IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

giovedì 20 febbraio 2014

[SHORT] Un esperimento chiamato Just Play


Senti, ma il corto?
L'hai finito il corto?
A che punto è il corto?
Come sei messo col corto?
Allora? Quando ce lo fai vedere questo corto?


Per chi non lo sapesse: si, ho girato un corto.
E queste sono più o meno le domande che mi vengono poste da qualche mese a questa parte da amici e parenti che sanno, o hanno saputo, che lo scorso Ottobre ho provato, per divertimento e interesse, a girare qualcosa di mio.
Si trattava di una piccola sceneggiatura che avevo scritto circa un annetto fa, alla quale poi, per motivi vari, ho messo e rimesso mano modificandola e, perché no, anche migliorandola. Un thriller, in sostanza, girato in un unico ambiente in cui quattro amici improvvisamente sono costretti a prendere parte a un gioco surreale e omicida dichiaratamente organizzato da uno di loro.

Ma per parlare della trama ci sarà tempo. In realtà questo post vuole essere solo una risposta a chi si è stancato di farmi quelle domande che accennavo prima, perché perso da ogni speranza.
Si, bè, ecco, sappiate che il corto è pronto. Stiamo inserendo le musiche originali ma il grosso è terminato. Quindi, sia coloro che già sapevano che coloro che hanno saputo solo ora, state tranquilli: nulla è scomparso o finito nel dimenticatoio, tutto verrà alla luce. Nel bene e nel male!

D'altronde questo è stato sempre un luogo in cui si parlava dei lavori degli altri e mi rendo conto che, snaturando io il contesto, automaticamente lo snaturerete anche voi. Quindi nel caso vogliate farmi passare sull'altra sedia, scrivere commenti e/o critiche (e di lavoro da fare ne avrete, eccome!) le porte sono aperte. 
Se la mia prima opera registica ho deciso di intitolarla "Just Play", in fondo, non è pura o bizzarra fatalità.

Direi che per adesso basta così.
Vi lascio giusto un po' di immagini!

A (molto) presto!
Bye, bye!







La troupe al completo

Cast e regista


mercoledì 19 febbraio 2014

Frances Ha - La Recensione

Dal bianco e nero non si direbbe ma la settima fatica del regista Noah Baumbach è la rappresentazione quasi meticolosa di una generazione priva di punti fermi, squilibrata e allo sbando. La generazione contemporanea, insomma, quella chiamata a prendere le redini ma che, purtroppo, non sa nemmeno da che parte cominciare.

Eppure per la Frances Ha del titolo le cose stanno in una forma appena differente: lei sa benissimo cosa vuole, ciò che non paga nella sua vita è il percorso - apparentemente logico - che ha scelto per arrivarci. La sua migliore amica e i suoi coetanei, invece, insistono a girare a vuoto: scelgono e cambiano, lasciano e prendono, inseguono e mollano, volteggiando in tondo ad un'esistenza che sembra non avere né identità di crescita, né di maturazione. Ecco allora come quello di Baumbach si rivela sguardo preoccupato e contemporaneamente nitidissimo, il ricalco privo di sbavature che intercetta e colpisce una classe prossima al trentennio che nulla ha a che vedere con le stesse, meno frastornate, che l'hanno preceduta. Il vagare insistente e a ritroso della dolcissima e sbadata Frances viene assorbito dalla pellicola come fosse un viaggio antropologico nell'intimità e nella psicologia di entità sperdute, afflitte ognuna da un malessere non scelto personalmente ma scaturito dalla mancanza di punti di riferimento ai quali potersi aggrappare per cominciare un cammino ordinato e intercettare la propria strada.

Utilizzando una narrazione intelligente e dosata quindi "Frances Ha" riesce in un compito insieme arduo e paradossale: trasmettere l'ansia e il dolore provato internamente dalle figure che proietta sullo schermo senza l'obbligo di scadere forzatamente in drammi, ma, anzi, tenendo eretta la struttura divertente e leggera della commedia che predilige. La sensibilità e l'allegria di Greta Gerwig sono imprescindibili sotto questo aspetto, la vitalità dell'attrice e la capacità del suo personaggio di non abbattersi mai in alcuna situazione sono armi fondamentali che aiutano a rendere frizzante e mai monotono un panorama sbiadito e stanco, non appesantendo il contesto affatto positivo per il quale, in alcune circostanze, si riesce persino a provare senso di pena.

Lo scopo è quello di guardare alla negatività con sguardo positivo, dicono sia Baumbach che la Gerwig (che ha collaborato insieme al regista alla scrittura della sceneggiatura), mentre con tocco dolce e delizioso ammettono le difficoltà oggettive di una realtà e di un futuro, ora come non mai, carico di incertezze, paure e false promesse. Il loro consiglio però è quello di non curarsene e di buttarsi, di sfruttare questa desolazione per perdersi lungo il cammino e, chissà, ritrovarsi poi increduli davanti allo stesso traguardo che inseguivamo all'inizio.
Scoprendo, magari, di aver perduto qualcosina ma di aver guadagnato molto, molto di più.

Trailer:

sabato 15 febbraio 2014

La Notte Del Giudizio: Anarchia - Teaser Trailer Originale


Arriva, come promesso, il primo teaser trailer di "La Notte Del Giudizio: Anarchia", il seguito del thriller che ha conquistato il box office americano della scorsa estate. Scritto e diretto da James DeMonaco (già autore del primo) potremo quindi vedere il secondo capitolo de "La Notte Del Giudizio" nei nostri cinema a partire dal 19 Giugno.

Teaser Trailer Originale:


Data di Uscita: 19 giugno 2014
Facebook: https://www.facebook.com/lanottedelgiudizio
Twitter: https://twitter.com/nottegiudizio

I Mercenari 3 - Teaser Trailer Italiano


Prime immagini per "I Mercenari 3", l'adrenalinico film di Patrick Hughes con Sylvester Stallone, Jason Statham, Jet Li, Antonio Banderas, Wesley Snipes, Dolph Lundgren, Mel Gibson, Harrison Ford e Arnold Schwarzenegger.

Teaser Trailer Italiano:

Jack Ryan: L’Iniziazione - Trailer Italiano Ufficiale


Disponibile il trailer italiano ufficiale di "Jack Ryan: L’Iniziazione", pellicola diretta da Kenneth Branagh, con Chris Pine, Keira Knightley, Kevin Costner e Kenneth Branagh. Basata sui personaggi creati da Tom Clancy il film uscirà nei cinema giovedì 20 Marzo 2014.

Trailer Italiano Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale): Jack Ryan, giovane analista della CIA sotto copertura, scopre un complotto russo per mandare in crash l'economia degli Stati Uniti con un attacco terroristico.

300: L'Alba Di Un Impero - Un Nuovo Trailer Italiano


Nuovissimo trailer ufficiale, italiano, per "300: L'Alba Di Un Impero", il nuovo film di Noam Murro, al cinema dal 6 marzo 2014, con Sullivan Stapleton, Eva Green, Lena Headey, Hans Matheson, David Wenham, Rodrigo Santoro.

Nuovo Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale): Tratto dall'ultimo romanzo a fumetti di Frank Miller, Xerxes, e raccontato nello stesso stile visivo mozzafiato del campione d’incassi “300”, questo nuovo capitolo della saga epica sposta l’azione su un nuovo campo di battaglia, il mare, dove il generale greco Temistocle tenta di unire tutto il suo popolo, alla testa di una carica che cambierà il corso della guerra.
"300: L’Alba di un Impero” vede il ritorno di Temistocle contro la massiccia invasione da parte delle forze Persiane, guidate dall'uomo trasformato in Dio Serse e da Artemesia, vendicativa comandante della Marina persiana

Monuments Men - La Recensione

E' un George Clooney diverso il regista di "Monuments Men", per sua stessa ammissione meno cinico e più solare, con lo stesso bisogno di dire eppure scarico della convinzione compatta e decisa di cui è sempre stato portatore sano.

Non c'è che dire, il respiro disteso cercato dopo gli ultimi corpulenti titoli porta Clooney ad adottare in questa uscita un ritmo di tutt'altro spessore, un ritmo più compassato, pacato, sorretto da toni leggeri e da un cast prettamente impostato in modalità commedia. Tuttavia lo spunto è decisamente serio e drammatico, estrapolato dal libro Monuments Men. Eroi alleati, ladri nazisti e la più grande caccia al tesoro della storia di Robert M. Edsel in cui un gruppo di esperti d'arte improvvisati soldati si assume la responsabilità di recuperare e di restituire in corso di guerra le varie opere d'arte/capisaldi, sequestrate da Hitler e dai nazisti in giro per l'Europa. Una storia vera, quindi, in cui ad essere esaltati più che le battute sono i valori culturali e la Storia che ci appartiene, l'importanza e la salvaguardia delle nostre radici che oltrepassa l'oggetto e la materia per assumere valenza inestimabile da preservare e difendere ad ogni costo. Ci si chiede spesso infatti in "Monuments Men" se in piena Seconda Guerra Mondiale, tra stermini, uccisioni e battaglie per il territorio, valga la pena rischiare l'ennesima vita di uno o più uomini per un oggetto come un quadro piuttosto che una statua, e la risposta, che a inizio giro era indubbiamente negativa, si trasforma man mano di fronte alla maestosità e alla presa coscienza dell'importanza che l'arte sa assumere nella vita e nel tempo, lasciando il segno di chi ha vissuto senza mai dimenticarlo.

E allora si, è un Clooney meno cinico e volenteroso di buonismo, verissimo, ma nemmeno così tanto alla fine, poiché - nonostante non ci permetteremmo mai di contraddire George - la sensazione è che di questo umorismo c'erano sicuramente le intenzioni teoriche ma non tanto le volontà pratiche. La percezione almeno spinge ad assorbire questa pellicola come un oggetto nato per uno scopo al quale poi, per sensibilità oggettiva, si è rifiutato di concedersi, come se si fosse attivata automaticamente in lui una sorta di regolazione la quale si rifiutava di adempiere agli ordini iniziali perché giudicati, in corso d'azione, eccessivamente sottili per le tematiche in ballo.

Perciò "Monuments Men" rallenta spesso, s'ingolfa, riflette, analizza il cammino e cambia rotta per ripartire, lo fa in varie occasioni perché non è in grado di fare il soldato scelto e spedito come all'inizio si era prefissato, rispecchiandosi in questo modo - magari non volutamente - nei comportamenti delle stesse personalità che racconta. George Clooney per la prima volta nella sua carriera registica, perde il filo e tentenna, ha a disposizione un cast stellare da cui non riesce a tirar fuori il meglio e realizza senz'altro un'opera rilevante e di spessore ma con la verve di chi forse, quando aveva deciso di mettere da parte il cinismo, dentro di sé non era poi così convinto.

Trailer:

Sotto Una Buona Stella - La Recensione

Potremmo battezzarlo coerente il percorso che Carlo Verdone ha intrapreso da qualche anno a questa parte, periodo nel quale il suo sguardo e la sua comicità non sono riusciti a restare indifferenti ai cambiamenti e alle pressioni subite da un paese come il nostro, il quale - ce lo dicono parecchi allarmi - con la sofferenza non ha smesso di fare i conti.

Parlare di crisi è secondario calcolando che, per gioco forza, è diventata parte integrante del contesto abitudinario e ordinario. E lo è persino il discorso legato alla disoccupazione, che Verdone aveva trattato e approfondito largamente e ironicamente nel suo precedente "Posti in Piedi in Paradiso", allo stesso modo di come aveva trattato un'altro argomento che proprio in quella pellicola veniva però solamente accarezzato: quello relativo alla risorsa dei giovani, utilizzati come linfa vitale e punto a capo da cui ripartire. E precisamente da li allora "Sotto Una Buona Stella" riprende a tirare le fila, elaborando quel tema e guardandolo soprattutto da un punto di vista meno ironico e più drammatico, nulla a che fare con la positività di fondo da cui si era partiti. Verdone suggerisce l'intenzione di voler smuovere il suo pubblico, e la voglia di scherzare stavolta, forse, è meno urgente del solito, stiracchiata diciamo, nonostante a fargli da spalla abbia scelto una delle migliori attrici comiche che il nostro panorama cinematografico metta a disposizione.

L'Italia è un paese per vecchi, insomma, e a dirla tutta lo sapevamo, ma ancora peggio l'Italia, secondo Verdone, è un paese che non ha la minima intenzione di volersi rialzare: la scena in cui lui stesso da al proprio figlio in partenza per Londra la risposta "tanto non torni più!”, è la fotografia stampata di un malessere orientato a giungere a compimento anziché esser contrastato. Detto questo, e dunque avendo tracciato lo spazio, c'è da discutere purtroppo anche sul riempimento, la cornice, che obiettivamente spiazza abbastanza, lasciando molto a desiderare. Ultimamente il calo registico da parte di Carlo Verdone era finito sotto gli occhi di tutti, lui stesso aveva dichiarato di volersi ritirare dal mestiere d'attore per dedicarsi pienamente a quello della regia, ma le inquadrature svogliate e la scenografia povera, quasi di stampo teatrale, selezionate per questa pellicola restituiscono una pochezza, asettica e preoccupante, ai limiti dell'accettabile.

Parentesi a parte merita la dose di comicità che - come accennato - pensiamo sia stata ridotta per scelta e non per mancanza d'ispirazione, sebbene nelle scene studiate appositamente per dare spazio alle risate, una percentuale sostanziosa di ruggine e poca brillantezza comunque è tangibile. Dispiace il non poter raccogliere dall'accoppiata tanto inedita quanto fantastica Verdone/Cortellesi il tasso spesso di divertimento che ci si aspettava in partenza, gli scambi ritmati e melodici tra i due restano, ma l'affondo dovuto a quella dose di negatività e dispiacere che cosparge la pellicola è maggiormente incisivo. Come se "Sotto Una Buona Stella" faccia fatica ad accettare di dover essere solo e per forza una commedia spensierata.

Trailer:

domenica 9 febbraio 2014

Smetto Quando Voglio - La Recensione

Breaking Bad, The Big Bang Theory, Romanzo Criminale, l'Italia, il precariato, la crisi.

No, non è un indovinello, non c'è da scovare nessun intruso, è la formula scientifica che il giovane autore (stavolta forse è il caso di dirlo) Sydney Sibilia ha utilizzato per mettere in piedi il suo primo, caleidoscopico, lungometraggio.

Avvalendosi di un fatto di cronaca realmente accaduto - quello legato alle Smart Drugs, ovvero alle droghe non ancora (ri)conosciute dalla legge e, quindi, legali - e rubicchiando spunti un po' qui e un po' la - specie dalle serie televisive americane degli ultimi anni - "Smetto Quando Voglio" sboccia neanche fosse un Frankenstein da laboratorio, una creatura dai lineamenti però non troppo marcati, semmai levigati relativamente con cura per ottenere un estetica sporca ma comunque affascinante. 

Che il talento facesse parte dei connotati di Sibilia si era notato già apprezzando i suoi tre cortometraggi d'esperienza, determinanti, tra l'altro, per affrontare una storia come questa che si interseca coerentemente con il percorso da lui iniziato in autonomia e per passione. Ridere con la realtà, è questo il motto, una realtà che sa essere più surreale spesso della fantasia più eccentrica, e che sa regalare senza troppi sforzi gli spunti per dei racconti ai quali è sufficiente, infine, donare quel minimo di ironia proporzionata a farli camminare da soli. Ed è semplicemente ciò che "Smetto Quando Voglio" compie, spiccando il volo e distaccandosi dalla massa delle altre commedie italiane industrializzate, impaurite di affrontare il salto ed il vuoto. Perché seppure quello di Sibilia potrebbe considerarsi, si, un salto nel vuoto ma con paracadute, bisogna necessariamente ammettere che un brivido rapido e istantaneo lo restituisce eccome, non lungo quanto si vorrebbe magari, ma vista la situazione che affligge questo genere di prodotti, da valutare come tutt'altro che sgradito. Impossibile infatti trovar dei paragoni recenti a cui affiancare la pellicola, al massimo, quello a cui per certi versi si avvicina di più è "Boris: Il Film", e non solo per la presenza nel cast di Pietro Sermonti, Valerio Aprea e Paolo Calabresi ma per via dell'impronta grottesca, nera e tetra che fa del nostro paese, un luogo sempre più in caduta libera, spaventato dai laureati e dove gli extracomunitari diventano anno dopo anno padroni degli italiani.

Insomma, la fotografia dai colori alterati, volontariamente scelta da Sibilia per dare un tocco digitale e innovativo, fa il paio con l'esaurimento popolare di chi è stufo di essere maltrattato e sfruttato da coloro che invece continuano a ingozzarsi del denaro non illimitato a disposizione. Fa ridere "Smetto Quando Voglio", è vero, come è vero tuttavia che fa ancor di più paura: fa paura perché fa pensare alla delinquenza come unico mestiere rimasto per appagare quei studenti che altrimenti avrebbero buttato il loro tempo sui libri, fa paura perché dipinge un Italia in stato shock e di depressione e, soprattutto, fa paura perché conferma che gli autori interessanti esistono, e sono in circolazione, tutto sta dargli il credito per farli esprimere.

Un esordio non strabiliante ma promettente, quindi, cattivo e audace al punto giusto, al quale speriamo possa esserci oltre che florido seguito persino principio di emulazione degli intestarditi .

Trailer:

sabato 8 febbraio 2014

Un Milione Di Modi Per Morire Nel West - Video di Presentazione e Trailer Red Band Originale


L'autore di "Ted" nonché de "I Griffin" tornerà questa estate (in America almeno) con "Un Milione Di Modi Per Morire Nel West", la sua nuova commedia interpretata, oltre che da Seth MacFarlane stesso, da Charlize Theron, Liam Neeson, Amanda Seyfried, Giovanni Ribisi, Sarah Silverman e Neil Patrick Harris. Di seguito vi mostriamo un video di presentazione fatto insieme all'orsetto Ted e il primo trailer in versione originale red band.

Presentazione di Seth MacFarlane e Ted:


Trailer in Versione Red Band:

Saving Mr. Banks - La Recensione

Il dietro le quinte che portò alla realizzazione, nel 1964, del meraviglioso classico "Mary Poppins", le difficoltà di negoziazione e di rapporto intercorse tra l'imprenditore Walt Disney e la spigolosa autrice del libro Pamela Lyndon Travers, e poi i flashback, quelli di una dolce bambina proveniente da una famiglia modesta, afflitta dai comportamenti immaturi di un padre tanto amorevole quanto irresponsabile.

Ridotta ai minimi termini è questa la polpa contenuta in "Saving Mr. Banks", un backstage gradevole con all'interno un ritratto abbozzato rivolto a caratterizzare la personalità aspra e ruvida di Helen Lyndon Goff (vero nome della Travers). Eppure ciò non sarebbe stato abbastanza per rendere interessante la pellicola e per giustificarne la realizzazione, per cui, dietro alla prima lastra visibile e sottile, è stato indispensabile inserirne anche una seconda, appannata ma non troppo, che lega indissolubilmente l'arte del cinema alla durezza e all'assenza di magia che, il più delle volte, si trovano a circondare la nostra esistenza.

E probabilmente è stato questo il compito dove John Lee Hancock ha rischiato di bruciarsi l'intera posta della sua prestazione registica, ma dove, fortunatamente, è riuscito a non deludere, infondendo a quel paio di scene madri a disposizione una melassa non eccessivamente zuccherosa, ma dolce e amara il giusto da fare inumidire gli occhi e far scendere qualche lacrima senza nauseare. Va detto che non molto della commozione restituita dalla sceneggiatura scritta da Kelly Marcel appare di stampo spontaneo e generoso, e che quella di sentirsi un po' vittime di una messa in scena studiata al millimetro a volte è più di una sensazione, ma perlomeno l'avere evitato di entrare troppo nel drammatico è il segnale di un intercettazione sana e ponderata del senso della misura. Certo è che la Disney - che chiaramente qui ha il privilegio di cantarsela e suonarsela a proprio piacimento - non rinuncia in alcuna occasione a lucidare il suo marchio facendolo brillare di luminosità accecante, e genera un contrasto tra il personaggio di Walt (interpretato da Tom Hanks) e quello della Travers (impersonata da Emma Thompson) obiettivamente discutibile se non addirittura ai limiti del leale, convertendo l'intera solarità in favore del primo e dedicando alla seconda l'infezione, chiaramente curabile, di una negatività assoluta.

Però, per quanto possa sembrare da un lato giusto ma da molti altri sbagliato il non aver voluto sporcare moralmente nemmeno con una goccia una personalità influente come quella di Walt Disney, dobbiamo ammettere che "Saving Mr. Banks" alla fine riesce a raggiungere pienamente gli intenti prefissati, affermandosi come buonissimo prodotto per famiglie e commuovendo laddove annunciava di farlo. Nonostante forse, per chi scrive, la pellicola di Lee Hancock rimarrà più impressa per via della migliore interpretazione di Colin Farrell al cinema e per la gran voglia depositata di rivedere il capolavoro di cui tanto narra la gestazione.

Trailer:

mercoledì 5 febbraio 2014

A Proposito di Davis - La Recensione

Che sia la musica folk l'anima di "A Proposito di Davis" non è una fortuita coincidenza. Non lo è perché la sua melodia, povera e allo stesso tempo ipnotizzante, si mescola alla perfezione con l'essenzialità e l'evaporazione di una pellicola che, senza troppe sorprese, pare improvvisare il suo cammino tendendo a non rispondere a tutte le domande che però non si limita a porre.

Lo sappiamo tuttavia, i Coen preferiscono poggiarsi sull'arrovellamento, tendenzialmente lo fanno per sadismo verso lo spettatore ma spesso anche per condividere interrogativi ai quali neppure loro sono in grado di dare risposte esaustive e, portandoli a galla, confidano in una messa a fuoco maggiore, magari favorita proprio dall'impossibilità di farli cadere nuovamente a fondo. Allora rieccoli a parlare di vita, anzi, di futuro, pianificazione e percorsi, con la parabola di un cantate folk, appunto, condannato a mordersi la coda come un gatto (e uno se lo porta anche dietro) da quando il suicidio del suo partner lo ha costretto a reinventarsi solista ma meno affermato, quindi spiantato. La vita di Davis è come un loop, come un ritornello, che a sentirlo la prima volta è apprezzabile ma che a forza di ribadirsi comincia a diventare stancante, triste, quasi insopportabile. Ed è così persino per la sceneggiatura che lo definisce, la quale, nel caso specifico, appare esattamente in sincrono con il discorso che il discografico di Chicago fa all'attore Oscar Isaac alla fine del suo lungo, paradossale viaggio avvenuto tra compagni sconosciuti e autostop.

"A Proposito di Davis" infatti - come il suo protagonista - ha talento, seduce, eppure non ha la tempra e la determinazione di conquistare in assoluto. La fotografia essenziale, color ghiaccio, le canzoni malinconiche e un personaggio a suo modo perdente (che ha deciso di inseguire la sua passione anziché la carriera sicura del padre), complice e vittima di un destino che a quanto pare non vuole smetterla di farlo muovere pur stando fermo, sono senza alcun dubbio estetiche, tematiche e verità attuali, che ai fratelli Coen attirano e difficilmente sfuggono, come non sfugge la caratterizzazione di comparse dalla personalità fumettistica, umoristica e surreale. Nonostante ciò, rispetto alle loro opere passate, in questa pellicola si respira un'aria dal sapore diverso, una sorta di coinvolgimento emotivo che impedisce loro di (mal)trattare il protagonista di turno come di solito, bloccandolo al nido forse più per incapacità di volerlo vedere volar via che per malvagità oggettiva.

Sta di fatto che, in più di un occasione, "A Proposito di Davis" conquista pienamente, rapisce, coinvolge e trascina con dialoghi e canzoni accattivanti ed intense. Ogni tanto si lascia andare ad assoli un po' troppo lunghi, che si fanno apprezzare ma poi distraggono dalla densità del testo che, diciamolo, pur non essendo molto commerciale e dinamico, non dispiace affatto.

Trailer:

sabato 1 febbraio 2014

Frozen: Il Regno di Ghiaccio - La Recensione

C'è da dire che alla Disney tengono sempre occhi ed orecchi ben aperti, concentrati a intercettare i gusti del pubblico - grande e piccino - ma ancor di più a comprendere quel che accade intorno al mondo. E allora dopo aver portato per la prima volta in una fiaba una principessa con la pelle nera in "La Principessa e il Ranocchio", ecco venire approfondito quel discorso relativo alla forza e al coraggio della donna amplificatosi spropositatamente nell'era moderna e già impostato in precedenza dalla Pixar con "Ribelle: The Brave".

Ispirandosi alla fiaba "La Regina Delle Nevi" di Hans Christian Andersen, "Frozen: Il Regno di Ghiaccio" non solo quindi ha il pregio di limare accuratamente i difetti riscontrati nei precedenti lavori d'animazione che la Disney aveva realizzato orfana di Pixar negli ultimi anni per rilanciare il marchio e la magia dei famosi classici che fino a metà anni novanta avevano cavalcato l'onda del successo, ma ha anche l'accortezza di correggere determinate congetture che inevitabilmente, nel corso del tempo, avendo subito mutamenti avevano bisogno di un aggiornamento e di alcune rivisitazioni. Non è un caso perciò che questa volta a mancare sia una figura maschile dominante, mentre la donna, raddoppiata, venga dotata di un carattere forte, capace di scavalcare - in alcuni passaggi fondamentali - le decisioni e le azioni dei due "principi", oramai di un azzurro sbiadito, forse incolore.

Pur non essendo dunque un esempio di originalità "Frozen: Il Regno di Ghiaccio" ostenta rinnovamento e voglia di celebrare nuovamente un passato messo da parte, ma che ancora sa trovare posto importante sia in coloro che lo hanno vissuto e perduto e sia in quelli che, nati nell'ultimo ventennio, son stati travolti dal CGI e da un'animazione molto più vicina alla realtà che al caro vecchio cartone animato. Chris Buck e Jennifer Lee, pur non avendo rinunciato al CGI, evidenziano l'amore verso l'animazione un po' retrò, ripristinano - per la gioia di tutti - la fantastica formula di canzoni chiamate a intermittenza all'interno della trama, con l'aiuto di testi che oltre a spingere la narrazione favoriscono l'emozione portando spesso ad emozionare e a commuovere, trascinando la pellicola seppur non a livelli magistrali ad altri comunque considerevoli.

Viste le ultime uscite non proprio brillanti della Disney, il passo avanti compiuto con "Frozen: Il Regno di Ghiaccio" è senza dubbio promettente e rassicurante. Perché sebbene la computer grafica stia battendo una strada assai differente, avere la possibilità di poter godere ancora di questo genere di prodotti è decisamente un conforto.

Trailer:

12 Anni Schiavo - La Recensione

La differenza sostanziale risiede tutta in come Solomon Northup, il protagonista, cade nel traffico animale della schiavitù, perde il privilegio e la qualifica di uomo libero e quindi i contatti con la sua famiglia. Per il resto "12 Anni Schiavo" altro non è che l'ennesimo, ben fatto, ma ridondante tentativo di sensibilizzazione verso una problematica ancora oggi irrisolta.

A manifestarlo è la stessa regia di Steve McQueen che per la prima volta in un suo lavoro si limita ad assumere le vesti di narratore, disimpegnandosi di quelle, portate assai meglio, di eccellente autore. E questa, diciamo, è la notizia più rilevante della sua ultima pellicola che quindi inaspettatamente va a soffrire del mancato estro del suo pilota, sostituito a sorpresa da una versione semi-automatica di sé stesso di cui ancora nessuno conosceva l'esistenza. Inevitabile allora che "12 Anni Schiavo" diventi oltre il consentito un cosiddetto film d'attori, nel senso che a tenere banco sono - per gioco forza - le interpretazioni dei molteplici interpreti che si scambiano il turno al fianco dell'intenso Chiwetel Ejiofor. Benedict Cumberbatch, Brad Pitt, Michael Fassbender, con quest'ultimo abilitato a lasciare maggiormente un segno indelebile perché sostenuto da un ruolo molto simile a quello di Calvin J. Candie impersonato da Leonardo DiCaprio in "Django Unchained": agguerrito quindi della stessa cattiveria e con colori un tantino meno saturi ma ugualmente caldi e bollenti.

E' una storia vera "12 Anni Schiavo", che va ad aggiungersi a quel filone, ultimamente in primo piano, di pellicole interessate a porre una lente d'ingrandimento priva qualsivoglia filtro sui trattamenti e le condizioni bestiali ricevute dai neri durante il periodo in cui possedere un essere umano era considerato lecito perché legale. Per mezzo dell'inganno in cui cade Solomon perciò, McQueen apre il suo esclusivo sguardo sul commercio di vite umane, su padroni (uomini e donne) senz'anima misti ad altri vittime di sé stessi, e ricopre l'intera miscela sottolineando, con tono anche retorico, la costante di un uguaglianza globale che andrebbe sempre messa avanti a tutti, persino alla legge, a prescindere che questa sia emessa in maniera giusta o sbagliata.

La dura verità, in ogni caso, è che dopo il già citato "Django Unchained" andare a dire o voler mostrare qualcosa di nuovo rispetto alla schiavitù è davvero divenuto una sfida. Steve McQueen per realizzare la sua opera ha praticamente annullato la sua persona dietro la macchina da presa, freddando di fatto il suo tocco sincero e affilato. Lo stesso è accaduto a molti altri prima di lui mentre Quentin Tarantino, al contrario, pur avendo trattato con rispetto la tematica, ha lasciato che a prevalere fosse innanzitutto il suo impeto, mettendo la sceneggiatura sempre al servizio di esso e vincendo ogni tipo di confronto.

Chiaramente una tale valutazione potrebbe aprire discussioni su come per un bianco possa essere meno amaro trattare determinate questioni rispetto ad un nero, ma sta di fatto che al cinema la ragione è sempre di colui che riesce a raccontare una storia nella maniera più straordinaria possibile rendendola, infine, indimenticabile. E la parabola del Django di Jamie Foxx, per nostra fortuna, nessuno ha voglia di dimenticarla.

Trailer: