IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

venerdì 23 agosto 2019

Il Re Leone - La Recensione

Il Re Leone Poster
Qualche settimana fa, navigando in rete, mi sono imbattuto in un post che aggiustava i musi dei personaggi di questo nuovo “Il Re Leone”, rendendole espressive quasi quanto quelle del vecchio cartone animato. Non avevo ancora avuto modo di vedere il film, per cui intuivo il motivo per cui lo facesse, ma non sapevo ancora se essere d’accordo a riguardo.
Ora, però, il film l’ho visto e il suddetto suggerimento non mi appare poi così sbagliato.

In molti potranno dire di no, che non è così, che la Disney è riuscita a realizzare un live-action (che poi live-action non è, vista la totale assenza di attori in carne e ossa) tecnicamente perfetto, impressionante; che sembra di trovarsi davanti a un documentario di National Geographic Channel, per quanto gli animali appaiano reali, e che enfatizzando la loro mimica questo effetto sarebbe andato irreparabilmente perduto. Vero, anzi, verissimo, se non fosse che nella realtà gli animali non parlano e non cantano, per cui dal momento in cui sei costretto a farli parlare e cantare per incontrare le esigenze della storia, tanto vale fare un passetto in più e rinunciare all'effetto autenticità. Insomma, pretendere di avere la botte piena e la moglie ubriaca è tecnicamente impossibile, per cui il rischio, in questi casi, è quello di ritrovarsi con la botte quasi piena e la moglie quasi ubriaca: non proprio il massimo, diciamo. Infatti, se a livello visivo questa riproposizione del classico Disney del 1994 è a dir poco strabiliante, bisogna ammettere che a livello viscerale funziona decisamente meno. E se qualche brivido arriva – perché arriva, è arrivato anche a me in più di un’occasione – lo fa solamente a causa di un riverbero che ci riporta indietro a quando eravamo più piccoli e – probabilmente – consumavamo la videocassetta dell’originale guardandolo e riguardandolo senza sosta. Perché, ammettiamolo, nella maggior parte di queste rivisitazioni - e forse in questo caso ancora di più - si tende eccessivamente a voler campare di rendita: a sfruttare i ricordi, le emozioni e la malinconia del passato per creare uno spessore che, in sostanza, scrutato da vicino è sottilissimo.

Il Re Leone FilmTant'è che – come è accaduto recentemente pure in “Aladdin” – l’espediente diventa quello di ricalcare fedelmente le immagini del film d’animazione, rielaborandole dal vivo nella maniera più speculare possibile. Come se, appunto, fosse basilare, vitale, tornare a solleticare determinate reminiscenze per avere accesso a un canale emotivo che altrimenti potrebbe non accendersi proprio, oppure farlo, ma con intensità minore. Poi, certo, va riconosciuto che rispetto proprio ad “Aladdin”, in questo “Il Re Leone” esiste un fattore JF, ovvero Jon Favreau: che, rispetto a un nome come Guy Ritche, non ti trascina in sala con delle promesse visive da mantenere, lo sai che come regista è abile nel portare a casa il prodotto con meno sbavature possibili e difficilmente riesce a mancare tale obiettivo (che, non a caso, centra benissimo). Un altro fattore, poi, è quello di Edoardo Leo e Stefano Fresi, due Timon e Pumba inaspettati: ricchi di alchimia, verve, frizzantezza, in un doppiaggio peraltro – salvando anche Massimo Popolizio – piuttosto rivedibile e che evidentemente – specie per Simba – deve aver dato priorità alla bravura vocale, perdendo qualcosa in recitazione.

Ma che creatura è, allora, questo nuovo “Il Re Leone”?
Bè, esteticamente è una creatura sbalorditiva, portentosa, incredibile. Peccato, tuttavia, sia altresì fredda, asettica, ambigua. Una pellicola che si vede e che si lascia vedere, ma che deve tutto – deve troppo – alla versione che l’ha preceduta e con la quale – secondo chi scrive – avrebbe dovuto creare un rapporto di co-esistenza e non di subordinazione.

Trailer:

giovedì 22 agosto 2019

Blinded By The Light: Travolto Dalla Musica - La Recensione

Blinded By The Light Film
Esplorando la filmografia della regista e sceneggiatrice britannica Gurinder Chadha, salta subito all'occhio quanto le sue origini indiane – e probabilmente la sua formazione – l’abbiano influenzata e portata a raccontare storie che orbitassero sempre intorno alla sua cultura di origine e alle difficoltà che questa può generare se si è (o si vuole essere) cittadini del mondo, o più semplicemente ci si vuole integrare in un altro paese. Ne era stato grande archetipo il suo più grande successo commerciale: quel “Sognando Beckham” di molti anni fa che ora rischia - con l'arrivo di quest'ultimo lavoro - di dover cedere lo scettro a una celebrità e ad un mito decisamente superiori.

Poteva chiamarsi “Sognando Springsteen” – e, sinceramente, vista la fantasia di chi traduce i titoli nel nostro paese, ci saremmo stupiti il giusto – ma per fortuna, ”Blinded By The Light: Travolto Dalla Musica”, è riuscito a mantenere il suo titolo originale (il sottotitolo è il male minore). Gli estremi c’erano, però, perché anche qui il protagonista – il pakistano Javed – trova la forza di ribellarsi e di smarcarsi dai meccanismi e dai nodi della cultura pakistana - fortemente patriarcale, introversa e antiquata - non appena entra in (fortuito) contatto con la musica e le parole del Boss: che sembra leggerlo dentro, capirlo e spingerlo verso quei sogni e quel futuro da scrittore (e da scrivere) che prima gli sembravano illusori e irraggiungibili. Un coming-of-age a tutti gli effetti, insomma, liberamente tratto dal romanzo Greetings From Bury Park di Sarfraz Manzoor – che mi confermano essere assai più articolato e quindi molto rivisitato – e costruito attorno ai pezzi più rappresentativi di Springsteen che, molto spesso, oltre che accompagnare, vengono rimarcati sullo schermo da stralci di testo utili ad accentuarne la forza: diventando parte integrante della trama, delle motivazioni e dell’evoluzione di Javed.
Una scelta stilistica e artistica che farà indubbiamente felici i fan della Star, ma che non basta a sostenere pienamente l’economia della narrazione.

Blinded By The Light SpringsteenC’è un pizzico di confusione, infatti, nel copione di “Blinded By The Light: Travolto Dalla Musica”: personaggi battezzati come importanti che entrano, spariscono, poi rientrano e poi spariscono ancora dalla scena; quella voglia di mantenere toni leggeri e piacevoli, ma allo stesso tempo non sorvolare su alcuni eventi (rilevanti) del libro, affrontati quindi in maniera troppo superficiale e frettolosa e, infine, l’energia esplosiva emanata da un’artista come Springsteen che non si vede l’ora di far deflagrare, perché in grado di mandare al diavolo ogni (consapevole, forse) ingolfata, esitazione o negligenza e tornare a far vibrare gli animi. Ed è proprio a questo prodigio che Chadha si aggrappa, dopo le pause nelle quali mette in risalto l’ottusità di un muro culturale che non ci sta a cadere o ad ammorbidirsi (ma tanto lo sapevamo), oppure quando si serve della Storia, ricordando gli episodi di fascismo foraggiati dal governo Thatcher (che a noi ci ricordano il presente), il suo rifugio, l’interruttore valido a ridare la scossa e a riportare stimoli, passione e risate è imprescindibilmente quello del Boss.

La forza dei suoi pezzi, l’ispirazione che le sue parole riescono a dare a Javed è un po’ quella che influisce anche su noi spettatori: che alla fine con la pellicola riusciamo a empatizzare lo stesso, a scendere a patti (passando sopra anche a eccessiva retorica e buonismo), commuovendoci, addirittura, per un discorso meraviglioso volto a rileggere il significato della canzone che dà il titolo al film. Basta chiusure, bisogna aprire dei ponti. Quelli che Javed, lungo un cammino che non può arrestarsi, promette di tendere – ricambiato – alla sua famiglia e alle sue origini e quelli che noi esseri umani, in questo momento storico, magari, dovremmo pensare di tendere nuovamente verso il prossimo.
Questo, perlomeno, parafrasando lo Springsteen pensiero.

Trailer:

lunedì 19 agosto 2019

Parasite - La Recensione

Parasite Film
La crisi, la precarietà, il futuro incerto.
Sono tematiche diventate universali; che puoi spostarti o migrare dove ti pare e piace, ma non esiste luogo in cui puoi mettertele davvero alle spalle. Il dislivello tra classi è aumentato – e continua ad aumentare - considerevolmente e le conseguenze in una società che non fa nulla per invertire la tendenza possono portare, a lungo andare, a preoccupanti punti di rottura.

Come succede nel “Parasite” di Bong Joon-ho, dove una famiglia caduta nel lastrico più totale prova a rialzarsi a colpi di sotterfugi e inganni facendosi assumere a turno - e nascondendo la parentela - da un’altra famiglia più ricca, alla ricerca inizialmente solo di un tutor di inglese adeguato alla formazione universitaria della figlia maggiore. Da una piccola opportunità nasce quindi un piano divertente, quanto complesso, spietato e pericoloso, con il quale fratello, sorella, padre e madre riescono a mettere una bella pezza alla scarsità di risorse economiche che li affliggeva, approfittando della semplicità e dell’ingenuità di una giovane coppia, facilmente raggirabile e troppo, decisamente troppo attenta alle apparenze – come spesso accade quando di mezzo c’è uno status da difendere. Parassiti, come dice il titolo, sebbene dipenda sempre da che punto di vista si voglia vedere la faccenda: perché se è vero che da una parte c’è chi si aggrappa ferocemente – e scorrettissimamente - alla ricchezza altrui per sbarcare il lunario, dall’altra c’è chi fa lo stesso – in generale - sfruttando la mano d’opera e la fatica di altri per pura pigrizia e vanità, spesso – anche se non è questo il caso – sottopagando, o non pagando proprio: e permettendosi di umiliare in privato (o in pubblico) e a più livelli, magari, chi, per motivi diversi o semplicemente per sfortuna, non ha potuto godere dei loro stessi privilegi o lussi.

Parasite CannesMa nonostante la pellicola di Bong Joon-ho porti ad attivare certi discorsi, non è su quelli che in realtà intende soffermarsi. Il regista sud-coreano, infatti, è maggiormente attento a delineare i suoi personaggi, le loro emozioni, costruendo una storia che monta gradualmente coinvolgimento e suspense, passando dalla commedia di partenza al thriller, al mistery, fino a raggiungere e ad abbracciare quel dramma fasciato sottopelle. Un crescendo di sussulti che incolla letteralmente alla poltrona, che con un colpo di scena dopo l’altro sprigiona nel nostro corpo una sorta di adrenalina visiva dalla quale è impossibile restare immuni, soprattutto per via di una capacità di fare Cinema, e di creare Cinema, che sicuramente non è da tutti, anzi.
Perché ci sono sequenze – come quella in cui troviamo In Ginocchio Da Te di Gianni Morandi in sottofondo – in “Parasite” che ti rimangono stampante in testa e a cui non puoi smettere di pensare; sequenze contornate da inquadrature maestose, accompagnate da movimenti di macchina perfetti, e che contribuiscono a lanciare il film verso vette altissime che generano vertigini e ne suggeriscono la straordinarietà.

Prima ancora di emettere (personale) verdetto sul naufragio economico e sociale della Corea del Sud – ma non solo - Bong Joon-ho riesce, quindi, a erigere (e a scrivere) un’opera enorme, imponente, magnetizzante. Torna a parlare di lotte di classe, di guerre tra poveri (come fece nell'ottimo “Snowpiercer”), ma con un carico di brillantezza e di tiro che gli permettono di realizzare uno dei suoi lavori migliori in assoluto.
Complice pure un finale romantico, e per certi versi toccante, che sa tanto di non avverabile e, forse, di politicamente scorretto.

Trailer:

venerdì 9 agosto 2019

Attacco Al Potere 3 - Final Trailer Ufficiale Italiano

Attacco Al Potere 3 Butler

Final trailer italiano ufficiale per "Attacco Al Potere 3", il film diretto da Ric Roman Waugh con Gerard Butler, Morgan Freeman, Nick Nolte, Jada Pinkett Smith, Lance Reddick, Danny Huston, Piper Perabo e Tim Blake Nelson, dal 28 agosto al cinema.

Final Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Dopo una vorticosa fuga, Mike Banning è ricercato dalla sua stessa agenzia e dall'FBI, mentre cerca di trovare i responsabili che minacciano la vita del Presidente. Nel disperato tentativo di scoprire la verità, Banning si rivolgerà a improbabili alleati per dimostrare la propria innocenza e per tenere la sua famiglia e l’intero Paese e fuori pericolo.

lunedì 5 agosto 2019

C’Era Una Volta A…Hollywood - La Recensione

C’Era Una Volta A Hollywood Tarantino
Ve lo ricordate il fottuto campo da gioco?

Quello sul quale Vincent Vega e Jules, in “Pulp Fiction”, pesavano se la reazione – eventuale – di Marsellus Wallace nei confronti di uno scagnozzo che aveva osato massaggiare i piedi di sua moglie fosse stata onesta o eccessiva?
Bè ecco, parlando di “C’Era Una Volta A…Hollywood”, forse, sarebbe il caso di richiamarlo in causa.

Perché – per dirla come la direbbero i protagonisti di quel (suo) film – in questo caso ci troviamo in un campo da gioco fottutamente diverso da quelli calpestati finora nella filmografia tarantiniana. Non è un mistero che nella sua lunga – o corta, dipende da come preferiate leggerla – carriera Quentin Tarantino è cambiato molto: ha assaporato generi, sperimentato tecniche, sfidato il suo genio alzando sempre l’asticella, con la curiosità di intercettare dove – e se ci – fosse il suo tetto massimo e il suo limite. Un limite che – secondo chi scrive e che lo adora – non è mai riuscito ad inquadrare, a guardare negli occhi: sfornando ogni volta pellicole strabilianti, gargantuesche dal punto di vista tecnico e sorprendentemente mature da quello narrativo. Tutti, però, abbiamo dei limiti e più ne siamo ossessionati; più non vediamo l’ora di sapere quali sono, maggiore è il rischio che prima o poi questi ci si palesino davanti. Cosa che finalmente a Tarantino – a forza di scavare - è successa.
Era arrivato il momento, infatti, che tutto quell’amore per il Cinema che Quentin ci aveva mostrato, regalato e decantato in questi anni trovasse il modo di venire celebrato; che quella passione che lo contraddistingue e che ne ha contraddistinto la formazione artistica trovasse la via per una dedica vera e propria, per un attestato di riconoscenza, un testamento. Quella via si chiama “C’Era Una Volta A…Hollywood” e ha portato il suo regista a fare i conti con un’emotività inedita, straripante e percepibile che, inevitabilmente, deve aver offuscato – in forma volontaria o meno – un pizzico la sua lucidità.

C’Era Una Volta A Hollywood Brad PittParte con il voler raccontare il declino di una star negli ultimi giorni di una Hollywood - quella del 1969 - grandiosa e che non tornerà mai più, allora, la pellicola, sebbene a un certo punto sembri cambiare idea, attirata dall'aria di cambiamento, dai profumi dei set, dalle strade di Los Angeles, le sue insegne ed i suoi cinema. Un po’ come se l’anima di Tarantino fosse combattuta, titubante, spinta dal suo estro da un lato e dai ricordi della sua infanzia e un pizzico di malinconia dall’altro. Due strade che – colpendo sia il cerchio, sia la botte – il regista cerca poi di percorrere insieme, a corrente alternata, forte di una chiusura che, comunque, le andrà ad armonizzare e ad incastrare, sposandole. Un processo che funziona con qualche riserva, tuttavia, che in alcune occasioni rischia di ingolfarsi, di risultare compassato, creando una sorta di ritmo sincopato assolutamente insolito e inaspettato. A venirne fuori, quindi, è un’opera meno tarantiniana se esaminata nel senso pulp del termine – passatemi il concetto - e tarantiniana all'ennesima potenza, invece, se considerato quanto di personale e intimo sia stato inserito, specie in alcune sequenze, attingendo meticolosamente dalla memoria del suo autore.

Un film minore, dunque?

No, semplicemente un film diverso; un campo da gioco distinto. Per certi aspetti un regalo da parte di Tarantino, che condivide emozionato con noi spettatori un pezzo puro di sé stesso e un dispiacere che, forse, da qualche parte, fa rima pure con la fragilità mostrata dall’attore al tramonto Rick Dalton - interpretato da uno straordinario Leonardo DiCaprio a rischio Oscar – nel corso della discesa che lo vede passare dall’eroe che era, a trampolino di lancio – o punch ball – per le nuove leve.
Una generosità nuova, disarmante, insomma, accompagnata dalla dolcezza del personaggio di Margot Robbie e controbilanciata da un fichissimo Brad Pitt a cui è affidato il compito di rompere le righe e riaccendere puntuale la miccia di quello spettacolo irresistibile che, seppur diluito, non smette di timbrare il cartellino e lasciare il segno (chiudendo anche una trilogia Storica).

Trailer:

Zombieland: Doppio Colpo - Trailer Ufficiale Italiano

Zombieland: Doppio Colpo Film

Disponibile il trailer ufficiale italiano di "Zombieland: Doppio Colpo", il sequel del film uscito nel 2009 diretto ancora da Ruben Fleischer con Jesse Eisenberg, Woody Harrelson, Emma Stone, Abigail Breslin, Rosario Dawson, Zoey Deutch e Luke Wilson, dal 14 novembre al cinema.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Tra violenza, distruzione e situazioni comiche, che si diffondono dalla Casa Bianca al resto del Paese, i quattro protagonisti dovranno affrontare nuove forme di zombie, evolute rispetto al primo film, e incontreranno altri umani sopravvissuti. I quattro dovranno inoltre fronteggiare le crescenti difficoltà della loro irriverente quanto improvvisata famiglia.

E Poi C'è Katherine - Trailer Ufficiale Italiano

E Poi C'è Katherine Film

Presentato il trailer ufficiale italiano di "E Poi C'è Katherine", il film di Nisha Ganatra con Emma Thompson, Mindy Kaling, Max Casella, Hugh Dancy, John Lithgow, Denis O'Hare, Reid Scott e Amy Ryan, al cinema dal 12 settembre.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Katherine Newbury è una conduttrice pionieristica e leggendaria nel circuito dei talk show di tarda notte. Quando viene accusata di essere una "donna che odia le donne", mette in atto delle azioni precise e Molly viene assunta come l'unica donna nella stanza degli scrittori maschili di Katherine. Ma Molly potrebbe essere arrivata un po' in ritardo, dato che la formidabile Katherine affronta anche la realtà dei bassi ascolti e un'azienda che vuole comunque sostituirla. Molly, volendo dimostrare che non è stata assunta semplicemente perché donna, è determinata ad aiutare Katherine rivitalizzando il suo spettacolo e la sua carriera, e forse effettuando anche cambiamenti più grandi allo stesso tempo.

venerdì 2 agosto 2019

Fast & Furious: Hobbs & Shaw - La Recensione

Hobbs Shaw Poster
Capire chi è chi e che tipo di connessione, strascico o sospeso hanno fra loro, è irrilevante. Perché “Fast & Furious: Hobbs & Shaw” ufficialmente nasce come spin-off di “Fast & Furious”, ma nella pratica è un action a sé stante, che serve a mettere insieme Dwayne Johnson e Jason Statham per farli giocare a chi è più maschio alfa tra loro, attraverso siparietti niente male. Si, il loro retaggio, le macchine e il passato, un po’ c’entrano pure, ma leggermente a forza e per via di una furbizia che serve, per lo più, a richiamare all’appello uno zoccolo duro di fan che comunque non si sentirà tradito.

Non si sentirà tradito nonostante il gioco preveda di non prendersi mai sul serio, di non provarci nemmeno a imitare la saga di origine, allontanandosi da essa fin da subito e buttandola in caciara a tal punto da scadere nella commedia. Una commedia testosteronica, ma pur sempre una commedia. E non è una mossa sbagliata, anzi, forse è il punto di forza di una pellicola che scrollatasi di dosso il più velocemente possibile una trama che somiglia molto a un pretesto, non vede l’ora di darci dentro e di divertirsi lei per prima a mettere faccia a faccia questi due bestioni - abituati a lavorare da soli e a darsele di santa ragione - e costringerli, in un modo o nell’altro, a collaborare insieme e ad evitare la solita minaccia che rischia di mettere in pericolo il nostro pianeta. Una sorta di “Avengers” in forma ridotta, quindi, con Hulk – o She-Hulk per utilizzare l’etichetta che Statham appioppa a Johnson – e Thor che devono sfidare un Black Panther cattivo – che, però, preferisce paragonarsi a un Superman nero – e tecnologicamente modificato, convinto che il futuro dell’umanità (e del pianeta) dipenda dalla morte dei più deboli e dalla resistenza formata dagli ibridi come lui: motivo per cui deve assolutamente recuperare le capsule del virus finite nelle vene della sorella di Statham, che in questo quadretto potremmo paragonare a una sorta di Vedova Nera scaltra e impossibile da domare.

Fast Furious Hobbs ShawUn figlio purissimo del cinema hollywoodiano moderno, ecco cos’è tecnicamente questo “Fast & Furious: Hobbs & Shaw”. Ed è purissimo perché di quella filosofia, bisogni e propositi decide di incarnare tutto con la massima disinvoltura ed espressione: ponendosi come obiettivo principe la spettacolarità smodata, accompagnata da interpreti in grado di esaltarla al meglio e da comprimari funzionali alla causa, strategici per eventuali strizzatine d’occhio, o ipotetici sviluppi futuri. Non deve avere avuto indicazioni diverse da "fai divertire il pubblico", probabilmente il regista - esperto in materia - David Leitch. E la conferma ci arriva dritta dritta da come lo vediamo muovere la sua creatura, dalla liquidità di come intende farla scorrere e dalla voglia di disinteressarsi di qualsiasi legge narrativa, fisica o gravitazionale che sia, pur di continuare a tenere il pedale schiacciato sull’acceleratore e non rischiare di frenare l'intera giostra: che difatti non subisce mai un calo e non permette alcuna distrazione.

Così, se non si hanno problemi - e fidatevi, alla fine non ne avrete - a chiudere gli occhi su quelle due, tre (ma facciamo pure quattro, cinque, sei, sette...) cose inverosimili che accadono sul grande schermo - che voi direte: "Vabbè, ma in questi film è normale!"; vero, ma stavolta siamo proprio oltre ogni limite – e che contribuiscono alle risate e al rifornimento dei pop-corn in sala, non sarà difficile apprezzare l’idea (e gli intenti) di un blockbuster estivo concepito con la missione unica di farci passare in un batter d’occhio quel paio d’ore abbondanti che, magari, abbiamo ritrovato in avanzo.

Trailer:

1917 - Teaser Trailer Ufficiale Italiano

1917 Film Poster

Presentato il teaser trailer ufficiale italiano di "1917", il nuovo film di Sam Mendes con George Mackay, Dean-Charles Chapman, Mark Strong, Andrew Scott, Richard Madden, Claire Duburco, Colin Firth e Benedict Cumberbatch, al cinema dal 2020.

Teaser Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Al culmine della prima guerra mondiale, due giovani soldati britannici, Schofield (George MacKay) e Blake (Dean-Charles Chapman) ricevono una missione apparentemente impossibile. In una corsa contro il tempo, devono attraversare il territorio nemico e consegnare un messaggio che arresterà un attacco mortale contro centinaia di soldati, tra cui il fratello di Blake.

giovedì 1 agosto 2019

C'Era Una Volta...A Hollywood - Final International Trailer

C'Era Una Volta A Hollywood Tarantino

Final international trailer per "C'Era Una Volta A...Hollywood", il nuovo film di Quentin Tarantino con Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Kurt Russel, Timothy Olyphant, Dakota Fanning, Luke Perry, Margaret Qualley e Al Pacino, dal 18 Settembre al cinema.

Final International Trailer:


Sinossi (Ufficiale):
"C'Era Una Volta...A Hollywood" di Quentin Tarantino è ambientato nella Los Angeles del 1969 in cui tutto sta cambiando, dove l’attore televisivo Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) e la sua storica controfigura Cliff Booth (Brad Pitt) cercano di farsi strada in una Hollywood che ormai non riconoscono più. Il nono film dello sceneggiatore-regista presenta un cast stellare e diverse linee narrative in un tributo all'ultimo periodo dell'età d'oro di Hollywood.