IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

mercoledì 29 agosto 2012

Ribelle: The Brave - La Recensione

Se con “Cars 2” aveva lasciato intorno a sé un alone di grande delusione, con “Ribelle: The Brave” la Pixar si rimette prepotentemente in carreggiata. E' lampante che la mano non è ancora quella salda e creativa a cui ci aveva generosamente abituato ma lo spunto vincente stavolta c’è, eccome. Proviene dalla scomposizione della favola classica, quella con la principessa destinata a congiungersi al suo principe azzurro, riscritta e corretta tramite l'inserimento di nuove regole e attraverso la caratterizzazione della protagonista Merida: ostinata principessa guerriera alla ricerca della sua libertà e assolutamente riluttante a sottostare alle regole di corte che ora la vedono obbligata a fidanzarsi con uno dei suoi pretendenti.

La libertà di poter scegliere in autonomia cosa fare della propria vita, e essere, di fatto, padroni del proprio destino, però è solamente il motore vivacizzante di “Ribelle: The Brave” e non il tema principale. La pellicola, diretta in una prima fase da Brenda Chapman (sceneggiatrice insieme a Irene Mecchi) e passata poi in corso d'opera nelle mani di Mark Andrews, raggruppa infatti il suo cuore pulsante integralmente sul rapporto madre/figlia e sul loro legame da ricostruire perché rovinato da una difficoltà di comunicazione. La distanza apparentemente incolmabile tra le due solide figure genera un attrito che taglia letteralmente a metà il nucleo famigliare e, avvalendosi di un'approssimativa parentesi magica, lo altera fino a costringere le due inamovibili montagne ad allearsi e a camminare fianco a fianco ma soprattutto ad ascoltarsi l’un l’altra. Il loro percorso di mediazione è la rotta con la quale la storia raggiunge il massimo apice emozionale e sentimentale, prima di virare poi verso un finale abbastanza scontato in cui entrambe porteranno a termine positivamente il tortuoso processo di maturazione e cambiamento.

L’ultimo lavoro di casa Pixar si presenta allora come una favola prettamente al femminile (ed è una novità per la casa d'animazione californiana) volta ad arginare gli interventi di ogni personaggio maschile ai margini della narrazione e ad esaltare in maniera spiccatissima la figura della donna. Sono loro a tenere le redini di corte e ad evitare che i stupidi, giganteschi mariti cadano in facili e banalissime risse da bar o gettino alle ortiche un lunghissimo accordo di pace. Ambientato in una Scozia medievale riprodotta digitalmente in maniera meravigliosa, "Ribelle: The Brave" riesce così a far tornare alla mente le stesse atmosfere dei vecchi film Disney di una volta, quelli di moltissimi anni fa, prima che il modello “Toy Story” rivoluzionasse letteralmente il modo di fare animazione.

A onor del vero, ci troviamo di fronte a un nettissimo passo avanti, a un titolo di tutto rispetto capace di divertire, commuovere e intrattenere spettatori di qualunque età, nessuno escluso. Non sarà il solito invocato capolavoro ma pretendere ogni volta che la Pixar sforni un “Up” o un “Toy Story 3” sarebbe da parte nostra una richiesta pretenziosissima. Per adesso la creatura di Steve Jobs ha voluto limitarsi a riprendere lo scettro che aveva perduto qualche anno fa e nel farlo ha dedicato proprio alla memoria del padre le magnifiche gesta compiute.

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venerdì 24 agosto 2012

I Believe in Christopher Nolan: risposta ai dubbi sul Cavaliere Oscuro

Precisiamo: non si può parlare attentamente de "Il Cavaliere Oscuro: Il Ritorno" senza prima essere partiti dal principio. E per principio in questo caso non si intende quello dell'uomo pipistrello, e quindi "Batman Begins", ma bensì quello dell'uomo dietro la macchina da presa, e quindi Cristopher Nolan e il suo "Following". Bisogna tornare infatti al lungometraggio di quattordici anni fa per giustificare un epilogo che altrimenti, ad un occhio immacolato e critico, oggi potrebbe apparire deludente.

Chi ha visto il primo, sorprendente, lavoro del regista inglese avrà capito assolutamente a cosa mi riferisco: la scena della rapina a casa di uno dei due protagonisti che sulla porta d'entrata raffigurava un adesivo con il simbolo di Batman. Nulla era ancora scritto. Nolan era uno sconosciuto alla ricerca del successo. Eppure in quell'immagine il suo destino sembrava già scolpito. Adesso è normale pensare che nulla avvenga per caso e che se su quella porta era presente Batman e non Spider-Man un motivo c'era eccome. E il motivo non poteva altro che essere l'amore di Nolan verso Bruce Wayne e il suo alter ego.

Questo dovrebbe bastare a giustificare dunque il mistero per cui in questo ultimo capitolo il regista si lasci un po' andare, offrendo una trama principale meno accurata delle precedenti e tirando dritto con il solo interesse della tessitura di una conclusione commovente e sentimentale, la migliore con cui congedare senza rimorsi la sua icona preferita. E non è la prima volta nel cinema che un regista troppo attaccato al soggetto del suo lavoro si lascia coinvolgere in maniera eccessiva nell'opera fino perdere il suo sguardo lucido e meticoloso. Era successo anche a Peter Jackson con "King Kong” e a Quentin Tarantino con "Inglourious Basterds" (entrambi capolavori), inevitabile adesso appaiare a loro Christopher Nolan, il quale, affaccendato a sistemare la parola fine alla sua operazione, deve aver perduto di vista alcune piccole attenzioni che mai avremmo pensato potessero venire a mancare a un regista della sua stazza.

E allora può sorgere il grande, grandissimo dubbio, che quei famosi buchi (o errori) di sceneggiatura presenti nel film, e che tanto stanno facendo discutere in rete, potrebbero non essere poi tanto frutto di una distrazione o di un caso ma di un possibile giro forzato di tagli su di una pellicola che integralmente, così come concepita, magari avrebbe sforato abbondantemente le tre ore, durata davvero troppo lunga per un cine-comic. E se veramente dovessero esserci stati, sicuramente questi tagli a Nolan saranno costati delle ferite dolorosissime ma al tempo stesso lo liberavano da un obbligato quarto episodio o dalla lanciatissima moda della divisione dei finali in due parti.

Insomma, inutile starsi ancora a chiedere se "Il Cavaliere Oscuro: Il Ritorno" sia un capolavoro o una delusione. La verità, al solito, è nel mezzo. E il mezzo stavolta è il cuore. Il cuore di un regista che ha probabilmente realizzato uno dei sogni della sua vita, lasciandosi coinvolgere completamente nel ridar vita cinematografica al suo amatissimo super-eroe. E così, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, Christopher Nolan ha ultimato con onore una delle trilogie più discusse e leggendarie della storia del cinema, ritagliandosi di diritto un posto tra i migliori cineasti in attività. Ma di questo il simbolo di Gotham non può considerarsi unico o principale artefice.


mercoledì 22 agosto 2012

Il Cavaliere Oscuro: Il Ritorno - La Recensione

Nessuno quattro anni fa avrebbe immaginato che “Il Cavaliere Oscuro” sarebbe stato il penultimo capitolo della strepitosa saga di Christopher Nolan dedicata a Batman. Eravamo certi, anzi, che il paladino di Gotham City avrebbe goduto ancora a lungo di quello splendore cinematografico mai calcato prima e l’addossamento della colpa per la morte del procuratore distrettuale Harvey Dent mai sarebbe bastato a tenerlo distante dalle strade e dai grattacieli della sua città.

Certo, i fatti oggi ci dicono che ci sbagliavamo di grosso su l’intera linea. Perché “Il Cavaliere Oscuro: Il Ritorno” non solo sbarca per concludere l’epica epopea di Batman consegnandola a trilogia ma ci mette anche di fronte a un Bruce Wayne eremita zoppicante, ritiratosi nella sua dimora e restio a riprendere i contatti con il mondo esterno e tantomeno con la sua gloriosa creazione.

Nonostante ciò però il tributo finale di Christopher Nolan all’uomo pipistrello è più o meno quello che ci si poteva attendere (o sperare) alla vigilia: una storia che segue la falsa riga delle precedenti e che si riallaccia fino alle origini per poi chiudere il cerchio e devolvere giusta fama a colui che per difendere la propria gente ha messo in gioco tutta la sua persona, nome compreso, dimostrando di essere disposto ad esalare persino l’ultimo respiro se ritenuta cosa utile per mantenere viva una popolazione considerata dalle forze maligne degradata e incurabile. “Il Cavaliere Oscuro: Il Ritorno” compie allora un destino quasi prestabilito, servendosi questa volta di un cattivo imponente come Bane -diversissimo, per certi versi, da quello che era stato il Joker di Heath Ledger- interpretato da un muscoloso Tom Hardy, di poche parole e coperto da una parziale maschera attorno al viso ingombrante abbastanza da renderlo irriconoscibile e da farlo parlare con una inquietante voce metallica (nella versione italiana malamente doppiato da un Filippo Timi quasi sempre eccessivo e fuori tono).

Tuttavia la carne al fuoco da gestire stavolta è tanta, troppa forse, anche per una pellicola di centosessantacinque minuti. Eppure Nolan riesce li dove Sam Raimi aveva fallito anni fa, gestendo efficacemente una lunga quantità di personaggi senza appesantire minimamente l’intero flusso della narrazione. La sua ottima capacità di sceneggiatore l’aveva dimostrata ampiamente in passato e, per quanto siano presenti degli errori e delle “licenze poetiche” su cui si potrebbe (e dovrebbe) chiudere un occhio, qui stupisce nuovamente con un lavoro di scrittura molto trattato e complesso dove spiccano la giusta attenzione ai personaggi, i precisi richiami a “Batman Begins”, i riusciti colpi di scena e una buona gestione degli intrecci. Purtroppo nella parte registica si concede invece a dei momenti a volte confusionari, specie nelle scene in cui a padroneggiare devono essere la velocità e il ritmo, con il risultato definitivo di un capitolo decisamente meno avvincente dei precedenti, destinato magari ad imprimere un’ impronta più flebile, ma comunque forte di un finale sontuoso che probabilmente arriva come il regalo più bello che Nolan potesse fare al suo amato protagonista.

L’identità raffigurata dal Bruce Wayne di Christian Bale si va quindi a specchiare alla perfezione con le altre personalità tormentate dal passato e alla ricerca di redenzione e di un nuovo inizio che Christopher Nolan ha mostrato ripetutamente nella sua filmografia. Ma il regista di “Inception”, con Batman, si è preso inoltre la libertà di istituire un suo modello personale di 007 (l’amore del regista per il personaggio di Ian Fleming è noto): una tipologia di agente mascherato che agisce in totale anarchia e provvisto di attrezzature ipertecnologiche per contrastare il male puro in ogni sua forma e decretare giustizia. Allo stesso tempo poi è riuscito addirittura a spingersi oltre, cambiando il modo di concepire i blockbuster all’interno del sistema cinematografico hollywoodiano e restituendo contemporaneamente grande spolvero ad un supereroe che al cinema (e dal cinema) era stato letteralmente affossato e dimenticato.

Ecco, se fossimo nelle vesti del commissario Gordon, adesso, dovremmo andare a cercare Nolan per ringraziarlo del magnifico operato compiuto, malgrado lui, proprio come il suo eroe, sarebbe indubbiamente contrario a qualsiasi genere di ringraziamento. Ma sfortunatamente, e esattamente come accaduto a Batman, per le strade c'è sempre qualcuno incline a criticare e a giudicare con disapprovazione chiunque si renda protagonista di gesta leggendarie. Queste persone non possono che andare ad occupare la parte del torto, ignare, tra l’altro, di quanto inconsciamente quelle loro negative analisi non facciano altro che ampliare a dismisura il valore di qualcosa che già di per sé è, e resta, notevolmente grande.

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venerdì 10 agosto 2012

The Bourne Legacy - La Recensione


Jason Bourne è ormai un fuggiasco di cui si sono perse le tracce mentre la sua esistenza è stata resa un fatto di dominio pubblico. La CIA non potendo permettersi di entrare al centro di un enorme scandalo che la vedrebbe negativa protagonista cerca di nascondere le prove eliminando diversi dei suoi esperimenti, nello specifico i soggetti esposti al programma Outcome, uno dei successivi nati dopo Treadstone. Tutti gli agenti impiegati perciò vengono fatti fuori ad eccezione dell’unico sopravvissuto, Aaron Cross, che lesto riesce a scampare alla sua esecuzione e a fuggire alla ricerca di risposte.

La continuazione della saga di Jason Bourne passa per il volto di Jeremy Renner e per le mani di Tony Gilroy, la stessa persona che aveva sceneggiato la trilogia con Matt Damon e che stavolta oltre a riprendersi i panni di sceneggiatore (assistito dal fratello Dan) decide di assumersi anche quelli di regista.

The Bourne Legacy” finisce dunque con il fruire di una fisionomia assai differente in confronto a quella a cui eravamo abituati: primo perché lo sguardo di Gilroy di certo non è lo stesso di Paul Greengrass e secondo perché il non prediligere un uso della camera a mano e né tantomeno un occhio fisso puntato sul protagonista principale cambia indubbiamente i connotati del prodotto. Ciò che privilegia Gilroy infatti è l’attenzione di uno sguardo esteso, convogliato ad abbracciare la narrazione nel pieno dei suoi dettagli e dei suoi intrighi, quindi più distaccato e, di conseguenza meno interessato, all’esplorazione degli interrogativi e dei turbamenti di un personaggio in particolare. Così Aaron Cross, il personaggio di Jeremy Renner, viene di fatto convertito in parte integrante del contesto e mai utilizzato come monopolio dello stesso, salvo quando obbligatorio durante la fase energica e maggiormente adrenalinica della pellicola.

Va da sé allora che “The Bourne Legacy” ricava proprio dal suo controllo e dalle sue riflessioni gli elementi essenziali che lo aiutano a classificarsi principalmente come thriller-politico anziché come action-movie. L’azione parte integrante dei precedenti episodi qui viene lesinata per oltre un ora e poi scaricata in dose massiccia solamente durante l’ottimo climax finale. Prima di questo c’è il grande spazio riservato alla delicata fase di raccordo impegnata a legare gli accadimenti conclusivi di “The Bourne Ultimatum” con quelli introduttivi sciorinati in questo e, in successione, il modesto approfondimento sui mezzi e gli esperimenti eseguiti dalla CIA, la quale consciamente non si risparmia a considerarsi –tramite le parole di Byer, interpretato da Edward Norton - umanamente condannabile ma pur sempre necessaria.

Tony Gilroy realizza pertanto un prolungamento di Bourne fatto a sua immagine e somiglianza che nella prima parte ricorda molto il suo “Micheal Clayton” mentre nella seconda si sveglia bruscamente e aderisce meglio al nome che porta addosso. Nulla da dire sulla scelta del cast, Jeremy Renner al posto di Matt Damon è una scelta azzeccata -ma aveva ampiamente dimostrato quanto ruoli del genere sembrino costruiti appositamente per lui- e Edward Norton, neanche a dirlo, è la stabile certezza.

E’ vero, siamo decisamente un paio di gradini sotto la trilogia originale, con uno spettacolo più ragionato e meno sporco, ma abbiamo dalla nostra la serena convinzione che, raddrizzando un pochino il tiro, questa saga potrà continuare a soddisfare pienamente il (suo) pubblico per molto e molto altro tempo ancora.

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giovedì 9 agosto 2012

I Mercenari 2 - La Recensione

La vecchiaia, si sa, arriva per tutti, e per chi ha passato una vita a fare il duro andare pensione non deve essere proprio il massimo. Fingere che i tempi non ci abbiano scalfito neanche un pochino però sarebbe uguale a voler mantenere una posizione disonesta e poco credibile e perciò le uniche possibilità da dover prendere in considerazione rimangono quelle di farsi da parte o di operare con prudenza.

Sylvester Stallone aveva messo a tacere le voci sulla sua presunta voglia di non invecchiare già in “Rocky Balboa”, quando, tornato a combattere in età avanzata, aveva avuto la compiacenza di non mostrare al pubblico un Rocky arrugginito ancora capace di fare strage sul ring. Ma la voglia di successo per chi è stato da sempre abituato a spaccare musi non può essere calmata interminabilmente da eterni pareggi, e così come lui, si trovavano nello stesso status anche altri grandi duri del cinema anni ’80 e ’90: da Bruce Willis a Arnold Schwarzenegger, procedendo poi per Jean-Claude Van Damme e Chuck Norris. Tutte icone del passato finite a sedere su una poltrona o in qualche scadente titolo di serie-b dimenticato ancor prima di uscire.

E allora perché non sfruttare il marchio libero de “I Mercenari” per creare un qualcosa di unico: una pellicola testosteronica dove le grandi star del vecchio cinema d’azione si divertono a crepapelle e ironizzano su loro stessi, sul loro passato e sul loro presente?

Ecco svelata la vera missione de “I Mercenari 2”, creatura brevettata proprio da Sylvester Stallone due anni fa e ereditata oggi da Simon West che sale al timone della regia migliore che gli potesse capitare. In questo capitolo non c’è voglia e bisogno di intavolare una trama per arrivare all’azione, appena si spengono le luci in sala infatti siamo già catapultati nella più trucida e coatta azione possibile. Di questo passo è lecito aspettarsi che le cose andando avanti possano solo migliorare e, a tal proposito, non c’è da preoccuparsi perché così sarà. La passerella di muscoli, armi, combattimenti e battute ficcanti è infinita e l’entrata in scena di alcuni personaggi sarà certamente accompagnata da applausi scroscianti e ovazioni clamorose (solo un nome: Chuck Norris), l’alchimia tra maschi alfa inoltre risulta essere oliata benissimo e organizzata perfettamente come i duetti “provocatori” tra Stallone e Statham o quelli “armonici” tra Schwarzenegger e Willis, da molti già reputati da antologia.

I Mercenari 2“ non è altro che il film che ti aspetti una volta visto il trailer o la locandina, anzi, è ancora meglio. Perché si permette il lusso di far godere lo spettatore di uno spettacolo maschio senza precedenti e di fargli spegnere il cervello impegnandolo esclusivamente a raccogliere pop-corn dalla scatola. E poi se proprio qualcuno vorrà fare un piccolo sforzo potrà adoperarsi a rintracciare tutti i riferimenti alle pellicole che hanno reso celebri i protagonisti disseminati qua e là intorno alla storia tra prese in giro e frasi ad effetto.

Non credo sia presto per affermare che West e Stallone insieme abbiano dato vita a un prodotto gustoso ed incredibile. “I Mercenari 2” è uno spasso assoluto da vedere e rivedere ogni qual volta si ha voglia di uno spicciolo ma efficace film d’azione, un occasione per farsi quattro risate in compagnia magari proprio durante quelle serate per soli uomini tra birra, patatine e rutto libero.

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mercoledì 1 agosto 2012

[REC] 3: Genesis - La Recensione

Un Paco Plaza orfano di spalla del fedele amico Jaume Balaguerò prosegue da solista la storia della diffusione del virus aggressivo capace di trasformare gli esseri umani in animali rabbiosi e affamati di carne.

[REC] 3: Genesis” nasce cronologicamente come terzo e penultimo capitolo della quadrilogia iniziata cinque anni fa –e destinata a concludersi con un Apocalypse già annunciata– ma i fatti che racconta, in realtà, si svolgono temporalmente in parallelo a quelli avvenuti nel primo capitolo.

La zona rossa stavolta è la villa dove stanno celebrando il loro freschissimo matrimonio gli sposini Koldo e Clara, circondati da una folla di invitati in giubilo e del tutto ignara delle circostanze che a breve trasformeranno un giorno di esclusiva felicità nel peggiore mai immaginato. Ma “[REC] 3: Genesis” sceglie di non risultare troppo prevedibile e di non farsi carico quindi solo del suo marchio di fabbrica –tra l'altro in forte affaticamento– per cui tenta di sorprendere leggermente tutte le aspettative presunte non investendo le proprie risorse interamente sulla tensione e il terrore ma inventandosi una tragedia romantica alla Romeo e Giulietta da innestare all'interno del suo contesto cupo e spaventoso.

L'infetta storia d'amore di Koldo e Clara diventa così il motore principale dell'intero impianto, soffiando un po' di aria fresca sopra un modello narrativo che, se solo pochi anni fa pareva affacciarsi in maniera piuttosto innovativa, oggi sembra aver subito un rapidissimo esaurimento con prossima fermata obsolescenza. Perché “[REC] 3: Genesis”, forza dei sentimenti a parte, non ha niente di nuovo da aggiungere alla propria causa, e, tolti alcuni divertenti momenti di inaudita violenza (lo sfogo aggressivo di un rappresentate della SIAE su un infetto) e la fuoriuscita a sorpresa di una sposa agguerrita e determinata a ricongiungersi al neo-marito, somiglia molto a un bis senza pretese rivolto più a radunare i fan affezionati che altri interessati.

Stando a ciò, e in attesa di vedere come Balaguerò e Plaza abbiano deciso di inserire la parola "fine" al loro fortunoso franchise, bisogna ammettere che le capacità di sconvolgere il pubblico padroneggiate una volta dalle mani dei due cineasti spagnoli al momento sembrano attraversare un periodo di parziale crisi. In questo terzo capitolo si registra addirittura l'abbandono di una delle caratteristiche fondamentali che avevano contraddistinto il loro marchio: l'utilizzo della camera a mano in stile amatoriale. Bastano i primi venti minuti infatti per abbandonarla definitivamente a favore di una ripresa del tutto classica, la solita cinematografica per intenderci.

Insomma, i tempi della proiezione stampa a Venezia sono lontanissimi, per farci balzare dalla poltrona oggi c'è bisogno di qualcos'altro. Magari un innovazione. Si, un'altra.

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