IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

sabato 30 maggio 2015

Insidious 3: L'Inizio - La Recensione

Qualche anno prima della famiglia Lambert c'era stato il caso della famiglia Brenner.
Un po' come qualche anno dopo l'addio di James Wan, a portare avanti il marchio di "Insidious" c'è lo sceneggiatore, autore dei primi due capitoli, Leigh Whannell.

Per lui è l'esordio dietro la macchina da presa, con il quale anziché riprendere il lavoro svolto dal suo predecessore, decide tracciare un tantino le distanze e fare un salto all'indietro tornando cronologicamente al passato. Scrive una storia che funge da prequel, con una ragazza minacciata ossessivamente da un demone, aiutata, tra mille difficoltà, dal personaggio, approfondito, della sensitiva Elise Rainer: evocatrice e cacciatrice di demoni e unico filamento collegato alle radici.
Un modo come un altro per continuare a dare vita alla saga, senza però guastare minimamente l'operato di chi l'aveva accudita prima di salutarla. Quella di "Insidious 3: L'Inizio" infatti è una sceneggiatura, parallela, scissa, che non ha alcun rapporto con gli eventi che conosciamo, ideata per avere più spinta in fase di lancio, ma perfettamente isolabile e fruibile da coloro che hanno intenzione di avvicinarcisi per la prima volta, o la voglia di gustarsi un comunissimo film dell'orrore. Del resto l'esperienza di Whannell non è pari a quella di Wan, per cui è inevitabile che l'originalità del prodotto, le intuizioni registiche e le capacità istintive fin'ora manifestate, inficino sulle ambizioni avvolgendo nel ridimensionamento totale anche la solidità del racconto.

Nonostante la sceneggiatura sia il suo mestiere principale, la pellicola di Whannell mostra poca brillantezza sin dall'impostazione, adagiata su un canovaccio a cui dire scolastico è dire poco, e portata avanti secondo una scansione predefinita, priva di guizzi e colpi di scena (ma con qualche dose di ironia). Sufficienza dovuta forse alla doppia mansione a cui doveva far fronte il regista, facilmente risolvibile con un innesto di maggior cattura e imprevedibilità tuttavia non pervenuti. Per fortuna il salto dalla poltrona non risente di tutto questo e quando si entra nella fase clou del terrore "Insidious 3: L'Inizio" mantiene le promesse e allestisce atmosfere suggestive ed efficaci, lontane parenti delle più elaborate a cui ci aveva abituato, ma comunque all'altezza delle altre, rintracciabili nella maggior parte degli horror di medio livello.

Complessivamente allora, pur non guadagnandosi spazi memorabili e rivelando lo scarto, lo spettacolo funziona, e probabilmente questo era l'obiettivo massimo attribuito dai produttori al neo-regista una volta deciso di riprendere il carro. Sperando, magari, in qualcosa di più elaborato per il futuro. 

Trailer:

mercoledì 27 maggio 2015

Black Mass - Trailer Italiano


Disponibile il trailer italiano "Black Mass" la pellicola diretta da Scott Cooper con Johnny Depp, Joel Edgerton, Benedict Cumberbatch, Dakota Johnson, Kevin Bacon, Jesse Plemons, Peter Sarsgaard e Corey Stoll da ottobre al cinema.

Trailer Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Boston (1970), l'agente dell'FBI John Connolly (Edgerton) persuade il gangster irlandese James "Whitey" Bulger (Depp) a collaborare con l'FBI per eliminare un nemico in comune: la mafia italiana. Il dramma racconta la vera storia di questa alleanza che permise a "Whitey" di eludere l'applicazione della legge, consolidare il potere, e diventare uno dei gangster più spietati e potenti nella storia Boston.

It Follows - La Recensione

Gli bastano i minimi termini a David Robert Mitchell per costruire l'horror memorabile: quello in grado di spaventare, di trasmettere ansia e favorire la tachicardia allo spettatore inerme.

Niente demoni o sieri farmaceutici sperimentali, tantomeno altri stereotipi classici tipo case maledette o cimiteri, a "It Follows" per fare il suo mestiere infatti basta una maledizione, una di quelle di cui non si conosce (e non si conoscerà) né derivazione né cura, ma solo il trucco per potersela scrollare di dosso e passarla ad un'altro soggetto, a cui magari sarà meglio dare direttive e consigliare di fare altrettanto. La pena è quella di essere perseguitati da persone conosciute e non, ancora in vita o meno, non visibili a qualcun'altro e aventi l'unico scopo di voler uccidere massacrando violentemente la loro vittima di turno. Per diventarlo è sufficiente fare sesso con la persona attualmente "maledetta", la quale, a orgasmo raggiunto, trasferisce il testimone alla successiva, che potrà liberarsene, a sua volta, esclusivamente esercitando lo stesso gioco. Il tutto con una semplice postilla: se l'ultimo soggetto in carica viene ucciso, automaticamente la palla ripasserà al penultimo.
Un circolo vizioso interminabile, dunque, che potrebbe rimandare ad un puritanesimo di fondo che tuttavia - siamo piuttosto sicuri - a Mitchell interessa zero, se non addirittura meno. Più facile pensare ad una sorta di bilanciamento cosmico, scaturito dal bene più puro per pareggiare l'esistenza in natura di entrambe le forze: inevitabilmente contrastanti e presenti fino a prova contraria.

Ma di ognuna di queste giustificazioni tuttavia Mitchell si fa beffa, le ignora, lascia che sia un gioco solo dello spettatore quello di trovare un filo logico alla sua creatura, che per lui, al contrario, funziona benissimo senza il bisogno di tecnicismi o di spiegoni da quattro soldi. In controtendenza con la maggior parte degli horror attuali "It Follows" è costruito con la sola e unica pretesa - vecchio stampo - di voler tenere sulle spine e sulla corda il suo spettatore, dall'inizio alla fine, sprigionando al cento per cento una tensione da tagliare con il coltello e generando un'agitazione generale a cui è impossibile restare immuni.
Normalissimo è quindi entrare, o provare a immedesimarsi, nei panni sfortunati della protagonista Jay: scioccata dalla situazione, ma allo stesso tempo responsabile di una contaminazione difficile da diffondere senza sentire addosso il peso di un senso di colpa che viaggia di pari passo con la paura di non essere mai completamente al sicuro. L'egoismo di svincolarsi facilmente dalla dannazione (specie per una donna, viene detto) concedendosi al rapporto sessuale, è un tema che la pellicola alla larga cerca di osservare e trattare, pur sapendo (e volendo) di dover prendere decisioni orientate maggiormente verso lo spettacolo e piegarsi quindi intorno a una praticità e ad un ritmo poco incline all'introspezione, ma più propenso all'effetto palpitante.

Queste scelte, un po' furbe, un po' necessarie, formano però l'intera efficacia della pellicola di Mitchell. Il suo è un horror che va giù tutto d'un fiato, mai scontato, capace di rapire dalla tensione così come dal divertimento. Uno di quelli a cui non si smette di pensare facilmente e che continua a seguirci e a stuzzicarci.
Uno di quelli, insomma, che sarebbe davvero un grosso peccato non poter vedere in sala.

Trailer:

Festival Di Cannes 2015 - I Vincitori


Si è conclusa la 68a edizione del Festival di Cannes, di seguito la lista dei vincitori:
Palma d'Oro: "Dheepan" di Jacques Audiard
Gran Premio Della Giuria: "Son Of Saul" di László Nemes
Premio alla Regia: Hou Hsiao-Hsien per "The Assassin"
Premio della Giuria: "The Lobster" di Yorgos Lanthimos
Premio alla Sceneggiatura: "Cronic" di Michel Franco
Premio per l'Interpretazione Femminile: a ex aequo Rooney Mara per "Carol" e Emmanuelle Bercot per "Mon Roi"
Premio per l'Interpretazione Maschile: Vincent Lindon per "La Loi Du Marché"
Camera d'Or per la miglior Opera Prima: "La Tierra Y La Sombra" di Cesar Augusto Acevedeo
Palma d'Oro per il miglior cortometraggio: "Waves '98" di Ely Dagher (Libano)

Il Libro Della Vita - La Recensione

Il nome di Guillermo Del Toro, produttore di "Il Libro Della Vita", vale molto più di uno sponsor per il primo lungometraggio diretto dall'animatore (e amico) Jorge R. Gutiérrez.
Messicano uno e messicano l'altro, la loro collaborazione va a formare un'accoppiata di visionari dal cuore d'oro, piena di buoni sentimenti e con in comune la stessa voglia di raccontarli attraverso mondi improbabili e assurdi, abitati da persone comuni o meno, e protetti o minacciati da quella dose di magia e fantasia, punto cardine della loro incisività.

E' un'animazione che rinuncia all'eleganza moderna, quella di Gutiérrez, in favore di un tocco assai più artigianale e una legnosità levigata, simbolo della fiaba nella storia raccontata dalla dipendente del museo - apparentemente noioso - agli indisciplinati bambini appena arrivati in gita scolastica e non propriamente adatti al classico tour proposto dal luogo. Bambini, si, eppure "Il Libro Della Vita" non è assolutamente orientato a voler disciplinare e intrattenere solo loro, perché nel suo coinvolgimento è compreso - senza premeditazioni - qualunque tipo di target, adulti granitici compresi, trascinati piacevolmente dalla forza dei valori e dall'autenticità che è parte essenziale del DNA del prodotto.
Come in ogni storia educativa che si rispetti allora c'è l'amore a fare da fulcro e da propulsore principale, l'amore provato dai due bambini e migliori amici Manolo e Joaquin per la bellissima Maria, coetania ribelle, amica di entrambi e in futuro sposa sicuramente di uno dei due. Un destino su cui giocano dall'alto del loro potere La Morte, Regina del regno dei ricordati, e Xibalba, Re del regno dei dimenticati, il quale stanco di governare una landa desolata sfida la sua consorte a scambiarsi il dominio delle terre, scommettendo su quale sarà, da grande, la scelta definitiva di Maria: se il romantico aspirante musicista Manolo, oppure il virile aspirante combattente Joaquin.

Li vediamo crescere dunque questi bambini, spinti verso i loro sogni e il loro amore da conquistare, ma anche tenuti al guinzaglio da genitori che vorrebbero vedere ancora glorificato e onorato il loro cognome di famiglia. Un peso che sin dall'inizio - durante la gioiosa festa dei morti in cui ci vengono presentati i protagonisti - capiamo essere ingombrante e scomodo sia da sostenere che da gestire, snervante soprattutto per chi, come Manolo, al mestiere di torero preferisce quello di musicista, entrando in conflitto con il padre e con sé stesso.
Così è nella sua seconda parte che "Il Libro Della Vita" si schiude completamente mostrando quanto elevati, in realtà, siano i suoi mezzi e i suoi intenti: con Xibalba che bara pur di vincere la sua scommessa e Manolo, caduto vittima di quest'ultimo, disposto a tutto per rimettere le cose apposto. Il viaggio nel regno dei morti che ne consegue è uno dei passaggi più alti che Gutiérrez ci regala, carico di ironia e di una commozione di rara semplicità e potenza, la quale culmina, poi, in una risoluzione splendida dove l'amicizia e l'onestà riprendono le loro forme native riequilibrando ogni sbalzo.

La bontà e la scioltezza con cui "Il Libro Della Vita" si impone sullo spettatore rievoca - probabilmente senza volerlo - quei classici Disney anni novanta, maestosi per essere stati concepiti, appunto, con semplicità e affetto. Chissà, magari un minimo di influenza da loro Gutiérrez l'avrà avuta, ma bisogna dargli atto di essere stato (insieme a Del Toro) comunque impeccabile nel riproporla personalmente e priva di quelle influenze contemporanee più dannose che positive.

Trailer:

mercoledì 20 maggio 2015

Pixels - Nuovo Trailer Italiano


Disponibile il nuovo trailer italiano di "Pixels" il film di Chris Columbus, con Adam Sandler, Peter Dinklage, Josh Gad e Michelle Monaghan in uscita il prossimo 29 luglio 2015.

Nuovo Trailer Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Una ragazza aliena scambia le immagini dei vecchi videogames per una dichiarazione di guerra e attacca la terra usando i giochi stessi come modelli per i loro assalti. Il Presidente degli Stati Uniti chiama allora il suo amico d'infanzia Sam Brenner (Adam Sandler), un campione di videogames negli anni '80, per difendere la terra. Il destino del nostro pianeta è nelle mani di un improbabile team di nostalgici giocatori.

Youth: La Giovinezza - La Recensione

Potremmo stare ore ed ore a discutere di "Youth: La Giovinezza", perdere voce ed energie pur di provare a far valere un opinione su di un'altra, ma su una questione tuttavia dovremmo comunque essere tutti d'accordo:‎ Sorrentino ha stravinto.
Ha stravinto perché può permettersi di fare un film come questo, ha stravinto perché, possa piacere o meno e venga capito o meno, di lui e del suo lavoro se ne parlerà a prescindere fino alla nausea, senza alcuna possibilità, ovviamente, di risolvere il diverbio. 
E questi sono onori che accadono solamente a coloro divenuti (o considerati) Grandi Maestri.

Ora, se Paolo Sorrentino sia un Maestro o meno, non sta certo a noi decretarlo, ma che sia Grande, sicuramente, è un dato di fatto su cui nessuno potrebbe mai mettersi ad obiettare. Discorso anagrafico a parte (cinquantacinque anni del resto non sono poi molti), stiamo parlando infatti di un regista magnifico, sperimentale, innovativo e spesso spiazzante, riconosciuto a livello europeo (e mondiale) come tra i migliori talenti in circolazione. Un peso non da poco, insomma, di cui lui stesso è consapevole nei minimi dettagli e con il quale, merito del il suo ego, è sceso a patti prendendosi il lusso di ricavarne persino dei vantaggi.
Uno di questi è proprio "Youth: La Giovinezza", una pellicola probabilmente figlia delle bozze di uno scrittore adagiate a forza su di una struttura invisibile e inesistente. Una catena di dialoghi, di emozioni, di riflessioni e pensieri, attaccati tra loro con la colla e mai quindi davvero parte di un armonia come quella che sapeva creare il maestro d'orchestra Michael Caine, prima di entrare in pensione e ritirarsi in vacanza (a riposo) nello stranissimo albergo svizzero dove anche il suo amico fraterno Harvey Keitel sta scrivendo il suo film- testamento e, a sua detta, capolavoro. Un luogo astratto, riposante, allo stesso tempo però colmo di personalità variegate (tipo Maradona) alla ricerca di un equilibrio e di un senso che forse non esiste o non sono destinati a trovare. Comincia dalla vecchiaia allora Sorrentino, dalla meta in cui a certe domande si dovrebbe aver già risposto. Comincia da li per andare a ritroso, a ritroso verso una giovinezza che scopriremo, secondo lui, non è misurabile tanto con gli anni, o con l'avvenenza fisica, quanto con la voglia di potersi (e non volersi, attenzione) continuare a muovere ed emozionarsi. Questo perché per lui giovinezza è sinonimo di movimento, così come il movimento è vita, cioè la condizione basilare per fare, cambiare e modificare. L'età assume perciò le fattezze di un elemento relativo, confusionario, che imporrebbe un determinato stato e approccio, ma che può essere scavalcato nell'istante in cui ci rendiamo conto di stare ancora bene come cavalli e di avere occasione per procedere sulla nostra strada, come eravamo da sempre abituati a fare (guardando al futuro).

Nella dose di appunti raggruppati da Sorrentino - che per l'occasione torna a scrivere senza un aiuto al suo fianco (e si sente) - però c'è di più. Uno spazio che va a sconfinare dalle riflessioni accampate nei meandri della terza età, allargandosi a tutto tondo alla ricerca di risposte su leggerezza, desideri ed epifanie, quelle orbitanti attorno all'essere umano, eppure costantemente irraggiungibili, dimenticate e bramate. Come anticipato d'altronde "Youth: La Giovinezza" è un contenitore di emissioni, frutti della mente di un vulcano inarrestabile, che prova a studiare, ogni tanto ironizzandoci su, curiosità e paure che girovagano sciolte nel cervello e chiedono di venire quantomeno notate e analizzate.
Un trattato allenato per corteggiare la vita, ammirarla, assaggiarla, ma incapace di comprenderla nonostante la buona volontà e l'interesse vorace di farlo. Un'azione carica di umanità, ma inquinata dalla presunzione e dall'arroganza tipica di Sorrentino, la stessa che fino ad ora lo aveva portato in alto fino all'Olimpo, e che adesso - chissà magari per sue stesse intenzioni - appare come non mai prepotentemente fuori luogo e ingiustificata.

Sta di fatto che un principio di dubbio che tra le viscere di questa pellicola possa esserci in realtà qualcosa di davvero compiuto resta ed è persino una frustrazione enorme. Come un pilota alle prese con una macchina bellissima, esteticamente formidabile, con interni e accessori da sturbo che non riesce a intuire come andare oltre la terza marcia. Impossibile certificare se per sua stessa colpa o per quella della fabbrica.
E "Youth: La Giovinezza" è esattamente come quella macchina: elegante, attraente, estasiante, ma maldestro quando si tratta di dover smettere di scaldarsi per fare sul serio e ultimare.
Certo, rimane da capire se la colpa è di noi-piloti o di Sorrentino-fabbrica.

Trailer:

martedì 19 maggio 2015

Pan - Trailer Italiano


Disponibile il trailer italiano di "Pan", il nuovo film di Joe Wright con Levi Miller, Hugh Jackman, Rooney Mara, Amanda Seyfried e Garrett Hedlund, ispirato alla fiaba di Peter Pan e al cinema dal 12 novembre 2015.

Trailer Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Peter (Levi Miller) è un dodicenne birichino con una insopprimibile vena ribelle, ma nel triste orfanotrofio di Londra dove ha vissuto tutta la vita queste qualità non sono ben viste. In una notte incredibile Peter viene trasportato dall’orfanotrofio dentro un mondo fantastico, popolato da pirati, guerrieri e fate, chiamato Neverland. E lì si ritrova a vivere straordinarie avventure e a combattere battaglie all’ultimo sangue nel tentativo si svelare l’identità segreta di sua madre, che lo aveva abbandonato tanto tempo prima, ed anche il suo posto in questa terra magica. In una squadra formata dalla guerriera Tiger Lily (Rooney Mara) e dal suo nuovo amico di nome James Hook (Garrett Hedlund), Peter deve sconfiggere lo spietato pirata Blackbeard (Hugh Jackman) per salvare Neverland e scoprire il suo vero destino: diventare l’eroe che sarà conosciuto per sempre con il nome di Peter Pan.

Tomorrowland: Il Mondo Di Domani

Torna a casa, in un certo senso, Brad Bird, dopo le ossa fatte altrove con "Mission Impossible: Protocollo Fantasma", rimpatria alla Disney e riscatta la possibilità di dirigere il suo secondo film in live-action, laddove prima gli era stato concesso lo scettro solo per il genere d'animazione.

A dispetto di chi aveva tentato prima di lui - almeno ultimamente - Bird però riesce a mantenere carta bianca e a non farsi schiacciare dal peso del marchio da cui dipende, né tantomeno fare in modo che questo lo confonda o lo costringa a variare quelle che sono le sue ambizioni o i suoi interessi. Una libertà che in "Tomorrowland: Il Mondo Di Domani" si percepisce in toto, a cominciare dal divertente e piuttosto fresco metodo di narrazione, affidato prima al personaggio di George Clooney, e poi "scippato" a lui dalla giovane, bravissima protagonista Britt Robertson.
L'intenzione del regista è quella di andare a riprendere il respiro e le emozioni di quelle pellicole coming of age anni '80, rifacendosi alle avventure in stile "Goonies" o "Gremlins" e all'ironia e al trascinamento (alla lontana) di "Indiana Jones", seppur mirando a sbocchi dichiaratamente dissimili e con un centro anagrafico post-adolescenziale. Una volontà che somiglia quasi ad un bisogno da soddisfare, perduto e da riscoprire, verso un cinema a cui si è rimasti evidentemente attaccati, omaggiato spudoratamente tramite manifesti Spielberghiani e personaggi di Star Wars posti in bella vista in una delle scene più esilaranti e gustose in assoluto: in cui si rischia comunque di sfociare nella pubblicità un tantino eccessiva, commissionata (questa probabilmente si) per aumentare l'hype generale, in costante crescita, attorno alla saga di Lucas. Si tratta tuttavia di un'unica e (alla fine) piacevole deviazione, prima di entrare definitivamente nel cuore di un'azione che da lì in poi cavalcherà senza sosta tra effetti speciali e mondi paralleli accesi da una fantascienza portentosa e creativa, tanto da fare aprire persino in due la Torre Eiffel e procedere ad un lancio spaziale.

Suggestioni visive e mentali di grande approccio e bellezza, che Bird avrà sicuramente partorito assieme alla mente instancabile del suo co-sceneggiatore Damon Lindelof, già creatore di "Lost" e nome fondamentale per titoli di fantascienza come "Prometheus", "Cowboys & Aliens" e "Into Darkness: Star Trek". Il suo è uno zampino inconfondibile e sempre ben accetto, messo al servizio, in questo caso, della questione ambientale di cui "Tomorrowland: Il Mondo Di Domani" vuole farsi carico nel senso più duro e paternale del termine, rimproverando chiunque si trovi all'ascolto, ma sensibilizzando in primo luogo tutti coloro che nel mondo di domani del titolo dovranno viverci e prosperare. Argomento quindi trito e ritrito, eppure preparato non con i soliti ingredienti e confezionato con quel pizzico di cinismo da una parte e dolcezza ed amore dall'altra, capaci di non affossare ogni intenzione e di portare a compimento quel che in fin dei conti doveva essere solo un messaggio nobile, da recapitare con mezzi pirotecnici.

Bird del resto lo sa che con la magia, l'immaginazione, la speranza che ogni cosa possa essere possibile, è più facile arrivare alla sensibilità e al cuore dello spettatore. E il suo è un tentativo come un'altro di provare a scuotere ancora, in senso positivo, la mentalità di ognuno di noi, adottando come formula quella di uno spettacolo fantasioso, irreale, ma per nulla irrealizzabile.
Basti considerare la semplice equazione che se il mondo siamo noi, è da noi che tutto dipende.

Trailer:

Steve Jobs - First Look


Primo sguardo per "Steve Jobs", l'attesissima pellicola scritta da Aaron Sorkin e diretta da Danny Boyle con Michael Fassbender nei panni del genio Apple, affiancato da Kate Winslet, Seth Rogen, Jeff Daniels, Katherine Waterston e Michael Stuhlbarg. In attesa di sapere mese e giorno del 2016
in cui arriverà nelle nostre sale, cominciamo a far salire tutti insieme il nostro clamore.

First Look: 


Sinossi (Ufficiale):
Ambientato nel backstage del lancio di tre prodotti iconici culminato nel 1998 con l'inaugurazione dell'iMac, Steve Jobs ci porta dietro le quinte della rivoluzione digitale per dipingere il ritratto intimo di un uomo geniale.

giovedì 14 maggio 2015

Mad Max: Fury Road - La Recensione

Il restyling eseguito da George Miller per la sua creatura nata alla fine degli anni settanta, è un'apoteosi action muscolare, folle ed eccessiva.

Pronti, via, ed è già adrenalina, con un Tom Hardy a voce profonda, fuori campo, che mette in chiaro le cose, salvo poi farsi da parte con la stessa rapidità di entrata per consentire alla vera protagonista, Charlize Theron, di mettere mano al volante e ingranare la marcia. Ha inizio così una fuga e un inseguimento ai limiti dell'inverosimile, lungo un paesaggio post-apocalittico e desertico, figlio di un mondo prosciugato di ogni risorsa sia ambientale che soprattutto umana. I come e i perché tuttavia Miller preferisce lasciarli in sospeso (ipotizzabili), preso con tutto sé stesso da una carovana di esseri medievali e anti-eroi, con ancora un briciolo di umanità e alla ricerca di redenzione, che allestiscono una battaglia on-the-road per la quale non c'è quasi mai il tempo di rifiatare o riflettere. "Tutto questo per dei figli sani", dice a un certo punto uno dei cattivi inseguitori, perché a fare infuriare il capo-imperatore - detentore di acqua e di schiavi - più del tradimento della Theron, è il rapimento che quest'ultima ha pianificato per salvare dalle sue grinfie delle giovani madri da cui sarebbero dovuti nascere degli eredi perfetti: figli privi di malattie o handicap, da destinare ad un trono altrimenti precario.
Sono testosterone e violenza, dunque, a scendere in campo e ad occupare l'intero spazio, persino in quei veicoli letali esteticamente datati, ma modificati e alterati, in cui il termine fiammante non va più inteso metaforicamente, bensì preso alla lettera e tenuto fisso a mente. Se non fosse abbastanza chiaro infatti quello esposto da "Mad Max: Fury Road" è uno show allettante, perfido e pesantissimo, uno di quelli che non smette mai di sorprendere né di mostrare il fiatone con attimi di distrazione da affaticamento o stanchezza.

Ha le idee chiarissime stavolta allora Miller, assai di più di quanto le avesse la prima volta che portò Mad Max sullo schermo. E' saldamente conscio della strada furiosa da percorrere, esattamente come dei mezzi alternativi a disposizione nel cinema digitale con cui poter esaltare ai massimi storici l'immaginario fumettistico tenuto a mente. Colora perciò la sua pellicola di una saturazione altissima, esaltando effetti speciali, scorci, come allo stesso tempo primi piani e volti sporchi e sudati dei suoi attori. Decide di abbellire le sequenze di azione con un'estetica punk e un alito rock che ben si sposano all'eccentricità e allo stile di caratteri, e di natura, del suo lavoro, rimanendo sempre fedele ovviamente alle origini, ma anche al diverso passo contemporaneo necessario.
Sembra talmente eccitato del risultato ottenuto che spesso eccede di polso e appesantisce le dosi, incitando ad un bis e ad alcuni potenziamenti che, forse - dipende dai gusti - rischiano di mandare in estasi oppure di colmare fino allo stremo l'appetito dello spettatore, il quale già sazio rischia di sentirsi stremato dalla vastissima quantità di portento e aggressività servita sul piatto.

Visivamente comunque "Mad Max: Fury Road" resta, incontrastata, una delle opere maggiormente spiazzanti (in senso buono) e folgoranti passate al cinema negli ultimi anni. Una di quelle in cui la componente reboot appare ora più che mai indifferente e positiva, e destinata, chissà, a diventare un cult per le generazioni presenti e quelle a venire.
Considerando, tra l'altro, che Tom Hardy, messo probabilmente troppo da parte, ha quasi tutto sia da dire che da far vedere.

Trailer:

Crimson Peak - Trailer Italiano Ufficiale


La Universal Pictures ha rilasciato il primo trailer italiano di "Crimson Peak", il nuovo film di Guillermo del Toro, con Mia Wasikowska, Jessica Chastain e Tom Hiddleston, al cinema
da giovedì 22 ottobre.

Trailer Italiano Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Quando il suo cuore viene rapito da un attraente sconosciuto, una giovane donna viene trascinata in una casa in cima ad una montagna fatta di argilla rosso sangue: un posto pieno di segreti che la perseguiteranno per sempre.

mercoledì 13 maggio 2015

Calvario - La Recensione

I pregi di un'opera prima come "The Guard" tornano più coscienti e prepotenti in un secondo lavoro che è la consacrazione di un regista intelligente, sveglio e assai sensibile alla realtà e ai personaggi.
Se generalmente squadra che vince non si cambia, al cinema la cosa vale di sicuro per gli attori protagonisti, un Brendan Gleeson a cui John Michael McDonagh non rinuncia affatto, concedendogli, se vogliamo uno spazio maggiormente consolidato, necessario a delineare la figura rara, magari inesistente, di un prete moderno in lotta contro l'umanità, ma anche contro il suo mondo (quello ecclesiastico): ultimamente infangato da notizie di cronaca poco rassicuranti e abitato da polsi decisamente più deboli rispetto al passato e alle condizioni richieste.

La chiesa non è più quella di una volta, insomma, e non lo sono nemmeno i preti e né tantomeno i credenti, quelli che comunque l'ostia la domenica la vogliono prendere e alla messa scelgono di partecipare, tuttavia però, fuori dal luogo sacro non ne vogliono sapere di mettere in ordine la loro vita, perseverando quindi nel disordine e nella sofferenza. Dietro alla settimana di risposte e conti in sospeso del prete interpretato da Gleeson - minacciato di morte in confessione per una vendetta non dedicata a lui, ma disperata - c'è allora da parte di McDonagh una ricerca antropologica su quella che è divenuta la condizione umana da quando il cinismo e l'assoluta libertà mentale ha preso il sopravvento e mischiato le carte. Il suo sguardo va a cercare vite di uomini (e donne) alla continua ricerca del peccato e del masochismo, un tipo di peccato però non dannoso solamente ai dettami della chiesa, quelli che alla fine potrebbero essere ignorati e reputati come male minore, ma dannoso soprattutto per la vita di chi lo commette e di chi lo circonda. Uno tsunami di proporzioni cosmiche, scagliatosi all'improvviso per complicare violentemente le cose e rompere tacite regole, che anziché aprire orizzonti o liberare anime, trascinano piuttosto nell'ombra e inchiodano all'inferno, vittime che non sanno più come mettersi in salvo o dare uno scopo alla loro esistenza.

E' una pellicola piena di simboli e significati "Calvario", con dialoghi da comprendere a più strati e uno humour nero da godere fino in fondo che sa come pizzicare lo spettatore e stimolarlo. Soprattutto però quello di McDonagh è un lavoro che non ha la minima intenzione di schierarsi nei confronti di quello che è un'argomento delicato e soggettivo, su cui andare a manovrare l'ago della bilancia poteva essere azione nociva in ogni senso. Il suo fiuto quindi lo porta solo a guardarsi intorno, a spiare quelli che sono possibili curve di un mondo esistente e all'opera, servendosi di una figura fin troppo umana disposta addirittura per un'attimo, e solo con uno sguardo, a mettere in dubbio sé stesso e il suo mestiere.
E' evidente, dunque, che la componente thriller attorcigliata ad un futuro assassino, che la vittima già conosce, a noi spettatori interessa relativamente poco, calpestato e dimenticato nella lunga e travagliata marcia di questo protagonista disperato che prova a spegnere il fuoco appiccato su quella chiesa, attaccata e criticabile fino alle radici, ma oratrice di alcune regole forse necessarie per salvare le sorti di una razza altrimenti in crisi e per lo più incapace di assumersi valori morali.

Profondo e concentrato McDonagh prende la sua pellicola a cuore come a mente, non concedendosi mai alla distrazione e trasferendosi a livello di identità e di spirito nelle considerazioni negative (ma mai prive di speranza) del suo prete, così pieno di spigoli, di peccati, dolori e cicatrici da apparire il primo degli esseri umani.
Il primo dei peccatori, ma l'ultimo dei pentiti, capace ancora quindi di perdonare e di perdonarsi piuttosto che procedere il cammino verso quell'autodistruzione lontana dal bene e da qualunque Dio.
Verso quella che probabilmente è l'unica salvezza per noi opzionabile.

Trailer:

San Andreas - Nuovissimo Trailer Italiano


Disponibile il nuovissimo trailer ufficiale italiano di "San Andreas", il nuovo film di Brad Peyton con Dwayne Johnson, Carla Gugino, Alexandra Daddario, Archie Panjabi e Art Parkinson dal 28 MAGGIO al cinema.

Nuovissimo Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
All’indomani di un imponente terremoto in California, il pilota di un elicottero dei soccorsi decide di intraprendere un rischioso viaggio attraverso lo Stato per tentare di salvare sua figlia.

sabato 9 maggio 2015

Il Racconto Dei Racconti - La Recensione

Il divertimento mancato a Matteo Garrone durante le riprese de "Il Racconto Dei Racconti" è percepibile nella pellicola a prescindere da quelle che poi sono state le sue dichiarazioni ufficiali alla stampa. La volontà di osare, di confrontarsi con l'ennesimo altro genere, gettandosi a capofitto nel fantasy, è stato un masochismo che lui stesso - e lo si intuisce dalle parole come dal viso e dai toni - ha cercato e subito oltre ogni misura, accumulando frustrazioni, paure e dubbi.
Di buono c'è che una volta entrato in ballo e abbracciato il suo progetto folle, Garrone ha deciso di conviverci e di andare avanti, di "fare esperienza", rinunciando a molto di ciò che conosceva per confrontarsi con l'oscurità dello sconosciuto.

Star internazionali, green screen, effetti speciali degni dei migliori prodotti americani. Circostanze affatto comode per un regista che le affronta per la prima volta, impossibili da prevedere al dettaglio e materia scottante quando è il turno di andarle prendere per le corna. Portare al cinema tre delle cinquanta storie che compongono l'opera di Giambattista Basile, Lo Cunto De Li Cunti, è stata dunque una sfida sfiancante e tortuosa allo stesso tempo, a cui trovare un centro è diventato un dovere più di sopravvivenza che di logica, considerato che l'idea nativa era quella di arricchire maggiormente il parco delle trame e dei personaggi, espandendo ambizioni e significati.
Diventa invece una sceneggiatura che intreccia tre storie al femminile "Il Racconto Dei Racconti", con protagoniste distanziate l'una dall'altra per via della loro età anagrafica (adolescente, madre e anziana) e un lenzuolo in cui Garrone può tentare di non snaturare sé stesso attraverso l'inversione del suo processo di base che lo vede stavolta partire dalla fiaba per poi accorciare agiatamente le distanze ed avvicinarsi alla realtà. Si destreggia tra egoismi, chirurgie plastiche e madri ossessive e violente, morbosamente aggrappate ai loro figli, inserite in un'ambientazione seicentesca affascinante e visivamente elegante, che se non fosse per i suoi elementi architettonici, magici e colorati, con le sue tematiche potrebbe tranquillamente abitare e confondersi con il mondo che siamo abituati a vedere e a vivere ogni giorno, dose grottesca ed ironica compresa.

Per evitare di perdersi, torna perciò a fare i conti con le origini Garrone, affidandosi alla sua esperienza di pittore per l'estetica e alle ossessioni per i corpi e i desideri che non hanno mai smesso di orbitare attorno alla sua filmografia e vena autoriale. La sua paura di venir schiacciato di fronte a un macigno così imponente e pesante, tuttavia, pur non palesandosi ufficialmente, riesce comunque a minare quanto basta i suoi spazi, non permettendogli di effettuare scelte rischiose e, di conseguenza, di istituire vitalità al suo lavoro. Per quanto leccato e ineccepibile tecnicamente infatti, "Il Racconto Dei Racconti" finisce per mancare sia di epicità - a cominciare dalla scrittura - che di cuore, mantenendo salda una freddezza di pulsazioni e dei distacchi, che gli impediscono di catturare e di legarsi emotivamente allo spettatore, presentissimo nell'assistere allo slegarsi degli eventi, ma mai imprigionato e scosso come era stato abituato a fare in passato di fronte al cinismo di "Gomorra" o alle deviazioni mentali del povero Luciano protagonista di "Reality".

Gli stratosferici scogli da cui Garrone si è sentito travolto durante il suo travagliato progetto, insomma, restano tutt'altro che invisibili a quella che infine è la forma finale della sua impresa, sebbene dalla stessa riesca a risaltare anche la buona volontà e gli infiniti sforzi con cui ha cercato di mettercela tutta pur di portare a casa un film senza dubbio incompiuto, ma totalmente speciale, in cui poter trovare molti difetti come innumerevoli e altrettanti pregi (vedi la realizzazione del drago marino e del pipistrello gigante).
Appurato ciò, il pubblico amante del genere - ipnotizzato da "Il Trono Di Spade" - avrà ottime chance per appassionarsi e per divertirsi, mentre, al contrario, per la fetta che ha imparato a conoscere e ad amare Garrone per il suo sguardo ed il suo stile, sarà impossibile fare a meno di notare alcuni mutamenti e leggere afflizioni.
Ma fortunatamente fa tutto parte del conto da pagare - persino volentieri - quando si decide di osare e di praticare dei salti nel buio. Per cui più che preoccuparsi sarebbe meglio stare tranquilli e rilassarsi.

Trailer:

venerdì 8 maggio 2015

Le Regole Del Caos - La Recensione

Gli scandali a corte, la quotidianità di Re e Regine e le feste sfarzose organizzate per dare un taglio alla noia e ammogliare figli e figliastre, sono argomenti assolutamente banditi a "Le Regole Del Caos". Una storia che lo stesso regista (e co-protagonista) Alan Rickman ci tiene a definire "per certi versi, moderna", indipendente quindi da regole e disposizioni solitamente ancorate a prodotti di simil genere.

La sceneggiatura di Alison Deegan (alla quale poi hanno messo mano anche lo stesso Rickman e Jeremy Brock) racconta infatti dell'atipico incontro/scontro tra il giardiniere privato di Luigi XIV, André Le Notre, e una modesta paesaggista dal talento eccentrico, da lui selezionata per realizzare la Paradisiaca sala da ballo all'aperto richiesta espressamente dal Re per il suo nuovo palazzo di Versailles. Dopo il pessimo primo incontro, la collaborazione tra i due si intensifica fino a sfociare nel sentimento più reciproco, andando a scavare anche a fondo verso un privato torbido da un lato e drammatico dall'altro.
Va ad assumere così i geni tipici del romance l'opera in costume di Rickman, uno di quelli però che non è capace di disfarsi completamente delle sovrastrutture del contesto in cui poggia per abbracciare a pieno una relazione sentimentale che purtroppo rimane troppo spesso in stallo e zoppica quando è il turno di farsi avanti e procedere. Appare un tantino impacciato il regista britannico, piuttosto confuso nel dosare a dovere dramma, humour e passione per dare alla sua pellicola il passo corretto, ma soprattutto un significato utile quantomeno a giustificarne la realizzazione. Finisce allora per piantarsi o per girare in tondo su se stesso "Le Regole Del Caos", con personaggi secondari che non sanno affermare il loro spazio in scena e attimi dove allungare il brodo non serve a nulla se non ad appesantire quella condizione di arresto in cui si impantana e si incastra.

Si preoccupa molto più della fotografia e dello scenario sicuramente Rickman, avvalendosi di ambienti e paesaggi eleganti e colorati, piacevoli alla vista, e adibiti ad arte per stupire e meravigliare ad effetto come ben gli riesce nella sfarzosa scena conclusiva. Tuttavia la fastosità messa sullo sfondo non gli consente di andare a sopperire a una scontatezza di trama e a una prevedibilità di colpi di scena che uniti alla mancata sostanza, generale e imperatrice, contribuiscono ad appesantire il tutto rendendo sostenibile a malapena l'incedere di una narrazione mai del tutto padroneggiata e convincente.

Viene normale quindi chiedersi, a conti fatti, quali siano state le motivazioni che hanno spinto una pellicola come "Le Regole Del Caos" a prendere forma, considerando la profonda assenza di cose da dire e l'insufficiente coinvolgimento che gli stessi autori e interpreti hanno messo in luce nel bel mezzo del suo assemblaggio.

Trailer:

giovedì 7 maggio 2015

Magic Mike XXL - Trailer Ufficiale Italiano


Arriva il primo trailer italiano di "Magic Mike XXL", sequel del "Magic Mike" di Steven Soderbergh diretto da Gregory Jacobs. Il film, che vede la conferma di Channing Tatum tra i protagonisti, uscirà in Italia il prossimo 24 settembre.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Dopo che Mike (Channing Tatum) si è lasciato alle spalle la vita da spogliarellista, anche i rimanenti ‘Re di Tampa’ sono pronti a gettare la spugna. Ma vogliono farlo a modo loro: dando vita ad un ultimo incandescente spettacolo a Myrtle Beach, con il leggendario Magic Mike che torna per l’ultimo strepitoso striptease sul palco insieme a loro.

venerdì 1 maggio 2015

Cake - La Recensione

Più di una trama già vissuta e di uno sviluppo assai scontato, a far rumore nel "Cake" di Daniel Barnz è una Jennifer Aniston formato drammatico di cui abbiamo minimi e lontani ricordi.
Era da quel "The Good Girl", nel lontano 2002, che non la vedevamo alle prese con qualcosa di diverso dalla commedia, esilarante o romantica che sia e ormai per lei dichiaratamente territorio sicuro e, fino ad oggi, unico.

Evidentemente però ci sbagliavamo, o perlomeno sottovalutavamo le doti e le risorse di un'attrice che non solo dimostra di essere a proprio agio nell'interpretare una donna distrutta da un incidente nel quale ha perduto il proprio figlio e la forza di vivere, ma anche di saper filtrare la sua consueta ironia, ricavandone una versione del tutto più nera e decisamente funzionante e determinante nella caratterizzazione e nello spessore del suo personaggio.
Se non fosse ancora del tutto chiaro, insomma, "Cake" è Jennifer Aniston, o meglio, è la sua Claire Simmons: in costante peggioramento nevrotico, con la domestica a farle da badante, la dipendenza da sedativi e pasticche e il rifiuto ad affrontare il mondo a schiena dritta e testa alta (in macchina la vediamo sempre dal lato del passeggero rigorosamente a sedile inclinato). Una realtà che non ha la minima voglia di affrontare di petto, al massimo di prendere in giro, snobbare, come se potesse fregarla e farla franca, anziché ammettere di procedere a ferire sé stessa. Serve l'incontro con il padre vedovo Sam Worthington allora per dare una minima scossa alla sua quotidianità, l'esplorazione di una delle sue allucinazioni relative al suicidio della moglie di lui (conosciuta nel gruppo di riassestamento, poi respinto), nonché l'incontro tra due anime massacrate nel profondo che tuttavia non disdegnano di sorreggersi a vicenda evitando il sentimentalismo (sesso compreso).

Ma i risvolti di un canovaccio per nulla imballato e per nulla immacolato restano comunque in secondo piano, gli auspicabili miglioramenti o la redenzione di Claire non sono per Barnz una priorità o un ossessione, ed infatti, con estrema bravura, il regista fa capire di voler mettere in risalto, nel migliore dei modi, la sceneggiatura a sua disposizione - scritta da Patrick Tobin - in cui a spiccare e a fare la differenza è la presenza di quei non detti, spesso non necessari per comprendere a pieno le fragilità e la gravità di sofferenza appartenente a un comune essere umano. Dell'incidente alla base della caduta psichica della protagonista allora non c'è alcuna traccia, solo qualche indizio utile a far comprendere che Claire non ne è minimamente responsabile e che la colpa è di un uomo distante sia dalla sua vita che dalla sua famiglia. Persino quando è il personaggio di Worthington ad entrare in possesso dell'informazione, tramite la domestica, la pellicola nasconde allo spettatore la scena esplicativa, mantenendo così un riserbo e un rispetto, inaspettati eppure comprensibili. Con questo grado di umanità, più conosciuto alla realtà che alla finzione, Barnz riesce a tenere stabile la solidità, il ritmo e la presa del suo racconto, non dovendo neppure sforzarsi per appassionare e affascinare, disarmato sia di retorica e di stratagemmi: in questi casi rischiosi se non addirittura fastidiosi.

Raggiunge perciò a pieni voti l'approvazione persino dei più scettici, muovendosi in zone conosciute e ultra-esplorate, ma con esperta sincerità e misura. Nel suo piccolo, e nel suo (voler) essere piccolo, "Cake" quindi funziona egregiamente, lasciando un segno che per quanto somigli a quello di una cicatrice, visto controluce o accuratamente se non altro è li: distinguibile e vivo.

Trailer:

Irrational Man - Trailer Originale


Verrà presentato fuori concorso al prossimo Festival di Cannes il nuovo film di Woody Allen. Con Emma Stone e Joaquin Phoenix "Irrational Man" uscirà nei cinema statunitensi il prossimo 17 luglio, mentre da noi in Italia ancora la data non è stata ufficializzata. Intanto, però, godiamoci il primo trailer.

Trailer Originale:

Leviathan - La Recensione

Campi larghi, silenzi, terre abbandonate, spiagge deserte. La desolazione nella pellicola di Andrey Zvyagintsev fa da padrone. Un vuoto incolmabile da trasmettere con l'ausilio di un racconto, specchio dei tempi, che vede una Russia in balia del potere e delle grandi forze diventare sfondo di dolore e di morte.
Fugge lontano da Mosca allora "Leviathan", nel nord di un paese affacciato sul mare, dove un Sindaco affatto pulito preme per spodestare dal loro territorio Kolia e la sua famiglia. Abuso di potere al quale legalmente il capofamiglia, assumendo un suo amico avvocato, sta cercando di opporsi e di rilanciare, favorendo così un faccia a faccia ad armi impari che tuttavia non impedisce a Davide di spaventare Golia e passare in vantaggio. Tutto questo prima però che una faccenda privata comprometta i margini della vittoria e dia il via libera ad una reazione a catena devastante come irrefrenabile.

I riferimenti al periodo Putin, neanche a dirlo, sono piuttosto chiari ed evidenti, basti attendere di entrare nell'ufficio del primo cittadino ed accorgersi del quadro fissato in bella vista, posto alle spalle della sua poltrona. Zvyagintsev ci mette di fronte alla realtà di una politica aggressiva e oppressiva, disposta a sporcarsi le mani e ad arrampicarsi ovunque pur di conquistare i propri obiettivi e piegare i deboli. Una politica che vive spalleggiata e in costante armonia con una chiesa ortodossa colma di consigli metaforici, a sfondo interamente sanguinario, volti a incoraggiare i loro adepti nell'utilizzare qualunque mezzo per non perdere di credibilità e restare temibili. Sul volere di Dio, in fondo, non c'è dubbio alcuno: a prescindere dall'operato umano se qualcosa avviene è perché l'onnipotente ha voluto che avvenisse.
La componente religiosa infatti seppur messa sullo sfondo e chiamata in primo piano in un paio di occasioni, dimostra di avere un peso specifico enorme e significativo, sia per quanto riguarda la creazione di un sistema che ha contribuito a rendere le chiese luoghi riservati alla casta e agli ecclesiastici e sia per un discorso dedicato a Kolia di poco conto a livello concreto e di fatti, ma importantissimo in prospettiva.

Perché per riscattare la sua natura prettamente di stampo pessimista "Leviathan" si affida alla Bibbia (e a un Pastore, a pelle, finalmente affidabile e che ha scelto la povertà), in particolare al racconto di Giobbe e alla sua relazione con Dio a seguito delle disgrazie subite nella sua vita. Le connessioni con Kolia ovviamente si sprecano, apparendo quasi una provocazione, ma pensare che l'unica giustizia per lui possa essere quella di ricevere il medesimo destino è solamente un desiderio che da un lato lascia speranzosi e dall'altro enorme amarezza. Se non altro per via del carattere poco paziente e dedito alla religione che l'uomo ha ostentato e difeso in ogni sua apparizione, quel momento compreso.

Il libero arbitrio, la verità e l'equità d'altronde sembrano aver perduto importanza e non esser più alternative, quantomeno non per la totalità della popolazione, e Zvyagintsev, pregando anche lui nel Dio in cui crede, non può chiudere diversamente la sua pellicola se non lasciando i spettatori storditi da un epilogo che non ha nulla di dolce da poter conservare.
A parte, appunto, quel raggio di fede docile e flebile.

Trailer: