IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

domenica 27 maggio 2012

Cosmopolis - La Recensione

Analizzare “Cosmopolis” è un compito altamente ostico da portare a termine.
Una sola visione non basta al film di David Cronenberg per essere assorbito nella sua massima essenza, e probabilmente non ne sarebbero sufficienti neppure due per comprendere a pieno le varie teorie e i vari significati che esso contiene al suo interno.

Il massimo che si può fare allora è carpire il più possibile afferrando la maggior quantità di elementi che sviscerano istantanei dalle infinite e fitte conversazioni tenute dal personaggio di Robert Pattinson con i passeggeri che “visitano” la sua limousine durante il viaggio verso il barbiere. Già, perché la trama di “Cosmopolis” ruota tutta attorno al viaggio che Eric deve intraprendere per andare ad “aggiustarsi il taglio” dal suo acconciatore di fiducia, e durante questo (lungo) percorso le condizioni intorno al suo territorio cominciano a cambiare e a diventare ostili, mettendo a rischio la sua sicurezza personale.

Dove dubbi proprio non ce ne sono, è riguardo la critica che Cronenberg vuole rivolgere alla nostra società moderna. Il caos che si dipana intorno alla limousine acusticamente isolata del miliardario Eric Packer somiglia molto allo specchio dei tempi che viviamo, e i repentini cambi di motivi che dovrebbero essere lì a giustificarlo sono il segnale di una confusione oramai diffusa a livelli altissimi e incontrollabili.
Ma questo contesto rivoluzionario il nostro protagonista sembra viverlo in maniera perennemente composta e ordinata, consapevole e rassegnato al fatto che gli eventi in corso siano inesorabili. Il lento percorso della limousine cambia allora implicitamente rotta svelando nella sua alterazione il cammino verso l’autodistruzione che Eric ha deciso di sfidare privandosi di qualsiasi protezione ed uscendo all’esterno del proprio abitacolo. La sensazione di libertà scatenata dalla precarietà della sua vita stessa spinge Eric fino alla scadente dimora abitata da un grandissimo Paul Giamatti in misera veste e intenzionato ad ucciderlo, non prima però che tra i due abbia origine un botta e risposta denso e tesissimo, impeccabile a chiudere una pellicola indefinita e indefinibile.

"Cosmopolis" è un film criptico, a tratti disturbante, difficile da sostenere per uno spettatore medio perché richiede una buona dose di impegno mentale adeguato a tollerarlo fino all’ultimo. L’assenza di un filo narrativo logico e chiaro ne facilita l’allontanamento e la repulsione ma allo stesso tempo stimola anche qualcosa internamente che spinge a rimanere con gli occhi incollati allo schermo. Nessuno ci premierà per questo, nemmeno l’epilogo, e continueremo anche dopo la visione a riflettere su un senso da poter dare al film. Un oggetto enigmatico ma assolutamente non vuoto.

E se Robert Pattinson (nonostante la scarsa vena recitativa) cercava in Cronenberg e nella trasposizione cinematografica del romanzo di Don DeLillo la chiave adatta per svestire i panni del vampiro Edward di “Twilight” possiamo dare per certo che non sarà così. Questo è un lavoro distante anni luce dai gusti del pubblico feticista e appassionato della saga di Stephenie Meyer, poco commercializzabile persino per chi con quella saga non ha nulla a che spartire.

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venerdì 25 maggio 2012

Molto Forte Incredibilmente Vicino - La Recensione

L'ultimo lavoro di Stephen Daldry ha visto subire un ridimensionamento inaspettato rispetto a quelle che erano considerate le previsioni iniziali. Annunciato tra i principali concorrenti per la corsa ai passati Oscar, "Molto Forte Incredibilmente Vicino" alla fine ha dovuto arrendersi e lasciare spazio ad avversari migliori di lui, ricevendo (forse) a sorpresa solamente due nomination: una per il miglior attore non protagonista e l'altra per il miglior film, attribuita, pensiamo, più per cortesia che per merito.

Il fatto è che l'argomento "11 Settembre", in America, ancora oggi è considerato una ferita.
Aperta o cicatrizzata che sia, comunque delicatissima e troppo, troppo importante per essere trascurata o trattata con mero interesse.

Potrebbe sembrare insensibile quindi affermare ora che quella di Daldry sia un'opera tutt'altro che profondamente emotiva e commovente ma anzi principalmente furbesca e ricattatoria, intenta ad accaparrarsi meschinamente l'approvazione del pubblico raccontando una storia di perdita e di difficile accettazione mettendo al centro un bambino di sette anni divenuto orfano di padre a causa dell'attentato alle torri gemelle. E se questo bambino poi è messo lì a rappresentare l'America, quella del colpo subito, debole e insicura, aggrappata alla ricerca disperata di significati e risposte, tutto lascia pensare ad una scelta progettata appositamente a tavolino impostata a scaldare cuori.

Che poi, a remare contro "Molto Forte Incredibilmente Vicino", non è tanto la preferenza di puntare su una storia rivolta colpire e scuotere trasversalmente l'intero paese americano smuovendo corde piuttosto sensibili, quanto il ricercare, spesso forzatamente, di calcare la mano scivolando in maniera volontaria su un uso di retorica fastidiosa allegata anche al didascalico che spinge ulteriormente il pedale sul messaggio del film senza effettivo bisogno. Preferibile allora costruire una storia onesta e sincera, priva di rimarchi e riferimenti post-attentatori triti e ritriti.

Tratto dall’omonimo romanzo di Jonathan Safran Foer, l’ultimo film di Stephen Daldry quindi non centra pienamente i suoi obiettivi, lasciando un segno profondo solamente con l'interpretazione del meritatamente nominato all'Oscar Max von Sydow, bravissimo a caratterizzare il suo personaggio senza neppure il bisogno di emettere alcun suono vocale. Poco da dire invece sulla breve presenza di Tom Hanks e su quella leggermente più estesa di Sandra Bullock, discreto il lavoro eseguito dal bambino Thomas Horn.

Concludendo dunque, la sensazione molto più forte e incredibilmente vicina è che questa pellicola arrivi in pesante ritardo considerati i tempi. Forse l'America oggi ha superato, per quanto poteva, lo shock subito più di dieci anni fa e il cinema ha affrontato ormai argomenti simili fino alla nausea. Abbastanza perlomeno da recepire adesso qualsiasi messaggio di reazione in maniera decisamente molto meno urgente rispetto a quanto sarebbe potuto avvenire qualche anno fa.

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martedì 22 maggio 2012

Quella Casa Nel Bosco - La Recensione

La casa abbandonata è lo stereotipo per eccellenza quando pensiamo alle ambientazioni dei film horror.
Un mito divenuto protagonista del genere nel corso degli anni, fautore del successo di grandissimi titoli, contenitore del male nella sua forma più pura nonché creatore di uno schema narrativo sfruttato fino alla saturazione. Tanto è vero che ultimamente il ritornello della casa maledetta aveva dato l’impressione di accusare anche un’eccessiva stanchezza, passando da “modello invitante” a “modello superficiale”, opzionato particolarmente da coloro che non erano in possesso di freschissime idee da offrire.

Ma chi ultimamente invece sembra essere davvero carico di idee da offrire è Joss Whedon.
Il papà di “The Avengers” (qui nelle vesti di produttore e co-sceneggiatore) infatti dopo aver sbancato i botteghini di tutto il mondo e battuto record su record grazie all'ultimo giocattolone Marvel, insieme al regista e co-sceneggiatore Drew Goddard (alla sua opera prima) porta in scena un horror curioso ed originale che mira a rivedere i classici cliché ormai assimilati dallo spettatore riscrivendo le regole e le convenzioni del genere. Forte di una sceneggiatura intelligente allora ”Quella Casa Nel Bosco” nasce proprio con l’intento di spezzettare l’archetipo horror più elementare: quello con il gruppetto di giovani amici in viaggio verso una casa sperduta in mezzo al bosco, per un week-end ai limiti dell'esagerazione prevedibilmente destinato a terminare con il loro non ritorno.

A cambiare stavolta però sono il come e il perché.
Due punti cardine sui quali la pellicola di Goddard poggia tutta la sua strategia d'assalto, disegnata a tavolino per far perdere l’orientamento allo spettatore e poi manipolarlo alla stessa maniera di come il team di tecnici manipola i suoi burattini-partecipanti. E così una volta illuso e posto mentalmente in direzioni narrative a lui conosciutissime “Quella Casa Nel Bosco” avvia il processo di modificazione, cambiando, o lasciando cadere, convinzioni e sicurezze e rianimando così la visione con vivace interesse e sbalorditiva imprevedibilità. La perdita della bussola incoraggia abbondantemente la somministrazione di intimidazione e trascina lo spettatore su territori ignoti dove gli diventa praticamente impossibile anticipare mosse e relativi colpi di scena della trama. Non gli rimane altro allora che attendere il roboante twist finale, colmo di suspance e di creature ansiose di invadere la scena (e la strizzatina d’occhio a “The Avengers” sorge spontanea), pregno di splatter e di divertimento, squisito mix anticipatorio dell’inaspettata risoluzione del colossale e oscuro mistero.

E dunque l’horror torna finalmente a riprendere significato e coscienza, si risveglia dal torpore a cui era stato obbligato recentemente e può raccontare una storia, se non altro, inedita e singolare. Seppur alcuni dubbi riguardo certi passaggi di sceneggiatura rimangono tuttora aperti (volontariamente?), la creatura firmata dall’accoppiata Whedon-Goddard rimane decisamente un buonissimo tentativo di novità praticato su di un genere che di novità mostrava averne a disposizione sempre di meno.

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mercoledì 16 maggio 2012

Dark Shadows - La Recensione

Quello di "Dark Shadows" è un Tim Burton tornato (finalmente?) alle vecchie atmosfere, le stesse accarezzate durante i primi anni della sua carriera e considerate ancora oggi, tra i fan più accaniti, le migliori della sua filmografia. Nelle ultime uscite infatti ("La Fabbrica del Cioccolato", "Sweeney Todd" e "Alice in Wonderland") era evidente quanto la sua poetica si fosse orientata, per certi aspetti, verso sentieri un po’ sganciati rispetto ai consueti cui era solito camminare. Non a caso uno dei primissimi motivi che sorprende in maniera davvero positiva di questo suo ultimo lavoro è legato proprio all'opportunità concessa allo spettatore di riapprezzare un Tim Burton nuovamente propenso a divertire (e a divertirsi), ironizzando e giocando col genere horror come non gli capitava da lungo tempo.

Sebbene non è possibile parlare di prodotto Burtoniano di razza, la scelta di aver attinto alla serie televisiva anni sessanta creata da Dan Curtis, con omonimo titolo, si dimostra in brevissimo tempo brillante e azzeccata per il regista di "Edward Mani di Forbice". La rappresentazione della famiglia Collins infatti si incanala alla perfezione coi modelli anticonvenzionali a cui Burton ha sempre fatto riferimento nelle sue storie e l’avere a disposizione questa volta un protagonista vampiro non sembra mai deviarlo nella possibilità di cadere in dei facili stereotipi. Perché il Barnabas di Johnny Depp è un vampiro atipico, maledetto, indaffarato dal suo unico scopo di restituire al cognome della sua famiglia la fama e lo splendore avuti un tempo e adesso perduti. Così, il ricongiungimento del "mostro" alla sua stirpe avvia confronti tra generazioni e creature, originando oltre a un piacevole humour di fondo anche una serie di contrasti tra mostro e uomo dove è sempre il mostro ad uscire più umano dell'essere umano stesso mentre l'essere umano è costretto a emergere nella sua massima sete di potere, avidità e impudenza, risultando, paradossalmente, creatura temibile e pericolosa.

Ma l’importanza dei valori per Burton è qualcosa di infinitamente sacro e qui lo rimarca spesso attraverso il ruolo del sangue, non più vincolato esclusivamente alla rigenerazione vitale del suo protagonista ma connettore capace di istituire un legame indissolubile con la propria discendenza. In esso Barnabas coglie il senso di protezione da conferire alla sua famiglia e stabilisce l’intrigante duello con l'incantevole strega Angelique Brouchard (una spettacolare Eva Green), fautrice del suo incantesimo e in guerra aperta coi Collins fino a che lui non si decida a donargli amore eterno. Insieme i due danno letteralmente il meglio di loro stessi rendendosi protagonisti di un paio di scene destinate a rimanere nella mente dello spettatore per lungo tempo.

Insomma, “Dark Shadows” sa rendersi senza alcun dubbio meritevole di essere visionato, porta in sé moltissimo degli elementi distintivi del suo regista e conosce abbastanza bene i metodi per intrattenere senza fatica. Tim Burton si riscopre a suo agio in delle vesti che aveva temporaneamente accantonato, non sarà ai suoi massimi splendori eppure rimane comunque un gran bel vedere.

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sabato 5 maggio 2012

Hunger Games - La Recensione

Mentre manca ormai davvero poco al tramonto cinematografico di “Twilight”, arriva sullo schermo un altro fenomeno letterario che si appresta a raccogliere la sua eredità, si tratta di “Hunger Games”, la trilogia di romanzi sci-fi scritta da Suzane Collins, la quale, per l’occasione, si è impegnata anche a curare la trasposizione cinematografica del primo capitolo, scrivendo la sceneggiatura assieme alla complicità di Billy Ray e del regista Gary Ross.

In un futuro non definito, il governo della nazione di Panem, per reprimere le insurrezioni del suo popolo, ha istituito un evento denominato Hunger Games. Si tratta di una specie di reality show a cui sono obbligati a partecipare tutti i dodici distretti che compongono la nazione, impegnandosi ad offrire regolarmente, e a ogni edizione, una coppia di concorrenti maggiorenni e di sesso opposto scelti a estrazione (i tributi). Riuniti, i ventiquattro concorrenti vengono trasferiti nella città di Capitol City, luogo in cui viene svolto l’evento, i giovani verranno addestrati ed esposti sotto i riflettori dei media, prima di essere infine liberati sul campo di battaglia dove avranno il compito di uccidersi a vicenda finché non rimarrà un solo sopravvissuto, il vincitore.

Come largamente osservato già in molteplici occasioni, un assunto simile era stato fornito appena qualche anno fa in “Battle Royal”, pellicola giapponese diretta da Kinji Fukasaku e propagandata ampiamente dalle infinite lodi tessute da Quentin Tarantino. Sebbene sia corretto affermare che “Battle Royale” e “Hunger Games” sono due lavori assolutamente scissi l’uno all’altro, diviene inevitabile e ancor più onesto riconoscere anche la forte assonanza che lega i due titoli, talmente analoghi da non poter sfuggire ad alcune considerazioni. A penalizzare gravemente “Hunger Games” infatti sembra proprio la non possibilità di potersi sporcare le mani come invece non aveva affatto paura di fare il suo disconosciuto fratellastro. La decisione di volersi orientare verso un pubblico di teenager ingabbia notevolmente la possibilità di rispettare la crudissima fame dei giochi promessa dal titolo mentre non trova alcun problema nel momento in cui c’è bisogno di incoraggiare la costruzione degli, ormai stancanti e ripetitivi, intrighi amorosi e sentimentali della categoria. Ciò provoca una larga dispersione non appena il film tenta di denunciare il bisogno efferato odierno di alimentare ad ogni costo lo spettacolo televisivo da somministrare al pubblico, oscurando completamente la violenza, fonte principale dell'audience del format.

I risultati ottenuti dal lavoro di Fukasaku erano stati indubbiamente molto più propositivi rispetto quelli raggiunti da Gary Ross in questa sua “(non)copia” americana. Ross sceglie di privilegiare la stravaganza dei soggetti e degli ambienti benestanti, rappresentando ripetutamente un mondo eccentrico e inverosimile in cui lo spettacolo violento e disumano dei giochi viene vissuto con pura attrazione e divertimento. Si prende il pregio di riuscire a consegnare in poche scene il giusto spessore all’ottimo Haymitch di Woody Harrelson, e a sfruttare abbastanza bene il talento della bravissima e bellissima Jennifer Lawrence. Ma la sensazione finale rispetto a “Hunger Games” resta sempre quella di aver censurato qualcosa di troppo, di aver curato, forse in maniera eccessiva, dettagli che sarebbero potuti passare tranquillamente in secondo piano. Scelte registiche che invece non sono passate nemmeno per un attimo nella testa di Fukasaku, il quale aveva preferito, senza alcun cruccio, di trascurare pesantemente sia sceneggiatura che preamboli per favorire molto di più il sangue, la violenza e la crudeltà. Volente o nolente, sono due facce differenti di una stessa medaglia. Su quale scommettere è una scelta vostra.

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