Somiglia a una variante di "In Bruges", il nuovo film di Martin McDonagh, che rimette nuovamente al centro una coppia di amici e colleghi - li erano due sicari, qui sono due agenti della CIA - temporaneamente "in vacanza" - li a Bruges, qui all'Isola di Pasqua - in attesa che uno dei due riceva l'ok per far fuori l'altro.
Ci sono delle (grosse) differenze, però, tra questo e quel suo stesso film. E la prima è che l'uccisione, stavolta, non ha nulla a che vedere con l'omicidio, perché richiesta esplicita della vittima, un suo desiderio da esaudire (seppure...). La seconda è che il contesto - la posta in gioco - è decisamente più intricato, pericoloso ed esteso - politico - rispetto al microcosmo che veniva raccontato tra le vie e i canali della città belga, il che va a spostare di parecchio le ambizioni complessive.
Qui, infatti, McDonagh utilizza il suo stile, la sua ironia e il suo cinismo per parlare dell'America - di ieri e di oggi: di sempre - e delle sue ombre, con questi due agenti in missione a Santiago del Cile - è il 1973 - incaricati di destabilizzare la democrazia del paese, distruggendone il governo (ordinaria amministrazione, scopriremo). Un'operazione che, quando li incontriamo, è già bella che terminata, indirizzata (accadrà presto, viene annunciato), permettendo al Lee di Sam Rockwell di potersi dedicare alla vacanza richiesta dal Chris di un John Malkovich implacabile, che sta facendo tremare i suoi superiori da quando ha iniziato a dimenticarsi le cose e a dire ciò che non dovrebbe dire, davanti a gente che non dovrebbe sapere. Lui è la storia della CIA, una storia che, ovviamente, non deve - e non può - essere rivelata, e questo suo andare a ruota libera, dettato dalla malattia che lo ha colpito (ma, forse, non solo da quello), sta preoccupando non poco i piani alti, al punto da voler accelerare i tempi della sua dipartita. Non prima, però, di aver bloccato (e fatto sparire) la scrittura - e la registrazione - delle memorie che si è messo in testa di pubblicare e di aver recuperato le informazioni relative al fucile con cui a Dallas, nel 1963, è stato complice(?) dell'omicidio di John Fitzgerald Kennedy.
Una mina vagante, insomma.
Ma pure uno strumento con il quale McDonagh può permettersi di fare satira, di prendere di mira la presunzione e l'ipocrisia di un paese che si proclama esportatore di democrazia, pur agendo da collaudatissimo provocatore di conflitti (per suo tornaconto, è ovvio). Che poi sono quelli che stanno muovendo (il giudizio e) i sensi di colpa di Chris, il quale ormai, consapevole della sua condanna a morte, si preoccupa solo di trovare un modo per redimersi e per capire chi sarà a toglierlo di mezzo e perché: se per assecondare la sua richiesta, o la richiesta di un suo superiore. Torna centrale, allora, il tema dell'amicizia (fraterna), con il personaggio di Lee che balla da una parte all'altra, incastrato tra patriottismo incondizionato e lealtà emotiva, tra esami di coscienza e freddezza del mestiere. E quel colpo che - almeno in teoria - spetta a lui sparare, comincia ad assumere un peso non poco indifferente, cruciale, per via dell'eredità con cui dovrà fare i conti non appena deciderà di premere il grilletto: per conto di chi uccidere, per quale ideale?
Dilemmi (etici) che contribuiscono a bagnare "Wild Horse Nine" di un sapore amaro e malinconico, con un McDonagh che sembra sentire il bisogno di tirar fuori dosi di dolore e di inquietudine (personali?) inediti e, a tratti, acutissimi. Nonostante ciò, non rinuncia mai alla sua punteggiatura, a una scrittura brillante e caustica, qui arricchita da una continua variazione di generi - parte col buddy-movie, poi passa alla spy-story e chiude con il western - che lo aiutano a realizzare un'opera, magari, imperfetta, ma comunque ricca di umanità, di spessore e di un'empatia che restano attaccati addosso.
Trailer:

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