IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

lunedì 22 ottobre 2018

Fahrenheit 11/9 - La Recensione

Fahrenheit 11/9 Michael Moore
L’apertura è quella che un po’ ti aspetti: con telegiornali, Star ed esperti in materia che sottovalutano la gravità del pericolo in essere e battezzano Hillary Clinton nuova presidente – la prima donna della Storia – degli Stati Uniti d’America, ancora prima del verdetto finale. La musica in sottofondo, quando arriva, è quella da film horror. Mentre la domanda – pronunciata dopo le prime parole di Donald Trump da vincitore - è l’unica possibile: ma come cazzo è potuto accadere?

Eppure non è su Trump che “Fahrenheit 11/9” ha intenzione di mettere le mani. Lo dice chiaramente, a un certo punto, Michael Moore: “Trump non è Il problema, ma la conseguenza dei problemi di un sistema da riparare!”. Il suo documentario, infatti, del 45esimo Presidente a stelle e strisce ne parla - confezionandone un ritratto esaustivo, quanto imbarazzante - ma lo fa meno, comunque, di quanto ci si aspetti. E il motivo è racchiuso nel fatto che, adesso - presa nota di come si sono messe le cose e in che direzione ci stanno portando - più che schernire e sottolineare l’inadeguatezza di un uomo al potere è importante mettere dei puntini sulle i che, probabilmente, alcuni - se non la maggior parte, addirittura – stanno sottovalutando. Se c’è da prendersela con qualcuno, allora, bisognerebbe partire dai democratici, forse, dalla disonestà che li ha spinti a ignorare il voto del popolo - che alle primarie del 2016 aveva scelto Bernie Sanders, salvo poi vedersi ufficializzare, a sorpresa, la controparte Clinton – per assecondare le decisioni di una cerchia ristretta di rappresentanti che, di fatto, stavano comunicando a tutti il messaggio di un elettorato inutile e da prendere in giro. C’è da prendersela con Obama, che nello scandalo dell’acqua avvelenata di Flint - ad opera del Governatore Rick Snyder (amico di Trump) - anziché agire da Presidente e salvare la vita dell’intera comunità coinvolta, si è lasciato andare a uno show da quattro soldi, rilanciando dopo, con un bombardamento sulla città a scopo di test militari.

Fahrenheit 11/9 Insomma, non c’è da stupirsi se il partito con più elettori, in America, oggi è quello di coloro che non vanno a votare. Quello di coloro che sono rimasti delusi. E che, rifiutandosi di pronunciarsi, permettono a una minoranza – magari quella sbagliata – di farsi voce grossa e vincere le elezioni. Una questione decisamente meno radicata di ciò che sembra, non molto distante a quella della scena politica italiana o di altri paesi europei e mondiali: con un fascismo in costante ascesa che non ci spaventa come, in teoria, dovrebbe perché crediamo che a proteggersi possa esserci il muro indissolubile di una costituzione. Un muro che Moore abbatte in quattro e quattr’otto quando monta l’audio del discorso di Trump sulle immagini di quello di Hitler, allarmandoci che proprio quest’ultimo non ebbe poi troppi problemi, all’epoca, nel farsi beffe di determinate regole per giungere in fondo ai suoi scopi.

Roba da farsi venire i brividi. Un’urgenza alla quale è necessario rispondere immediatamente e con veemenza. Ma come?

La speranza, ci dice “Fahrenheit 11/9”, è nei giovani, nel partito – che negli Stati Uniti è già in essere – di chi ha deciso di reagire all’incompetenza politica degli adulti – che sono quelli, poi, che hanno contribuito a donarci la crisi e il futuro precario che stiamo vivendo – e di riuscire laddove loro hanno evidenziato di non essere più in grado di fare la differenza. Un percorso lungo, certo, che ha bisogno del suo tempo, ma che – e a vedere la tigna e la preparazione di alcuni, c’è da crederci – appare come il maggiormente plausibile per contrastare una regressione politica prodotta da rabbia e da odio, sulla quale abbiamo perso (tutti) il privilegio di chiederci: ma come cazzo è potuto accadere?!
E la consapevolezza di questo, “Fahrenheit 11/9”, ce la elargisce sontuosamente, attraverso la consueta ironia, approfondimento e competenza tipici del suo regista; tirandoci addosso un’ondata di ansia doverosa che colpisce come un cazzotto, ma da cui abbiamo il dovere (umano e morale) di farci svegliare per ripartire.

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domenica 21 ottobre 2018

Beautiful Boy - La Recensione

Beautiful Boy Film CarellC’è un padre stremato, seduto di fronte a un medico, che vuole conoscere il nemico di suo figlio, all’inizio di “Beautiful Boy”; saperne di più sulla metanfetamina, la droga che lo ha imprigionato e lo sta cambiando, allontanandolo dagli affetti più cari e presto, forse, dal mondo intero. Un prologo brevissimo, che serve più che altro a mettere le cose in chiaro, prima di tornare un anno indietro e entrare da vicino nel dramma di Nic, quel ragazzo che vorrebbero salvare in tanti – a lottare col padre ci sono madre, matrigna e piccoli fratellastri – e che, invece, di tendere la mano, stringendo forte, si approfitta del loro amore, ricascando sempre nei soliti e pericolosi errori.

Padre e figlio, quindi. 

Due punti di vista che non smetteranno mai di sovrapporsi e di affiancarsi per tutta la durata della pellicola diretta da Felix van Groeningen: tratta da una storia vera e ricostruita tramite l'accorpamento di due libri, quello del giovane Nic Sheff - incentrato sulla lotta tra lui e le droghe – e l’altro scritto da suo padre David - il quale non ha mai mollato la sorte del suo beautiful boy, anche quando ha finto che fosse arrivato il momento di farlo. Colpa della metanfetamina, uno stupefacente che - in rapporto a molta della droga-del-pianeta-tutta - quando attecchisce lo fa per non mollarti più; e più sei fragile dentro, più sarà complicato per chiunque ti verrà incontro – genitori, medici, centri di riabilitazione – aiutarti a rimetterti in sesto e disintossicarti definitivamente. Un concetto che a “Beautiful Boy” ci tiene particolarmente a evidenziare, a drammatizzare, essendo un film che - se ancora non è chiaro - ha come intento basilare quello di sensibilizzare (e informare) lo spettatore sull’argomento, in una maniera forse che va a limitare un po’ la potenza emotiva del materiale che ha tra le mani; e che diventa didascalica nell’istante in cui - prima dei titoli di coda – si lascia andare a numeri e statistiche spaventose che non fanno altro che consacrarne tale scopo.

Beautiful Boy Timothée ChalametPerò.
Però, nonostante gli obiettivi palesemente moralizzatori messi lì a limitarlo, van Groeningen ha dalla sua la fortuna di avere a disposizione due assi nella manica disposti a venirgli in soccorso salvandogli faccia e (parziale) lavoro. Uno si chiama Timothée Chalamet, che, sostanzialmente, fa il suo dovere, mostrando un talento recitativo, magari, non completamente fiorito, ma comunque incisivo e plausibile. Mentre il secondo – che poi è colui a cui vanno riconosciuti elogi maggiori – è Steve Carell, il quale si carica letteralmente la pellicola sulle spalle, attraverso l’ennesima interpretazione magistrale - per lo più in sottrazione - precisa al tal punto che, all'improvviso, vorresti alzarti e andarci tu, lì, ad abbracciarlo e consolarlo per quelle pene che deve subire (e sentire) e che, in realtà, non si merita.
Che poi, se succede questo e si empatizza così, un pizzico di bravura sarebbe giusto restituirlo anche a una regia (e una sceneggiatura) che, perlomeno, conserva il pregio di tenersi alla larga da una retorica nascosta proprio dietro l’angolo; una regia sveglia abbastanza da non andare a forzare la mano, rischiando di guastare un equilibrio presente, ma sul filo del rasoio.

Per quello che è un risultato che, tutto sommato, allora, ci può star bene. 

Probabilmente al di sotto delle aspettative di chi si sperava in un racconto eseguito a regola d’arte, ma di sicuro al di sopra del canonico film-denuncia, assemblato ad hoc per impressionare su un tema.

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sabato 20 ottobre 2018

The Old Man & The Gun - La Recensione

The Old Man & The Gun Redford
Chissà se la decisione di ritirarsi dalle scene Robert Redford l’ha presa prima, dopo o durante le riprese di “The Old Man & The Gun”. Se era qualcosa su cui stava meditando in privato già da un pezzo, oppure se in qualche modo il venire a sapere della storia vera del criminale Forrest Tucker ha innescato in lui dei meccanismi particolari e imprevisti. 

Superiori di gran lunga, magari, a quelli intuitivi, di forza cinematografica, che hanno spinto il regista David Lowery ad adattare in sceneggiatura l’articolo del giornalista David Grann (dall’omonimo titolo), uscito sul New Yorker nell’ormai lontano 2003.

Perché la sensazione è che con il fascino e la filosofia di vita di quest’uomo, Redford ci sia entrato pesantemente in contatto; che l’abbia capito, amato (rispecchiandocisi, a modo suo?): interpretandolo in maniera chirurgica, ma soprattutto assimilando e sposando quelli che erano i suoi (puri) principi di comportamento. Era un rapinatore di banche, infatti, Tucker, un fuorilegge alla John Dillinger, uno di quelli che l’abito fa il monaco e che il fascino e l’educazione sono un surplus indispensabile a spazzare via ogni sospetto. Però, era anche uno di quelli che faceva quel genere di lavoro non per soldi, non per comprare castelli e ostentare un tenore di vita da Re - la sua casa affaccia di fronte a un cimitero - ma per vivere un’esistenza libera dalla trappola capitalistica del guadagnarsi da vivere. Una scelta che, a sentirla oggi, sembra quasi fantascientifica, ma che, radicata tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, appariva decisamente più percorribile e concreta. E non solo nel campo della criminalità, ma persino nel suo esatto opposto. Non è un caso, del resto, se sulle tracce di Tucker, Lowery, decida di collocarci un detective – il John Hunt di Casey Affleck - che, come la sua preda, ama con tutto sé stesso ciò che fa, impegnandosi forse più di quanto i suoi superiori e colleghi si meriterebbero da lui.

The Old Man & The Gun SpacekDue uomini, quindi, con cui si scende facilmente a patti; praticamente simili - nell'animo - e capaci di spazzare via il concetto di giustizia all'interno di una pellicola che, in realtà, non ha la minima intenzione – pur avendone il materiale - di far piedino al gangster-movie. Quella di Lowery è a tutti gli effetti una rom-com dal sapore malinconico, uno sguardo – stilistico, pure – su valori umani importantissimi che, probabilmente, stiamo perdendo o abbiamo perduto; un racconto composto con grandissima leggerezza e con l’umorismo di chi, appunto, è svincolato dal dovere di schierarsi e stabilire responsabilmente dove sta il bene e dove il male (tanto è evidente). In “The Old Man & The Gun”, allora, quello che conta, la priorità, appartiene ai bisogni primari, all'istinto, al sorriso (da non perdere), all'amore: che Affleck conserva nel suo ambiente famigliare e che Redford, invece, pesca all'improvviso approfittandosi del momento di difficoltà di una Sissy Spacek dolcissima e (sempre) incisiva (con lei una delle scene più belle del film, in gioielleria; mentre l’altra è tra lui e Affleck, in un bagno pubblico).

Poi, si, magari l'aspirazione di divulgare al pubblico l'esistenza di una personalità così bizzarra e straordinaria, c'era; di farlo utilizzando il corpo e il carisma di un divo che potesse incarnare quello spirito, indossandolo a pennello, idem. Possedendolo quasi, al punto da ipotizzare che il vecchio Robert dopo essersi divertito un mondo e aver sorriso tanto, interpretando questo personaggio, sia arrivato alla conclusione che per lui, nel cinema, non poteva esserci uscita migliore.
Cosa che - salvo ripensamenti da parte sua - qui sentiamo di appoggiargli in toto.

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venerdì 19 ottobre 2018

Halloween (2018) - La Recensione

Halloween (2018) Gordon Green
Da un lato la voglia di riportare in vita un franchise redditizio: tenendo conto, il giusto, dei vari sequel per scriverne un undicesimo in grado di avere un legame diretto con l’originale – nonostante i quarant’anni – e di elettrizzare promettendo una réunion con Jamie Lee Curtis che fa tanto rima con resa dei conti.

Dall'altro la volontà di sfruttare quel colossale spazio temporale per andare a rileggere un classico dell’horror, riprendergli le misure e, in caso, aggiornarlo: provando a capire come, e se, certe regole e punti fermi siano cambiati, morti o ancora vivi.

Su una cosa, però, la pellicola di David Gordon Green non transige. Michael Myers morto non è, cambiato forse (l’età si fa sentire), ma sicuramente è vivo (cattivissimo) e vegeto. Lo ritroviamo in un manicomio, incatenato e circoscritto da un rettangolo di nastro adesivo che ne delimita i movimenti: una struttura da cui a breve verrà trasferito – e il cinema insegna che non esiste metodo di fuga migliore, per un criminale – ma non prima di avere incontrato una coppia di giornalisti d’inchiesta che avrebbe intenzione d’intervistarlo – stimolandolo, maschera alla mano – per fargli aprire bocca e, magari, rivelarsi umanamente. In realtà, il piano di quest’ultimi, è ben più spinoso, perché comprenderebbe anche la confessione di una Laurie Strode invecchiata, isolata e emarginata dalla famiglia, che ha chiuso i ponti col mondo esterno e sta aspettando solamente di esaudire il suo unico desiderio: la vendetta personale nei confronti di chi gli ha rovinato l’esistenza. Un quadretto, niente male, quindi: con due topi da laboratorio stuzzicati a distanza da chi non sa in che guaio si sta cacciando, disposti a fare carte false per guardarsi faccia a faccia un’ultima volta e mettere il punto definitivo. Che siamo in prossimità di Halloween, neanche bisogna dirlo, probabilmente varrebbe più la pena sottolineare quanto Green ci abbia tenuto a riutilizzare i titoli di testa (e coda) dell’originale (ma stavolta la zucca parte sgonfia per poi ricomporsi), attingendo spesso – quando serve – anche alla splendida colonna sonora.

Halloween (2018) Jamie Lee CurtisLa volontà, infatti, è quella di comunicare subito allo spettatore (e al fan, e a Carpenter) che c’è una grande voglia di portare rispetto, di fare le cose educatamente, con criterio: sebbene non si possa non tenere conto che, a dispetto di quarant’anni fa, la storia di uno psicopatico ammazza baby-sitter, per giunta catturato e in custodia, non possa più occupare, sulla cronaca moderna, il medesimo scalpore e importanza (e viene detto esplicitamente). Che poi quello psicopatico non sia uno psicopatico qualsiasi, ma sia Myers, è una faccenda a parte, una faccenda che riguarda la saga di “Halloween” e il cinema, ma che deve restare al di fuori di un contesto semi-reale, intento a fotografare una gioventù e una società molto più spavalda e scettica. Molto di più, forse, di quanto non lo fosse già quella della figlia di Laurie, ostinata a respingere le pressioni di una madre che voleva proteggerla da un mondo tutt’altro che buono e compassionevole come lei lo definisce.

Perché, alla fine, questo nuovo appuntamento con “Halloween”, prima di abbandonarsi al suo destino - e darci quell’epilogo per il quale in molti pagheranno il biglietto – cerca di ragionare sul male e sul suo fascino orientato a distorcere il bene. Si chiede cosa possa provare un assassino, cosa lo spinga a uccidere di continuo, assetato di risposte e di domande che chiede anche a chi a quel male, con riserva, ma ci è sopravvissuto.

Certo, di risposte chiare e definitive non riesce a darne, non può, ma perlomeno permette a noi di ragionarci su, non appena l’intrattenimento mainstream chiude i battenti.

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giovedì 18 ottobre 2018

7 Sconosciuti A El Royale - La Recensione

7 Sconosciuti A El Royale Goddard
Di base Drew Goddard è uno sceneggiatore.
Uno sceneggiatore a cui piace sbalordire, spiazzare, provare a tenere lo spettatore in bilico, sul filo della corda: riempiendolo di colpi di scena, ribaltamenti di fronte e, se il contesto lo permette, tanta, tanta ironia. Una formula che nella stesura di “Cloverfield” appariva già piuttosto evidente, consolidata e messa a fuoco in “Quella Casa Nel Bosco” - suo esordio alla regia e, probabilmente, prodotto che più lo definisce – e diluita, per cause di forza maggiore, nell’adattamento cinematografico del “Sopravvissuto: The Martian”, diretto da Ridley Scott.

Che, però, Goddard fosse un grandissimo fan di Quentin Tarantino, in realtà, lo si era capito di riflesso da tempo; bastava fare attenzione ai dettagli, accorgersi di un certo tipo di manierismo che, specie nei prodotti televisivi che ha curato – vedi la serie “Daredevil” – era piuttosto evidente. Chiuso in gabbia, ma ingombrante. Talmente ingombrante da non meravigliarci se, ora, ha deciso di rompere la cella e appropriarsi violentemente di “7 Sconosciuti A El Royale”. La sua seconda regia, infatti, è a tutti gli effetti la tarantinata che vorresti e non vorresti vedere. Vorresti vederla perché di Tarantino ce n’è uno, purtroppo, e se in sua assenza ci fosse qualcuno capace di prenderne le veci – anche solo avvicinandosi – troppo male, alla fine, non sarebbe. Ma, contemporaneamente, non vorresti vederla perché quando poi ti ricordi che di Tarantino ce n’è uno, appunto, e pure di ardua imitazione, finisci col trovarti di fronte all’ennesimo prodotto che sta lì a scimmiottarlo, infastidendoti sia per l’arroganza, sia perché nulla all’improvviso sembra voler funzionare sullo schermo. Così, dopo un prologo bellissimo e promettente - nel quale cominci a sospettare che, magari, ci sarà da divertirsi - non appena la suddivisione in capitoli inizia a raccontare la storia di questi estranei e oscuri figuri (tutti con identità fittizie e un passato da svelare), capitati per caso in un hotel ambiguo e sinistro - costruito sulla linea di confine tra la California e il Nevada - subito la presa d’attenzione comincia ad allentarsi e a scricchiolare: con la personalità di Goddard che sciogliendosi, lascia spazio all'emulazione di un riferimento che non può permettersi.

7 Sconosciuti A El Royale FilmE dire che, in fondo, le possibilità per non mandare tutto all’aria e tirar fuori qualcosa di interessante la sua (fitta) sceneggiatura ne aveva, eccome. Per accorgersene bisogna aspettare che certi nodi – i più importanti – vengano al pettine, ma è evidente che, in partenza, l’obiettivo massimo di “7 Sconosciuti A El Royale” era ben diverso da quello poi raggiunto. Questo perché nelle pieghe del suo thriller (quasi da camera, o da camere, visto com’è scandito) Goddard aveva seminato una grossa e vivace strizzata d'occhio all’America di Nixon, quella del watergate, della nascita delle sette, dei grandi rapinatori di banche e del razzismo. Un puzzle articolato che, messo ogni pezzo al proprio posto, riesce a fare il suo sporco effetto, a colpire: ma si tratta un colpire tutto logico, razionale, incapace, quindi, di smuovere la più piccola corda emotiva, come anche di inglobare tensione in un terzo atto che - in teoria - avrebbe dovuto avere i muscoli per incollare alla poltrona.

Più fumo che arrosto, insomma.
Splendida confezione (ottima la colonna sonora), ma contenuto non all’altezza.
In quella che poteva essere la sua maggiore possibilità di consacrarsi come autore, Goddard fallisce clamorosamente l'appuntamento: prova a rifare un "The Hateful Eight" che gli sfugge di mano e spreca la forza di un cast notevole, dove Jeff Bridges - immenso come al solito - resta l'unico a uscire incolume.

Trailer:

[HOME VIDEO] Tito E Gli Alieni - Il Bell'Oggetto Misterioso Di Paola Randi Esce In Home Video

Tito E Gli Alieni Valerio Mastandrea

Film come “Tito E Gli Alieni” somigliano a degli oggetti misteriosi.
Raramente, infatti, al nostro cinema capita di dedicarsi alla fantascienza, e ancor più di rado capita che, a sobbarcarsi di tale responsabilità, sia una regista come Paola Randi, non propriamente nota al grande pubblico e, ufficialmente, solo alla sua opera seconda.
Certo, poi leggi il nome di Valerio Mastandrea tra gli attori e ti senti un po’ rassicurato, stabilizzato; ma giusto un attimo perché quando al suo fianco ti accorgi che c’è un’attrice come Clémence Poésy tutto torna a farsi di intricata lettura e curioso da smascherare.

Già, perché parliamo di una storia ambientata in gran parte nel deserto del Nevada, vicino all'Area 51, con “il Professore” Mastandrea - scienziato per il governo americano - che passa le giornate sopra un divano ad ascoltare il suono dello spazio. Questo fino al giorno in cui i suoi nipoti, Anita e Tito, non lo raggiungono adempiendo alla richiesta di affidamento che suo fratello Fidel ha espresso, poco prima di morire. Una situazione non facile da gestire per lui, per la quale sarà fondamentale l’intervento e il sostegno di Stella: una wedding planner del posto, abituata a soddisfare le strambe richieste di turisti a caccia di alieni.

E allora le sensazioni erano giuste, positive: “Tito E Gli Alieni” è un film italiano, certo, ma che di italiano ha ben poco. Se non, forse, il meglio di un cinema che vorremmo vedere più spesso e incontrare non con la frequenza con cui – restando in tema – si potrebbe incrociare un alieno. Perché poi la Randi, in realtà, non guarda allo spazio, non cerca di arrivare chissà dove con le ambizioni, ma si accontenta - e si fa per dire - di affrontare l’elaborazione del lutto con la creatività, l’ironia e la delicatezza di chi, alla fine, riesce anche a strapparti qualche lacrimuccia. Conquistandoti, di fatto, con l’arma della semplicità.
Tito E Gli Alieni” sarà disponibile in home video - nei formati blu-ray disc, dvd e streaming legale - dal 25 Ottobre prossimo.

Tito E Gli Alieni Home Video

Il Blu-Ray prevede le seguenti specifiche tecniche:
Dischi: 1
Formato Video: 2.35:1 Anamorfico 1080p
Tracce Audio: 5.1 DTS HD: Italiano, Inglese
Sottotitoli: Italiano (su parti in inglese)
Contenuti Speciali: Backstage; Trailer
Durata: 89
Confezione: Amaray
Produttore: Lucky Red
Distributore Home Video: Koch Media
Data di Uscita: 25 Ottobre 2018

mercoledì 17 ottobre 2018

Festa (o Festival) Del Cinema Di Roma - I Miei Dieci Anni (Nove Consecutivi)


Facevo due conti e ho scoperto che quest’anno sarà la mia decima partecipazione alla Festa Del Cinema Di Roma (che all'inizio era un Festival, vabbè, ma tanto cambia poco).
La nona consecutiva (saltai l’edizione del 2009).
Un traguardo che, secondo alcune regole non scritte, si è soliti festeggiare, sbandierare, anche se, personalmente, sempre a fronte di quei due conti che facevo per caso, mi stavo chiedendo come; perché?
E l’unica risposta che sono riuscito a darmi è stata - ancora tirando due somme - che magari potevo farlo provando a pensare a come sono cambiato io rispetto a questa manifestazione; a questa passione; come l’affronto ora in confronto a prima e come mai, nel tempo, il mio approccio è andato, via via, modificandosi (e parecchio, pure).

La prima volta fu nel 2008, ero un Cultural (in pratica quelli considerati studenti di cinema, grossomodo), e non avendo l’accredito stampa mi toccava andare la mattina a prendere i biglietti per gli eventi che avrei dovuto vedere la sera stessa (purtroppo non sapevo ancora di poter partecipare anche alle proiezioni stampa aventi posti residui, col mio badge). Entrai, perciò, in un tour-de-force, avanti e indietro, che mi permise, si, di capire com'è diverso assimilare il cinema ad un festival e quanto può essere arricchente farlo, ma, in contemporanea, riuscì anche a distruggermi fisicamente e mentalmente senza pietà (per carità, nessun rimpianto, è!).

Tornai due anni dopo (l'anno prima certi impegni mi fregarono), col mio blog nato da pochissimi giorni, la mia scrittura in fase di avanscoperta e finalmente - se non ricordo male - l’accredito stampa. L’esordio. Fu un’esperienza totalmente diversa. Meno stancante, più ricca (potevo assistere a molte più proiezioni), conobbi moltissime persone – e amici – con i miei stessi interessi e cominciai a sentire l’interno dell’Auditorium come un’accogliente seconda casa.
Raramente, sebbene potevo, entravo in sala stampa. Mi sentivo un intruso. Un impostore. Intimorito, pensavo: “Lì ci sono i critici seri, i giornalisti veri, tu è meglio che non ti immischi!” (mi ci è voluto un po' per accorgermi che, in realtà, non è proprio così!).
Profilo basso, insomma, che negli anni è andato man mano a smorzarsi, a sciogliersi: anche se in quella sala continuo a starci comunque molto poco. Ho scoperto che scrivo con più facilità e mi concentro meglio se sono isolato, in pace (solo al Festival Di Venezia – dove la sala stampa è gigantesca – le cose, mi ricordo, hanno funzionato al contrario).
E questo, gradualmente, ha permesso al mio blog di maturare negli anni, di assumere l'aspetto di un sito semi-decente - ci ho provato, dai - aumentando le visite e acquisendo pure un dominio.

Il fatto è che tanti anni di Festival ti permettono di aumentare e approfondire la tua conoscenza di (e del) cinema, di conoscere autori che altrimenti non avresti mai conosciuto, di ampliare il tuo sguardo verso opere che, spesso, ti mettono alla prova (è importante confrontarsi e discutere con gli altri, a tal proposito) e, inoltre, di imparare a intuire - avvalendoti degli elementi giusti - se vale la pena o meno vedere un film.
Ecco, quest’ultima è un’attitudine fondamentale da sviluppare, perché capita di dover scegliere la mattina alle 8.30 – quindi non proprio a mente elastica – quale dei tre (o quattro) film sparsi per le sale è la scelta migliore da compiere (tipo caccia al tesoro!).
Che, poi, può capitare pure che le scelte migliori siano due (è raro), ma se poco poco di due scelte migliori, a te capita di farne una terza sbagliata, ti ritroverai, alla fine, a dover recuperare due film - magari, bellissimi - a scapito di un programma che avanza e difficilmente è disposto ad attenderti.

Bisogna stare al passo, in pratica, farsi le ossa a forza di rompersene qualcuna: è l’unica certezza per chi è inesperto e si trova – senza alcun team, nel mio caso – a dover far fronte a un programma con quaranta, cinquanta, sessanta titoli in elenco.
Certi studiano a casa, qualche giorno prima: vedono il calendario di tutte le proiezioni (disponibile in discreto anticipo) e scelgono già cosa vedere e cosa scartare. Io no. Ci ho provato. Non ci riesco. Già al primo giorno cambio idea e in un lampo tutto il lavoro svolto va in frantumi.
Preferisco improvvisare: mi piace arrivare la mattina, prendere il programma del giorno e sentire il ticchettio dell’orologio in testa mentre lo leggo e silente mi ripeto: ”Petrassi o Teatro Studio? Petrassi o Teatro Studio? No, aspetta: Petrassi, Teatro Studio o Sala Sinopoli? Ma al MAXXI che fanno, invece?”. E, nel frattempo, goccioline gelide scendono sulla fronte, come se quella scelta possa condizionare, in qualche modo, tutto il resto della (mia) giornata (che poi è così!).

Ma, forse, ora sto divagando troppo, però.
Dovrei tornare al punto. Al cambiamento. Il mio.
Che cosa è successo in dieci anni di divertimento, gioie, incontri, fatiche, esperienze, nevrosi e caterve di Cinema (e partite della Roma, anche: tutte in sala stampa!)?
Bè, di sicuro c’è stata una crescita personale (e professionale) e considerevole sulla materia che mi porto incollata addosso (e che non smette); l’amore verso un posto che ogni volta che torno mi mette sempre di buon umore e poi il divertimento, le gioie, gli incontri, le fatiche, le esperienze, le nevrosi e le caterve di Cinema (e le partite della Roma) che, passati dieci anni - nove consecutivi - io sto tranquillo saranno sempre lì ad aspettarmi. Perché puoi collezionarne quanti ne vuoi, ma l’abitudine a un Festival - o a una Festa – del cinema non te la farai mai. Visto che - dal mio punto di vista - abitudine e Cinema, sono, sostanzialmente, due ossimori.

martedì 16 ottobre 2018

First Man: Il Primo Uomo - La Recensione

Il Primo Uomo Poster Ita
In effetti ha senso.
Dopo averci fatto emozionare, commuovere e lasciato di stucco con la magica estetica e la musica di “La La Land” a Damien Chazelle, per rilanciare, non restava che fare la mossa più logica: portarci sulla Luna. E – sempre seguendo la logica – la maniera migliore per farlo era quella di prendere in considerazione l’idea di raccontare la storia di chi sulla Luna c’era stato veramente. Del primo uomo. Quel Neil Armstrong al quale facciamo riferimento ogni volta che pronunciamo (o sentiamo pronunciare) la fatidica frase: “Un piccolo passo per l’uomo, un grande balzo per l’umanità!”.

Anche se, forse, le motivazioni che hanno spinto Chazelle a intraprendere questo tragitto, vanno al di là della relazione tra lui e ciò che il pubblico si sarebbe aspettato. Anzi, a dire il vero, si potrebbe sostenere viaggino proprio slegate, spinte dalla volontà del regista di cambiare genere, affrontando per la prima volta il mito della fantascienza. Un passo – questo - che per lui non risulta affatto piccolo, ma al contrario più lungo di una gamba che va nettamente in difficoltà non appena è chiamata a dover gestire l’assenza di gravità. Non serve un esperto, infatti, per rendersi conto che “First Man: Il Primo Uomo” deve fare i conti con un'anima da due poli ambivalenti: uno freddo e distaccato - quasi estraniante per lo spettatore - legato a tutti quei tecnicismi, le prove di volo e i primi piani – di piloti e macchine - dedicati agli esperimenti della NASA e l’altro - il secondo - decisamente più caloroso e appassionante, perché circoscritto al privato di Armstrong, al rapporto con sua moglie – una breve, ma intensa Claire Foy – i figli e le perdite cicliche che, suo malgrado, non smettono di ruotare attorno alla sua orbita. Due poli, insomma, che provano a bilanciarsi tra loro a staffetta, ma incapaci di avvicinarsi davvero e permettere, a quella che sarebbe il caso di definire missione, di proclamarsi compiuta.

First Man ChazelleDiciamo che Chazelle, in confronto ad Armstrong, ha avuto meno fortuna. Sulla Luna ci arriva, e ci fa arrivare anche a noi, ma a conti fatti, il suo atterraggio, è indiscutibilmente ruvido e da rivedere. Che poi da rivedere, fino a un certo punto, perché se c’è una certezza, un segnale indiscutibile in “First Man: Il Primo Uomo”, è proprio legato alla palese evidenza del regista nel trovarsi molto più a suo agio, e ad essere più abile ed efficace, quando deve manipolare i sentimenti e i conflitti interiori dei protagonisti. I picchi più alti e coinvolgenti della pellicola, non a caso, si fanno sentire quando ci troviamo tra le mura di casa, quando Ryan Gosling e Claire Foy mostrano la loro forza granitica di una coppia che deve reagire alle difficoltà; quando scherzano coi loro figli e – nella scena clou del film – nel momento in cui lei lo obbliga a preparare i piccoli per un saluto che potrebbe farsi ultimo.

Accelerazioni, miste a decelerazioni che destabilizzano noi quanto Chazelle, che a furia di dimenarsi tra ciò che sa fare benissimo e ciò che sta imparando in corsa, slama le fila (commoventi) di una chiusura che fatica a farsi cerchio. Una chiusura visivamente e acusticamente stupefacente, eppure strozzata da una mancanza di frammenti (narrativi) che, forse, avrebbe potuto recuperare e inserire facilmente.
Chiedendo, magari, aiuto a un certo Steven Spielberg, che figurava - guarda un po' - tra i produttori del film (e che in materia non se la cava nemmeno tanto male).

Trailer:

lunedì 15 ottobre 2018

[HOME VIDEO] Christine: La Macchina Infernale - Il Film Di John Carpenter Rivive In 4K

Christine: La Macchina Infernale Carpenter

Disponibile in home video, per la prima volta in versione 4K Ultra HD, “Christine: La Macchina Infernale”: l’horror diretto da John Carpenter nel 1983, tratto dall'omonimo romanzo di Stephen King.
Questa nuova edizione, oltre a contenere il classico blu-ray standard addizionale, si presenta anche con un’apprezzabile sezione di contenuti speciali: con approfondimenti sulla realizzazione del film, scene eliminate e commento del regista.

Come ormai sarà noto, la storia è quella di una macchina - precisamente una Plymouth Fury rossa e bianca del '58 – avente una gelosa anima demoniaca in grado di influenzare e deviare verso la cattiva strada chiunque gli capiti come padrone. Una sfortuna che colpisce il povero e non popolare Arnie Cunningham, liceale dalla grande passione per le auto d’epoca, che non appena riesce a contrattare un prezzo stracciatissimo dall'ex proprietario di Christine – ridotta a ferraglia dal tempo – con olio di gomito e sudore la rimette completamente a nuovo, cambiando anche lui, però, di aspetto e personalità.

Libero di non seguire letteralmente il romanzo di King (che infatti cambia, nelle sfumature), Carpenter fa del suo adattamento una pellicola elegante e piuttosto scorrevole, sorprendendo – soprattutto – con una serie di effetti speciali - per l'epoca - strabilianti e il suo stile inconfondibile di narratore, sempre accurato ed essenziale.
Forse “Christine: La Macchina Infernale” non è considerato (e non è considerabile come) uno dei suoi lavori di punta, eppure a vederlo sfrecciare, tra fiammate e sterzate, si ha comunque la sensazione di trovarsi di fronte a un Cinema eseguito con la C maiuscola, rottamato (dalle major), magari, troppo in fretta e con scarsa lungimiranza.

Christine: La Macchina Infernale Home Video

Il Blu-Ray, in edizione italiana, prevede le seguenti specifiche tecniche:
Dischi: 2
Formato Video: Ultra HD 4K HDR
Tracce Audio: 2.0 DTS HD: Inglese, Francese, Tedesco - 2.0 Mono Dolby Digital: Portoghese, Spagnolo - 2.0 Surround Dolby Digital: Italiano, Coreano, Giapponese, Russo - 5.1 DTS HD: Inglese - Dolby TrueHD Atmos: Inglese
Sottotitoli: Italiano, Inglese, Inglese Non Udenti, Cinese, Coreano, Ebraico, Finlandese, Francese, Giapponese, Hindi, Olandese, Spagnolo, Svedese, Tailandese, Tedesco
Contenuti Speciali: Scene Eliminate; Commento Del Regista; Accensione; Fast And Furious
Durata: 110
Confezione: Amaray
Produttore: Sony Pictures
Distributore Home Video: Universal
Data di Uscita: 9 Ottobre 2018

[HOME VIDEO] La Terra Dell’Abbastanza - Il Folgorante Esordio Dei Fratelli D'Innocenzo Ora In Home Video

La Terra Dell’Abbastanza D'Innocenzo

Presentato nella sezione "Panorama", al Festival di Berlino 2018, “La Terra Dell’Abbastanza” - film scritto e diretto dai fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo - è stato anche premiato agli ultimi Nastri D’Argento nella categoria Miglior Regista Esordiente. E meritatamente, sarebbe da aggiungere.
Perché quello che per i due registi – gemelli – rappresenta un vero e proprio esordio dietro la macchina da presa è, per noi spettatori, una visione folgorante: un colpo nello stomaco assestato come meglio, probabilmente, non si poteva fare.

Figlio legittimo, o meno, di “Non Essere Cattivo”, infatti, “La Terra Dell’Abbastanza” racconta la vicenda di due amici che sono praticamente fratelli, Mirko e Manolo, che una sera – parlando del futuro modesto che li aspetta, da affrontare però spalla a spalla – investono involontariamente una persona sbucata dal nulla, scappando successivamente, un po’ per paura e un po’ per convenienza. Il destino tuttavia è beffardo e per loro quello che la logica definirebbe disgrazia, si trasforma in una distorta manna dal cielo, spalancandogli le porte di una criminalità che vale la pena cavalcare – pensano – per smarcarsi dalla povertà della periferia che li ammanta.

Girata in maniera impeccabile - segno di due talenti da tenere assolutamente d’occhio – la pellicola dei fratelli D’Innocenzo allora sorprende soprattutto per come, pur avvalendosi di un canovaccio non precisamente originale, è in grado di annientare gli stereotipi del genere, incalzando di volta in volta tensione e angoscia tramite l'uso di uno sguardo autentico e accurato. Un discorso che potremmo andare a fare anche per le interpretazioni-tutte, sebbene quella del giovane Andrea Carpenzano conferma le aspettative altissime sul suo talento.
Dal 2 ottobre 2018 “La Terra Dell’Abbastanza” è disponibile in home video nei formati blu-ray disc, dvd e streaming legale, per cui se non lo avete visto e avete voglia di scoprire un ottimo film nostrano, avete mezzi sufficienti per approfittarne.

La Terra Dell’Abbastanza Home Video

Il Blu-Ray, in edizione italiana, prevede le seguenti specifiche tecniche:
Dischi: 1
Formato Video: 2,35:1 Anamorfico 1080p
Tracce Audio: 2.0 Stereo Dolby Digital: Italiano 5.1 - DTS HD: Italiano
Sottotitoli: Italiano
Contenuti Speciali: Scene Tagliate, Interviste, Trailer
Durata: 96
Confezione: Amaray
Produttore: Adler Entertainment
Distributore Home Video: Cecchi Gori Home Entertainment
Data di Uscita: 2 Ottobre 2018