Rifkin’s Festival - La Recensione

Rifkin's Festival Poster
Il Festival (del cinema), in realtà, è tutto di Woody Allen
Il Mort Rifkin di Wallace Shawn – suo ennesimo alter ego – infatti, della rassegna cinematografica di San Sebastian non vede praticamente nulla, tanto è indaffarato a gestire una situazione che da una parte lo vede preoccupato per una moglie che, molto probabilmente, lo sta tradendo col giovane regista francese, della quale è ufficio stampa, e dall'altra infatuato di una giovane dottoressa che, come lui, ama i classici della Nouvelle Vague e trova pretestuosi gli autori moderni.

Appiglio che serve al regista per dare colore – paradossalmente, andandolo a togliere – a una storia che, in sostanza, niente va ad aggiungere (o a togliere) a quanto già espresso in passato dalla sua filmografia: largo spazio, dunque, a domande esistenziali, nevrosi e irrazionalità nei rapporti tra uomo e donna. Non è sbagliato affermare che “Rifkin’s Festival” sia un ulteriore variazione di quei temi, in fondo; una riflessione che non intende ritrattare nulla, se non la modalità con la quale ogni pezzo era stato assemblato e ordinato: e quindi efficace e pungente tanto quanto lo è ciò che restava da dire (o ridire). Ma questo Allen lo sa, perché la sua non è demenza senile, bensì voglia di non privarsi del piacere (e del bisogno) che prova a scrivere e a dirigere i suoi film (annualmente); tant'è che, per non rischiar di risultare eccessivamente piatto, si concede la libertà di esprimere un suo giudizio - caustico - sullo stato del cinema contemporaneo e poi di andare ad omaggiare - celebrandolo alla leggera - l'altro, che più predilige e venera. E non ha bisogno di argomentare troppo, di stare lì a spiegare il motivo per cui x sia meglio di y; a lui bastano due battute, due colpi di pistola secchi e precisi per liquidare l’oggi e chiamare in causa lo ieri: con parentesi oniriche (e sognanti) che vanno a mescolarsi alla trama e a parodiare capolavori del calibro di “Quarto Potere”, “8 1/2”, “Jules & Jim”, “Fino All'Ultimo Respiro”, “Persona”, “L’Angelo Sterminatore”, “Un Uomo, Una Donna”, “Il Posto Delle Fragole” e “Il Settimo Sigillo”. 

Rifkin's Festival Woody Allen
Non è un caso, allora, se i momenti più interessanti e originali (e cruciali) della pellicola arrivino proprio quando lo schermo si stringe, raggiungendo i 4:3, e i colori si desaturano. Le spinte che muovono il protagonista, che lo sbloccano - sia fisicamente che mentalmente - partono da lì, e lo stesso vale per un umorismo (sottilissimo) che solletica e accarezza, pur non raggiungendo mai davvero l’apice. Tutto sommato però tiene saldo il ritmo “Rifkin’s Festival”; un ritmo sostenuto e paragonabile, magari, a una musica di sottofondo, o di accompagnamento, ma al quale ci si abitua subito e si resta in piacevole compagnia fino a quando non scocca l'ora dei titoli di coda. Certo, l’attesa di vedere un assolo, una fiammata in stile Allen nuova di zecca, è tanta e purtroppo non viene ripagata, ma bastano le inquadrature fotografate da Vittorio Storaro e qualche guizzo di consolazione, per mettere da parte qualsiasi delusione e ristabilire il sorriso. 

Perché Woody Allen è (anche) un po' come il Natale e la Pasqua, in fin dei conti, e a prescindere dai regali, o dalle uova che si scartino, l'importante è riuscire a non mancare mai all'appuntamento.
Che poi, tanto, a serata conclusa, non c'è verso si torni a casa col rimpianto di aver partecipato.


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