li rimanda a coesistere, seppur con il dovuto distacco, nello stesso insieme categorico.

Il ritorno sulle scene di Sylvester Stallone - avvenuto con “Rocky Balboa” e “John Rambo” - per quanto avesse deliziato gli affezionati non poteva garantire al suo artefice una totale rinascita cinematografica. L’invenzione del franchise de “I Mercenari” allora sorgeva per lui come un salvagente a cui aggrapparsi senza correre il rischio di dovere andare a distruggere dei veri e propri miti storici. Il primo capitolo però fu un esperimento riuscito solo a metà sul quale Stallone ebbe comunque la possibilità di ritagliare materiale sufficiente per poi cogliere il suggerimento sul quale avrebbe impostato il suo nuovo percorso artistico.

L’autoironia anagrafica che era alla base de “I Mercenari 2”, prodotto assolutamente più riuscito del primo, diventa quindi il marchio di fabbrica dello Sly 2.0, facendosi arma imprescindibile ogni qual volta il suo volto, ormai malandato dall'età (e non solo quella), ha bisogno di essere messo al servizio di un film action di genere adrenalinico e muscolare. “Jimmy Bobo: Bullet to the Head” non ha nulla a che vedere con “I Mercenari 2” ciò nonostante lo segue in tutto il suo spirito e soprattutto esenta Stallone da qualunque tipo di catena scenica in grado di trattenerlo dal suo dinamismo e dalla sua esuberanza.

E’ una storia classica quella proposta da Walter Hill, un buddy action-thriller dove i protagonisti non sono nemmeno poi tanto buddy poiché divisi da un etica opposta legata alla giustizia: se il detective Taylor Kwon vuole sbattere in prigione chi ha ucciso il suo partner, il sicario Jimmy Bobo (Stallone, appunto) tende ad applicare, per vendicare la morte del suo, la legge del taglione. L’attrito in questione non impedisce al rapporto tra i due di dar sfogo a battute e siparietti ironici e divertenti, ma anzi, viene sfruttato per aprirne uno quasi ad ogni scena, eleggendo Stallone mattatore assoluto e dilatando la coattaggine fino a farla diventare valore aggiunto.

Basato sulla graphic novel “Du Plomb Dans la Tête” scritta da Matz e illustrata da Colin Wilson, “Jimmy Bobo: Bullet to the Head” convince integralmente grazie al suo ritmo forsennato e privo di fiati corti. Walter Hill sa valorizzare benissimo gli attori a disposizione e intrattenere con ottime scene d’azione, elargendo spettacolo e risate al pubblico che deve solo pensare a divertirsi e a farlo di gusto. Lasciamo correre perciò sul combattimento vichingo con asce - poco credibile e meno spettacolare del previsto - con cui Sly chiude troppo facilmente un duello impari a suo sfavore contro l'osso duro impersonato da Jason Momoa.

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Le 5 Leggende - La Recensione

Lo scrittore William Joyce, a forza di raccontare storie e rispondere alle domande dei suoi figli, un giorno si è chiesto: "come mai i super eroi hanno delle proprie mitologie mentre di personaggi del calibro di Babbo Natale, la Fatina dei Denti e il Coniglietto di Pasqua si sa poco o niente?". A rimediare alla grave mancanza allora ha voluto pensarci lui scrivendo sull'argomento oltre cinquanta libri per bambini e creando una collana, mai pubblicata in Italia, intitolata "The Guardians of Childhood" in cui i vari miti su cui è stata costruita la nostra infanzia vengono aggregati dal misterioso uomo della luna in un unico team che ha lo scopo di sconfiggere il male.

Babbo Natale, il Coniglio di Pasqua, la Fatina dei Denti e Sandman, sono i leggendari paladini a cui "Le 5 Leggende" affianca lo spaccone protagonista Jack Frost per una missione intenta a bloccare l'uomo nero Pitch Black dal privare della speranza e della felicità ogni singolo bambino del mondo.

Al regista Peter Ramsey e allo sceneggiatore David Lindsay-Abaire il non facile compito di valorizzare l'apprezzato lavoro di Joyce portandolo dalla carta stampata alle immagini del grande schermo senza deludere l'immaginazione dei più piccoli e, perché no, anche dei più grandi. L'effetto finale è quello di una caratterizzazione personalissima e meno innocua del previsto, con un Babbo Natale armato di spade e tatuaggi sulle braccia con su scritto "Naughty" (cattivo) e "Nice" (buono) e gli altri membri della squadra provvisti di un faccino apparentemente gentile eppure rapidi a convertirsi in guerrieri inclini al combattimento quando in ballo c'è da difendere la loro vitalità.

La DreamWorks con "Le 5 Leggende" cerca spudoratamente un rilancio dopo la gloriosa ma tramontata era Shrekkeriana e punta a sfondare i botteghini di tutto il mondo con una godibile favola energica e in pieno stile natalizio. Le basi per un filone che vada ben oltre il solo capitolo esistono - e sono senz'altro migliori rispetto ad altri titoli prosciugati in passato fino all'esaurimento - bisognerà soltanto capire come si avrà intenzione di portare avanti una trovata adatta a concedersi a mille potenzialità.

Chris Pine, Alec Baldwin, Hugh Jackman, Isla Fisher e Jude Law. La fila di nomi stratosferici composta per il doppiaggio - e affiancata alla produzione dal beniamino Guillermo Del Toro - sottolinea la grossa entità e la grossa ambizione dell'intero progetto. "Le 5 Leggende" è ancora troppo giovane per puntare in altro, per ora è solo un prodotto di sincero intrattenimento e sufficiente per farsi apprezzare da un pubblico di bambini senza lasciare delusi gli adulti che saranno costretti a fare da accompagnatori. Domani poi chissà.

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martedì 13 novembre 2012

Il Cecchino - La Recensione


Michele Placido è il primo a prendere le distanze da “Il Cecchino”, la sua prima pellicola da cineasta realizzata in Francia tramite una co-produzione italo-francese, sbocciata per merito dei successi ottenuti dai suoi precedenti titoli a livello internazionale. E’ stato un film eseguito su commissione, lo dice senza problemi, dove lui non è intervenuto minimamente né sulla sceneggiatura né su altro, si è limitato solo a fare ciò per cui era stato chiamato, adempiendo al suo incarico stimolato dalla novità dell'avventura.

Non a caso, se non ci fosse il suo nome tra i titoli di testa e di coda a suggerirne l’operato, faremmo seria fatica a identificare “Il Cecchino” come un film di Michele Placido, lui che con le opere di genere, vedi “Romanzo Criminale” e “Vallanzasca”, aveva dimostrato di saperci fare benissimo, padroneggiando la macchina da presa e in particolar modo la gestione degli attori. Cose che purtroppo non gli riescono in questa parentesi: colpa principalmente di una sceneggiatura scarna e una storia, che a parte la poca chiarezza e qualche sparatoria, ha ben poco da dire e da fare apprezzare.

Provvisto di un ingombrante sapore televisivo, percettibile con insistenza nel corso della visione, “Il Cecchino” non vuole neppure provarci ad innalzare un racconto fondamentalmente povero e approssimativo infatti si lascia andare formalmente ad una pessima e fuorviante scansione narrativa mista a inquadrature spesso troppo strette o non ragionate. Qualsiasi cosa funziona poco o male, insomma, sono solo gli attori probabilmente a rappresentare il tassello meno malandato dell'insieme: il personaggio principale dell’ottimo Daniel Auteuil lascia il segno ma deve scontare un vuoto nella parte centrale dove viene un po’ dimenticato per fare emergere meglio gli altri co-protagonisti, che però appesantiscono lo svolgimento e, a parte magari un bravo Mathieu Kassovitz, non sanno raggiungere le sue vette.

Un esordio europeo assolutamente da rivedere quello di Placido, che seppur limitato dalla libertà autoriale (non è stato specificato se obbligata o voluta) non può certo scagionarsi dall'aver realizzato un lavoro privo d’identità e di percorso. Gli innesti italiani di Violante Placido e Luca Argentero servono solamente a donare al prodotto transalpino quel tocco di italianità in più, accentuato con maggior risultato dal cameo ritagliatosi da Placido nel finale.
Resta comunque tutto troppo sconclusionato per raggiungere la sufficienza.

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Il Volto di un'Altra - La Recensione


Era impossibile credere che un regista come Pappi Corsicato rinunciasse a riprendere con le sue inquadrature leccate, kitsch e coreografiche lo splendido volto di Laura Chiatti.

In “Il Volto di un'Altra” l’attrice che Carlo Verdone considera il primo piano più bello del cinema italiano doveva finire sfigurata in viso a causa di un incidente stradale proprio in apertura di storia e rimanere coperta dalle bende fino all'ultima inquadratura quando poi queste, dopo un'operazione di plastica facciale, sarebbero state rimosse per svelare all'Italia intera il suo nuovo volto (da sinossi del pressbook almeno).

Fortunatamente non serve molto per sciogliere i sospetti e per capire che l’incidente inserito in avvio occorre a Corsicato esclusivamente per imbastire un discorso contemporaneo sull'essere e l’apparire, agguantato, tra l'altro, neanche troppo sul serio. Il viso di Laura Chiatti rimane allora intatto - se lasciamo correre qualche livido - così come quello del chirurgo-marito farabutto Alessandro Preziosi che, prima di testa propria e poi appoggiato dalla moglie, decide di sfruttare a suo favore - economico e mediatico - un evento sfortunato che attira una considerevole massa popolare a stare in pensiero e a sostenere le condizioni falsamente critiche della vittima dell'incidente.

Corsicato ha tra le mani uno script invitantissimo per muoversi comodo e lontano dai soliti canoni della commedia italiana così come la conosciamo, il suo è un cinema che in passato ha dimostrato addirittura di non seguire con ostinazione uno stile ordinario ma anzi intento a sperimentare e a spiazzare lo spettatore. Ebbene tutto questo privilegio a disposizione “Il Volto di un’Altra” lo copre solo nelle premesse: quelle di una donna liquidata dalla sua rete televisiva perché "faccia di cui il pubblico è stanco" ma con l'opportunità di reinventarsi subito, sia umanamente sia esteticamente, con un eccentrico colpo di (s)fortuna. Inspiegabilmente però si decide di non estendere in maniera feroce e cattiva una farsa disposta a confluire in versanti asimmetrici e stuzzichevoli ma al contrario la si lascia soffocare dentro una gabbia piccola e stretta.

Pappi Corsicato preferisce limitarsi a fare quello che gli riesce meglio, alzando leggermente il gomito con citazioni e omaggi a vari tipi di cinema. In questo modo non rischia nulla e si esonera dal dare spessore alla sua creatura, privandola del bel corpo che stava nascendo e facendola a pezzi col bisturi della negligenza proprio come avrebbe dovuto fare con il volto, seppur bello, di Laura Chiatti. La grottesca sequenza con cui apriva il film allora perde senso e significato spedendo questa sorta di “Kill Me Please” all'italiana direttamente nel dimenticatoio.
Il nostro cinema continua a peccare di codardia e a non spingere il pedale sull'acceleratore anche quando questo avrebbe strada libera e lunga per bruciare l'asfalto.

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domenica 11 novembre 2012

Mental - La Recensione

"Pazzo" o "Non Conforme"?
Si diverte a soppesare il significato di questi due termini il "Mental" dell'australiano P.J. Hogan, con l'aiuto di una famiglia sboccata e sfaldata, stabilita in un quartiere altrettanto curioso dove l'apparente normalità è plastificata ogni giorno da una cura maniacale eseguita da vicini omologati e spocchiosi.

Shirley Moochmore è considerata il brutto anatroccolo del viale, la psicotica, e con lei le sue cinque figlie convinte ognuna di soffrire di gravissimi disturbi mentali. Il padre invece, politico prossimo alle elezioni, continua a vivere lontano da casa per evitare il contatto con la famiglia e concedersi liberamente alle molteplici scappatelle che spesso gli capitano sotto mano.

E' innegabilmente esilarante il modo in cui "Mental" affronta gli argomenti dell'insanità mentale e della famiglia. Trascinato da una grottesca Toni Collette in versione catalizzatore Hogan innalza vette di comicità roboanti e taglienti, capaci di non limitare al minimo la morale del "non crederti pazzo solo perché sei diverso dagli altri", di certo non di primo pelo al cinema. Nella pellicola dell'australiano la normalità è pressoché inesistente, ogni personaggio ha la sua dose massiccia di stravaganza e/o disturbi psichici: c'è chi è morboso per la pulizia, chi considera le bambole pezzi di cuore e anche il classico cliché di chi sente le voci e vede presenze terrificanti.

L'Australia come campo da gioco torna utile allora proprio per giustificare questo intero discorso, con un monologo straordinario espletato dalla Collette, la quale spiega ai bambini di cui diventa "tata/educatrice/madre" - a seguito dell'internamento in manicomio di quella biologica - come anni or sono il loro continente fosse diventato una colonia di rilascio per matti e negli anni alcune specie meno aggressive siano state poi reintrodotte in disparati territori per verificare gli esiti degli esperimenti effettuati dai scienziati. Da qui i vari nomi di Nicole Kidman, Cate Blanchett ma soprattutto del povero Russel Crowe, del quale si sottolinea quanto con lui si sia stati un po' troppo generosi al riguardo.

La risata quindi è una reazione che si fa quasi persistente in "Mental", ma tuttavia non preclude affatto la fuoriuscita di altri sentimenti, come per esempio la commozione nel vedere una famiglia di nuovo unita che canta gioiosa sul palco di una conferenza politica la sua ritrovata felicità. Hogan in questo modo mette d'accordo qualsiasi tipo di pubblico e non fa quasi provare allo spettatore la percettibile distrazione finale in cui la pellicola cede di misura e concentrazione per favorire la chiusura meno rilevante della sotto trama misteriosa appartenente all'accoppiata Collette/Schreiber.

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Alì ha Gli Occhi Azzurri - La Recensione

Lo spirito del documentarista Claudio Giovannesi sembra non averlo perso minimamente e nonostante l'aver cambiato forma dei suoi racconti le storie trattate continuano a lavorare temi con lo stesso stile rasente al documentario. “Alì ha Gli Occhi Azzurri” perciò si presenta meno cinematografico del previsto, sebbene riesca a irrompere ugualmente come pellicola in grado di dire la sua inviando più di un messaggio su cui andare a riflettere.

Giovannesi racconta con brutalità la generazione adolescente di oggi, cattiva, sporca e stupida e ci aggrega vicino anche il discorso relativo all'Italia multirazziale, con relativi scenari che sfociano in una sorta di crisi religiosa per chi si trova a contatto con l'analizzare diverse fedi. Il sedicenne Nader, arabo di nascita trapiantato a Ostia, tradisce infatti la sua religione per non rinunciare all'amore che prova per la ragazza e offeso dalla mentalità ristretta dei suoi furiosi genitori fugge di casa arrangiandosi come può per mangiare e per dormire.

Giovannesi ci mostra con occhio nascosto gli adolescenti sfrontati del mondo moderno, convinti di potersi considerare adulti a sedici anni e di sfidare genitori e mondo nella fase più confusa e acerba della loro vita. Nader vive l’incoscienza e l’immaturità allo stesso modo dei suoi coetanei, la sua però è prima di tutto una crisi identitaria, dovuta alla difficoltà di non poter amare liberamente e al miscuglio culturale a cui è stato sottoposto sin da bambino. Durante il suo periodo di allontanamento scandito dal passare di una settimana, complice la frequentazione di cattive compagnie, Nader fara allora i conti con un percorso tanto pericoloso quanto importante, perché fondamentale a rivalutare i propri legami, per scoprire sé stesso e per riabbracciare le sue antiche radici. Una scoperta dell'io che si scaglierà contro di lui violentemente e senza pietà mostrandogli con spudoratezza ed enorme sofferenza chi è veramente.

Il Giovannesi regista riporta tutto questo con grandissima discrezione senza risultare mai invadente né forzato con la camera ma solamente ottimo osservatore, curioso e intento a spiare quel che succede con interesse e vigore. Solo nell'ultima scena il suo tocco sveste i panni del documentarista e si fa invadente ma è il momento migliore per chiudere in modo cinematografico una storia che prima d'ora non lo era forse mai sembrata.

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sabato 10 novembre 2012

Mains Dans la Main - La Recensione

E' la danza il punto di partenza, l'arte a cui si ispira Valerie Donzelli per quello che è il suo terzo, surreale, lavoro da regista. (Che in Italia viviamo un po' come un secondo poiché l'abbiamo conosciuta con "La Guerra è Dichiarata" solamente qualche mese fa).

Se il suo film precedente riportava una storia personale, ispirata a fatti realmente accaduti direttamente a lei nella vita privata, in "Mains Dans la Main" la realtà lascia spazio alla magia e l'unione sentimentale di una coppia non trova più rafforzamento nella condivisione di una dramma doloroso ma nell'accadimento di un magico evento che dopo un bacio accidentale costringe misteriosamente due perfetti sconosciuti a rimanere incollati l'uno con l'altra e a vivere unificati da una spessa corda invisibile ma impossibile da tagliare.

Parliamo di due personalità distantissime, che mai la vita da sola sarebbe riuscita a legare onestamente, eppure in un gioco fuori da qualunque regola, entrambi comprendono a piccoli passi quanto l'evento inspiegabile e maledetto capitato loro porti a benefici utili seppur inizialmente neppure cercati. Hélène e Joachim allora superano spontaneamente l'impulso dell'invadenza e cominciano a piacersi, a convivere e a cambiare senza neppure accorgersene, mutando oltre che loro stessi anche le persone care più strette che, nell'assurdità della vicenda, sono obbligate ad assistere e a subire di riflesso lo strampalato rapporto.

"Mains Dans la Main" diventa così una favola perennemente in bilico tra fantasia e realtà, in cui destini vengono stravolti, scelte importanti vengono compiute, paure vengono affrontate e i propri limiti accettati. Tutto a favore di una formula affollata di leggerezza e impaziente di strappare risate a ripetizione mentre nel frattempo è impegnata a cucire il percorso di maturazione dei protagonisti.

Valerie Donzelli non cessa di utilizzare la sua vena romantica e con una commedia ironica e fantasiosa ci fa evadere la mente e tenta di scaldare con medio successo i nostri cuori. La danza che era solo un appiglio non smette di essere protagonista sullo schermo con balletti, musiche e movimenti coordinati dalle due vittime dell'incantesimo. 

In fondo si tratta solo di un simpatico e del tutto atipico colpo di fulmine, messo li a dire, metaforicamente (e non solo), che alcune coppie sono destinate a finire insieme e a non lasciarsi per tutta la vita. Discorso valido sia nella buona che nella cattiva sorte.

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venerdì 9 novembre 2012

Il Canone del Male (Lesson of Evil) - La Recensione

Gli insegnanti non sono più quelli di una volta. Probabilmente perché nemmeno il sistema scolastico è più quello di una volta. Gli alunni spesso e volentieri hanno pieno comando e la politica attuale non consente di prendere provvedimenti seri o risolutivi come era possibile, eccessivamente, fino a qualche anno fa.

Ad arginare a questo problema ci ha pensato allora Takashi Miike che con il suo “Il Canone del Male” prende spunto dal romanzo “Aku no Kyoten” di Yusuke Kishi e ci mostra un professore, sociopatico sin da ragazzino, che si arrovella per risolvere i problemi creati dagli alunni della sua scuola, puntualmente destinati a morire ferocemente non appena si permettono il lusso di mostrare la loro dura ostinazione agli avvertimenti del sommo professore. Inoltrata furtivamente questa politica, improvvisamente, il bullismo, le violenze sessuali e i compiti in classe irregolari non saranno più noie della prestigiosa accademia Shinko. 

Il regista giapponese si serve così di una figura rassicurante come il brillantissimo e rispettato professore di inglese Seiji Hasumi (Hideaki Ito) per realizzare un thriller psicologico di discreta fattura capace di migliorarsi vertiginosamente quando, nell’ultima parte, decide di abbracciare allegramente le tinte dell’horror. Come spesso capita con il cinema asiatico infatti anche in questo caso si ha la netta sensazione di assistere ad un’idea molto intelligente e ironica sviluppata purtroppo in una forma piuttosto grezza, elevabile sicuramente a livello di impatto ma accettabile nel complesso.

Miike gioca senza alcun limite con il suo progetto (sperimentale?) e a forza di mischiare generi e idee finisce con il creare anche una leggera difficoltà di narrazione. Si lascia apprezzare meglio nella regia invece, dove è portatore di alcune scelte folgoranti (il proiettile che sparato spezza il vetro della telecamera è spettacolare) che aiutano lo spettatore a fruire il peso di una pellicola sostenuta ai limiti della sopportazione nella sua prima parte. Fortunatamente la violenza e l’azione, che per una buona ora ora erano rimasti rintanati chissà dove, vengono sprigionati energicamente e gratuitamente nel momento in cui l’ossigeno stava per venire meno a “Il Canone del Male”, che riesce dunque a tornare su binari accettabili e godibili all’intrattenimento.

Non ci sarebbe nulla di cui stupirsi a questo punto se tra qualche anno una produzione americana decidesse di realizzare un remake della pellicola di Miike (routine ormai), perché con tutti i suoi difetti, anche di continuità, “Il Canone del Male” lascia comunque impressa una sua impronta. Quanto profonda poco importa, a volte un segno è sufficiente. E siccome Miike questo lo sa benissimo, ha già promesso al suo pubblico che darà un seguito al suo lavoro.

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giovedì 8 novembre 2012

Il Nuovo Festival Internazionale del Film di Roma

E' stato compiuto un pesante reset dallo scorso anno a questo per il Festival Internazionale del Film di Roma. Con le dimissioni di Gian Luigi Rondi, presidente del Festival, Marco Müller è diventato il direttore artistico esattamente pochissimo tempo dopo aver lasciato la direzione di un'altro Festival, quello di Venezia. Adesso, messe da parte varie voci, vari intoppi e i rischi che vedevano addirittura l'annullamento della manifestazione, a Roma si prepara a fare da protagonista il cinema, per un Festival che si preannuncia ricco di qualità e meno interessato al Red Carpet (finalmente).

E allora se avete voglia di seguire gli accadimenti, le notizie e le indiscrezioni che lo riguardano non perdete di vista questo spazio. E se siete davvero sadici e amate farvi del male cominciate a seguire Inglorious Cinephiles anche sul suo canale Twitter.

Per il programma completo del Festival cliccate qui, finirete dritti sulla pagina ufficiale.

7 Psicopatici - La Recensione

Un titolo intrigante e un cast d'attori invidiabile non erano i motivi principali per cui si attendeva "7 Psicopatici". Ciò che dava a questa pellicola un'attesa piuttosto tiepida e coinvolgente era che a dirigere dietro la macchina da presa ci fosse quel Martin McDonagh che tanto bene aveva fatto con il piccolo e inaspettato "In Bruges".

E se "squadra che vince non si cambia" non è proprio la frase adatta per la formazione artistica della sua seconda opera cinematografica, diciamo che quantomeno un punto di riferimento affidabile McDonagh ha voluto tenerselo. E' Colin Farrell infatti il protagonista della storia schizofrenica (o stratificata!) e, perché no, a forti tinte psicopatiche dove un mucchio di gente un po' per volontà propria e un po' per volontà altrui si ritrova al centro di uccisioni suddivise tra realtà e immaginazione, con annesso accostamento su quanto la linea di demarcazione fra questi due mondi sia poi flebile e congiunta.

Ciò che aveva sorpreso maggiormente dello stile di Martin McDonagh era stata la capacità di tirar su dialoghi e situazioni tragicamente ironiche con una facilità e una brillantezza inconsueta. E allora "7 Psicopatici" apre e chiude il sipario spiazzando, costruendo sul tracciato della sua retta una serie di accadimenti assurdi e folli che miscelano con mestiere e bravura la vera sceneggiatura all'altra filmica a cui sta lavorando perditempo lo scrittore alcolizzato e irlandese - sottolineamolo - Marty (Colin Farrell). A rendere il prodotto diversificato, una serie di personaggi che non deludono affatto le aspettative del titolo ed insieme alla loro incontrollabile sete di vita, morte, rimpianto e violenza portano nel bagaglio personale anche una grandissima dose d'amore per l'essere, umano o animale che sia.

Coinvolge, diverte e lascia di stucco "7 Psicopatici", facendo leva su una bella manciata di pulp e di trovate ingegnose che sono forse l'elemento simbolo in grado di accattivare frequentemente la scena. Gli effetti sorpresa, l'originalità, e le ottime interpretazioni del suo cast però non gli permettono di evitare la leggera flessione in cui la pellicola decide di rifugiarsi durante la fase più intrinseca di sé stessa, giusto il tempo di recuperare le forze per un ultimo sfogo ancora colmo di schizofrenia e soluzioni spiazzanti.

Siamo al cospetto di un prodotto eccentrico, diverso persino se paragonato ad "In Bruges" che rimane il lungometraggio migliore realizzato fino ad ora da McDonagh. Eppure "7 Psicopatici" somiglia precisamente a quello che, secondo chi scrive, aspirava a voler diventare: una pellicola sbilanciata e colma di salti di registro, spesso lontanissimi l'uno dall'altro, che ingloba dentro di sé il pieno spirito delle personalità che racconta con l'esclusivo intento di divertirsi e divertire.

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