Ormai sono anni che, chiacchierando con altri appassionati, spesso ci troviamo tutti d'accordo nel dire che l'industria del cinema orientale, e nello specifico quella coreana, al momento - e con al momento, intendo dire ormai da decenni - sia la migliore - la più a fuoco - in circolazione. E se questa affermazione poteva valere maggiormente per i film di genere, quelli d'autore, che abbiamo visto trionfare nei Festival internazionali e agli Oscar, ora sta cominciando a trovare un senso anche per i blockbuster. Quella categoria in cui gli americani tendevano a primeggiare e a dettare le regole, ma che adesso non riescono più a fare come si deve.
Dovrebbero dare un'occhiata ad "Hope", allora.
Riscoprire il significato reale del termine intrattenimento che non ha nulla a che vedere con uomini in calzamaglia, multiversi e baracconate da quattro soldi. Quella sceneggiata e diretta (e co-prodotta) da Na Hong-jin è una storia che funziona e che è efficace proprio perché punta a sorprendere lo spettatore con un approccio minimal, essenziale. Per dire, nella prima scena scopriamo che c'è un animale misterioso - probabilmente un grosso predatore - che sta attaccando gli altri animali in un paesino sudcoreano di Hope Harbor (che si trova al confine tra le Coree, quello demilitarizzato). Un poliziotto e un gruppo di cacciatori seguono le sue tracce, ma - come noi - sono a corto di informazioni, non sanno nulla, tranne che gli artigli con cui la bestia trafigge le sue vittime non sono paragonabili a quelli di nessuna specie conosciuta. Poi la radio di servizio avverte l'agente che il pericolo si è appena esteso e ad essere attaccati ora sono i negozi, le case, gli esseri umani. L'indagine comincia a prendere una brutta piega e ha inizio un inseguimento serratissimo, guidato anche dalla curiosità di intercettare e di vedere in faccia questa bestia che uccide, sbrana e distrugge qualsiasi cosa con cui entra in contatto. Però, per farlo, per vedere finalmente la sua forma chiara - umanoide - e integrale, bisognerà attendere all'incirca un'ora di film.
Riscoprire il significato reale del termine intrattenimento che non ha nulla a che vedere con uomini in calzamaglia, multiversi e baracconate da quattro soldi. Quella sceneggiata e diretta (e co-prodotta) da Na Hong-jin è una storia che funziona e che è efficace proprio perché punta a sorprendere lo spettatore con un approccio minimal, essenziale. Per dire, nella prima scena scopriamo che c'è un animale misterioso - probabilmente un grosso predatore - che sta attaccando gli altri animali in un paesino sudcoreano di Hope Harbor (che si trova al confine tra le Coree, quello demilitarizzato). Un poliziotto e un gruppo di cacciatori seguono le sue tracce, ma - come noi - sono a corto di informazioni, non sanno nulla, tranne che gli artigli con cui la bestia trafigge le sue vittime non sono paragonabili a quelli di nessuna specie conosciuta. Poi la radio di servizio avverte l'agente che il pericolo si è appena esteso e ad essere attaccati ora sono i negozi, le case, gli esseri umani. L'indagine comincia a prendere una brutta piega e ha inizio un inseguimento serratissimo, guidato anche dalla curiosità di intercettare e di vedere in faccia questa bestia che uccide, sbrana e distrugge qualsiasi cosa con cui entra in contatto. Però, per farlo, per vedere finalmente la sua forma chiara - umanoide - e integrale, bisognerà attendere all'incirca un'ora di film.
Ma non importa, perché nel frattempo noi spettatori restiamo incollati alla poltrona, affascinati ed elettrizzati da queste scene d'azione spettacolari, coreografate e studiate in maniera incredibile e visivamente imponente. Sono l'adrenalina, la gestione del ritmo, i personaggi che man mano emergono, infatti, a fare di "Hope" il grandissimo prodotto d'intrattenimento che è, così esperto e pronto da riuscire a miscelare e a variare di genere, a seconda delle esigenze e dei momenti. Perché quando il mostro viene svelato e lo vediamo occhi negli occhi col poliziotto - che tentenna a sparargli, per via della sua inaspettata umanità - all'improvviso entriamo nel territorio del monster-movie più puro, una virata decisiva in termini di rilancio narrativo, eppure non permanente, perché destinata a far spazio anche alle incursioni di un demenziale comico - perfettamente incastrato al contesto - e ad un conseguente tuffo - questo sì, definitivo - nello sci-fi con cui si andranno a ribaltare totalmente le premesse di base: azzardando un passo falso che, forse, c'è, ma che comunque si perdona, considerando la natura di riferimento.
Perché, appunto, parliamo di blockbuster e i blockbuster, per definizione, esistono per proliferare, per proseguire le loro storie. E anche qui, dopo un terzo atto al cardiopalma, meraviglioso, perché girato sempre con la maestria di chi sa il fatto suo come pochi in circolazione, c'è una svolta enigmatica che apre le porte ad un sequel che dovrebbe approfondire quanto tracciato (e annunciato cripticamente) in questo capitolo. Che di per sé, togliendo l'epilogo, basta e avanza a mangiare in testa alla maggior parte della roba dal budget stratosferico passata al cinema quest'anno. E non solo, aggiungerei.
Trailer:

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