IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

giovedì 31 ottobre 2019

Jumanji: The Next Level - Final Trailer Ufficiale Italiano


Final trailer ufficiale italiano per "Jumanji: The Next Level", il film diretto da Jake Kasdan con Dwayne Johnson, Jack Black, Kevin Hart, Karen Gillan, Danny Glover, Danny De Vito, Nick Jonas, Madison Iseman, Awkwafina, Colin Hanks, Alex Wolff, Dania Ramirez, Rhys Darby e Dean Russo, dal 25 Dicembre al cinema.

Finale Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
In "Jumanji: The Next Level" la gang è tornata ma il gioco è cambiato. Rientrati in Jumanji per salvare uno dei loro, i giocatori scoprono che nulla è come avevano previsto. Per sopravvivere al gioco più pericoloso del mondo i protagonisti dovranno affrontare zone sconosciute e inesplorate: dagli aridi deserti fino alle montagne innevate.

Brittany Non Si Ferma Più - Trailer Ufficiale Italiano

Brittany Non Si Ferma Più Film

Presentato il trailer ufficiale di "Brittany Non Si Ferma Più", il film scritto e diretto da Paul Downs Colaizzo - vincitore del premio del pubblico al Sundance Film Festival 2019 - con Jillian Bell, Utkarsh Ambudkar e Michaela Watkins, dal 15 novembre su Amazon Prime Video.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Simpatica, socievole e sempre pronta a divertirsi, la newyorkese Brittany Forgler è la migliore amica di tutti, tranne forse di se stessa. A 27 anni il suo modo di fare troppo diretto, la sottoccupazione cronica e le relazioni sbagliate la stanno mettendo all’angolo, ma quando si ferma in uno studio medico per cercare di ottenere una ricetta per l'Adderall, viene sorpresa con una prescrizione che non avrebbe mai voluto ricevere: deve rimettersi in forma. Troppo al verde per una palestra e troppo orgogliosa per chiedere aiuto, Brit non sa cosa fare fino a quando la sua vicina Catherine la spinge ad allacciarsi le sue sneakers Converse e fare di corsa il giro dell’isolato. Il giorno dopo ne fa due, e presto, dopo aver terminato il suo primo miglio, si prefigge un obbiettivo quasi impensabile: correre la maratona di New York City.

[HOME VIDEO] La Mia Vita Con John F. Donovan - Il Film Maledetto Di Xavier Dolan E' Disponibile In Blu-Ray E DVD

La Mia Vita Con John F. Donovan Kit Harington

Lo avevano rinominato come il film maledetto di Xavier Dolan, “La Mia Vita Con John F. Donovan”. Tutta colpa dei continui ritardi che vedevano slittare la sua uscita in sala e di quel taglio mai digerito che è toccato al personaggio interpretato da Jessica Chastain: notizie che ogni volta che trapelavano facevano abbassare le aspettative sul valore di un progetto sul quale molti avevano puntato tantissimo.
Poi, finalmente, al cinema ci è arrivato il film e – sarà perché ormai tutti avevano perso le speranze – non si è rivelato affatto così sbagliato come le voci articolavano. Certo, non è il lavoro migliore o il più originale realizzato dal giovane autore canadese, ma conserva comunque una sua identità e almeno una sequenza di grande impatto, che vale la pena non perdere.

La storia è quella di un’amicizia epistolare tra un bambino e un attore di cinema raccontata dal primo a una giornalista tanti anni dopo, per fare luce sulla morte prematura del divo: a quanto pare vittima di tormenti personali celati, che hanno finito per gravare sulla sua stabilità emotiva e sulla sua carriera.

In attesa di vederlo impegnato, allora, in qualcosa che gli trasmetta la voglia di fare un salto fuori dalla sua comfort-zone, Dolan, continua a difendersi restando confinato nelle tematiche e nei conflitti che lo hanno portato al successo. Non inciderà con la stessa veemenza degli esordi, ma sul fatto che il ragazzo sappia fare il suo mestiere ci sono pochi dubbi.
La Mia Vita Con John F. Donovan Home Video

Il Blu-Ray, in versione italiana, prevede le seguenti specifiche tecniche:
Dischi: 1
Formato Video: 2,35:1 Anamorfico 1080p
Tracce Audio: 5.1 DTS HD: Italiano, Inglese
Sottotitoli: Italiano, Italiano Non Udenti
Contenuti Speciali: Making Of, Trailer, Scene Tagliate
Durata: 123 minuti
Confezione: Amaray
Produttore: Koch Media
Distributore Home Video: Koch Media
Data di Uscita: 17 Ottobre 2019

[HOME VIDEO] Brood: La Covata Malefica - Nuovo Master E Nuova Edizione Home Video Per Il Film Di David Cronenberg

Brood Cronenberg

Disponibile in blu-ray e dvd – complice un master video tutto nuovo – “Brood: La Covata Malefica”, l’horror scritto e diretto da David Cronenberg, partorito dal regista a seguito del divorzio con sua moglie e battezzato, dunque, come una personale rivisitazione di “Kramer Contro Kramer”.

La storia racconta infatti di un padre che, accortosi di alcuni graffi presenti sulla schiena della sua bambina, si scaglia contro la propria ex-moglie, giudicandola responsabile, perché mentalmente instabile e in cura da un famoso specialista psichiatrico. Tale evento scatena improvvisamente una lunga serie di strani omicidi, tutti in qualche modo connessi alla vita dell’uomo.

C’è molta psicologia in questo film che, se horror diventa, lo fa solo durante le sue battute finali. Tendenzialmente, infatti, Cronenberg calpesta i territori del thriller, con un mistero tutto da sciogliere che difficilmente potrà essere anticipato, perché legato stretto alla genialità e alla follia del suo autore. A tratti è inquietante, allora, “Brood: La Covata Malefica”, disturbante, capace di coinvolgerci e di incuriosirci, pur non esaltando alla massima potenza le qualità di un autore che ci auguriamo di rivedere presto alle prese con un nuovo progetto (che sia al cinema o in televisione).

Brood: La Covata Malefica Blu-Ray

Il Blu-Ray, in versione italiana, prevede le seguenti specifiche tecniche:
Dischi: 1
Formato Video: 1,78:1 Anamorfico 1080p
Tracce Audio: 2.0 DTS HD: Italiano, Inglese - 2.0 Stereo Dolby Digital: Italiano, Inglese
Sottotitoli: Italiano, Italiano Non Udenti
Contenuti Speciali: Trailer
Durata: 91 minuti
Confezione: Amaray
Produttore: RaroVideo
Distributore Home Video: Cecchi Gori Home Entertainment
Data di Uscita: 24 Settembre 2019

martedì 29 ottobre 2019

[HOME VIDEO] Fumo Di Londra - Il Film Di Alberto Sordi In Versione Restaurata E In 4K

Fumo Di Londra Alberto Sordi

Un’edizione elegante e da collezione accompagna l’uscita in 4K UltraHD di “Fumo Di Londra”, il film interpretato da Alberto Sordi che segna anche la sua prima volta dietro la macchina da presa. L’occasione arriva per celebrare il restauro dell’opera a cura del Centro Sperimentale di Cinematografia (Cineteca Nazionale) e della Fondazione Museo Alberto Sordi, capaci di eseguire un lavoro accuratissimo che ci restituisce una qualità video neppure comparabile alle precedenti versioni.

Uscito al cinema nel 1966, “Fumo Di Londra” racconta la storia di Dante Fontana, antiquario di Perugia, benestante e di successo, tronfio abbastanza da pensare di poter ambire facilmente a un posto nella classe nobiliare inglese. Un’asta molto importante a cui intende partecipare lo porta, quindi, a Londra, dove proverà in tutti i modi a integrarsi nello stile e nella cultura british, convinto che la sua italianità non strabordi, come accade alla maggior parte dei suoi connazionali, quando è in vacanza all'estero.

Le trappole per realizzare una variante di “Un Americano A Roma” c’erano tutte, e invece Sordi mette in piedi una commedia intelligente che non parla (almeno, non solo) – come all'inizio potrebbe sembrare – di un’italianità che ci riguarda e che è impossibile scacciare via, ma si sofferma sui sogni di un uomo incapace di accettare che il ruolo che si è conquistato, in realtà, è quello che gli spetta e gli calza a pennello. Nel fare questo riesce anche a raccontarci, con occhio interessante, usi e costumi di un paese straniero: prima in cartolina - con l'impatto di chi va in avanscoperta - poi addentrandosi nella Londra più borghese e, infine, presentandoci il fenomeno giovanile della Swinging London, con cui, rocambolescamente, decide di chiudere il suo cerchio.

Fumo Di Londra Home Video

Il Blu-Ray 4K UltraHD, prevede le seguenti specifiche tecniche:
Dischi: 2
Formato Video: Ultra HD 4K HDR
Tracce Audio: 2.0 DTS HD: Italiano, Italiano Audiodescrizione
Sottotitoli: Italiano Non Udenti, Inglese
Contenuti Speciali: /
Durata: 131 minuti
Confezione: Slipcase
Produttore: Koch Media
Distributore Home Video: Koch Media
Data di Uscita: 17 Ottobre 2019

L’Ufficiale E La Spia - Trailer Ufficiale Italiano

L’Ufficiale E La Spia Polanski

Disponibile il trailer ufficiale italiano de "L’Ufficiale E La Spia", il film di Roman Polanski - basato sul romanzo di Robert Harris e in concorso all'ultimo Festival di Venezia - con Jean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner, Grégory Gadebois, dal 21 novembre al cinema.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Gennaio del 1895, pochi mesi prima che i fratelli Lumière diano vita a quello che convenzionalmente chiamiamo Cinema, nel cortile dell'École Militaire di Parigi, Georges Picquart, un ufficiale dell'esercito francese, presenzia alla pubblica condanna e all'umiliante degradazione inflitta ad Alfred Dreyfus, un capitano ebreo, accusato di essere stato un informatore dei nemici tedeschi.
Al disonore segue l'esilio e la sentenza condanna il traditore ad essere confinato sull'isola del Diavolo, nella Guyana francese. Un atollo sperduto dove Dreyfus lenisce angoscia e solitudine scrivendo delle lettere accorate alla moglie lontana.
Il caso sembra archiviato.
Picquart guadagna la promozione a capo della Sezione di statistica, la stessa unità del controspionaggio militare che aveva montato le accuse contro Dreyfus. Ed è allora che si accorge che il passaggio di informazioni al nemico non si è ancora arrestato.
E se Dreyfus fosse stato condannato ingiustamente?
E se fosse la vittima di un piano ordito proprio da alcuni militari del controspionaggio?
Questi interrogativi affollano la mente di Picquart, ormai determinato a scoprire la verità anche a costo di diventare un bersaglio o una figura scomoda per i suoi stessi superiori.
L'ufficiale e la spia, adesso uniti e pronti ad ogni sacrificio pur di difendere il proprio onore.
L'affare Dreyfus è uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia, avvenuto in Francia tra il 1894 e il 1906 e che vide protagonista il soldato ebreo francese Alfred Dreyfus, ingiustamente accusato di essere una spia e quindi processato per alto tradimento.
Dreyfus sostenne fermamente la sua innocenza combattendo contro un'intera nazione. Il suo caso ebbe una notevole risonanza mediatica dividendo l'opinione pubblica del tempo, tra chi ne sosteneva l'innocenza e chi lo riteneva invece colpevole.
Tra gli innocentisti si schierò Émile Zola, il quale scrisse un articolo in cui puntava il dito contro il clima di antisemitismo imperante nella Terza Repubblica francese. Tale intervento venne intitolato proprio J'Accuse.

Terminator: Destino Oscuro - La Recensione

Terminator: Destino Oscuro
I’ll be back, affermava Arnold Schwarzenegger, nel primo Terminator.
Una promessa mantenuta e che è riuscita a trascendere dalla trama di quel film, legandosi al personaggio, all'icona e, ineluttabilmente, all'intera saga.
Già, la saga di Terminator. Anche lei ritorna sempre. E quando fallisce – è accaduto sia coi sequel che con il primo reboot di quattro anni fa – non si perde d’animo, ricarica le batterie (e le idee), ed ecco che ci riprova.

Va detto che, stavolta, il credito è superiore, perché rispetto a tutto ciò che abbiamo visto dopo “Terminator 2: Il Giorno Del Giudizio”, in questo nuovo capitolo tornano a comparire il nome e la garanzia di James Cameron: tra i produttori e tra gli autori del soggetto (ma non della sceneggiatura). Un coinvolgimento che inizialmente aveva contribuito a solleticare l’entusiasmo dei fan più malinconici e delusi, ma che – sarà a causa dei tanti “Avatar” che sta preparando – non ce la fa, a conti fatti, ad essere così incisivo da riuscire a cambiare le sorti (il futuro?) di un franchise sempre più in difficoltà. Deve ritrattare il passato – narrativo e cinematografico – per affermare la sua esistenza, infatti, questo “Terminator: Destino Oscuro”, eseguire un importante variazione (in digitale, con tre principali attori palesemente ricreati al computer) che rimpasta la storia così come la conosciamo, per andare a riscriverla in maniera simile, ma non uguale. Una (grossa) inversione di marcia che – puristi o meno – saremmo anche disposti ad accettare, se permettesse al regista Tim Miller e alla sua squadra di sceneggiatori di trovare la chiave per costruire uno spettacolo all'altezza del marchio di cui si sono fatti carico. Il problema è che, nonostante tutte le concessioni e le migliori intenzioni, da parte nostra, ad arginare i pregiudizi, ogni loro mossa convoglia palesemente nella direzione commerciale (e industriale) di quei parchi giochi a tema – per citare Scorsese – che con il cinema hanno ben poco a che vedere.

Terminator: Destino Oscuro Sarah ConnorTradisce gli spettatori, ma innanzitutto tradisce sé stesso, questo “Terminator: Destino Oscuro”.
Perché con i ritorni di Schwarzenegger e di una cazzutissima Linda Hamilton – e, magari, seguendo determinate coordinate – aveva abbastanza elementi a disposizione (e l’occasione) per muoversi meglio e mettere in mano al buon personaggio di Mackenzie Davis e alla Sarah Connor di turno, Natalia Reyes, un’eredità discreta, sulla quale poter lavorare con calma e perizia. Ricalcare – seppur con leggerissime sfumature – il plot originale, non fornendo, a chi vede, nessunissima variazione consistente sul tema – se non quelle di una contestualizzazione che ci riporta all'America trumpiana e ad un’epoca in cui le guerre sono cibernetiche e gli spostamenti più facili da localizzare – è oggettivamente uno sforzo piuttosto scarso invece, specie se l’obiettivo massimo doveva essere quello di puntare a un travolgente rilancio. Uno di quelli che certamente non può tollerare un villain come quello di Gabriel Luna, tagliato con l’accetta e avente un carisma inversamente proporzionale al suo potere distruttivo.

Le ambizioni di Miller e della major alle sue spalle, allora, si esauriscono facilmente dietro qualche omaggio e una manciata di battute. In un lavoro che manca di anima, di intenti; goffo nell'imbastire qualunque argomentazione (come quella razziale, legata al Messico: con la speranza e il futuro dalla parte dei buoni e la minaccia artificiale, seminatrice di terrore, dalla parte dei cattivi) e chiaramente costruito a tavolino, con freddezza, proprio come i robot che nel loro film si cerca di fare a pezzi.
Di terminare, appunto.

Trailer:

The Grudge - Trailer Ufficiale Italiano

The Grudge Film 2019

Presentato il trailer ufficiale italiano di "The Grudge", il reboot dell’horror di Takashi Shimizu - prodotto da Sam Raimi - diretto da Nicolas Pesce con Andrea Riseborough, Demián Bichir, John Cho, Betty Gilpin, Lin Shaye e Jacki Weaver, dal 27 febbraio al cinema.

Trailer Ufficiale Italiano:

lunedì 28 ottobre 2019

[HOME VIDEO] Zombie 2 - Il Primo Horror Di Lucio Fulci In Versione Blu-Ray Restaurata

Zombie 2 Film

La Start Up! di CG Entertainment colpisce ancora, e stavolta lo fa con il primo horror firmato Lucio Fulci, realizzato con master HD da restauro 4K.
Stiamo parlando di “Zombie 2”, uno splatter che si rifà allo storico cult di George A. Romero, pur prendendone intellettualmente le dovute distanze. Un b-movie d’autore, capace di coprire con l’aiuto di un’espertissima regia le mancanze relative a un budget piuttosto striminzito: abilità che gli ha permesso di diventare, nel tempo, uno dei titoli di riferimento del genere.

Mette da parte le critiche sociali per dedicarsi alle leggende haitiane sugli zombie, la pellicola: con una figlia alla ricerca della verità legata alla scomparsa del proprio padre, le cui risposte pare si celino interamente sulle spiagge della pericolosa isola di Matul. Così, accompagnata da un reporter e da una coppia di sub - a cui entrambi chiedono un passaggio in barca - si ritroverà a dover affrontare un manipolo di morti viventi che un dottore sta provando a contenere, attraverso la vana ricerca di un antidoto.

E' un film che riesce a fare di necessità virtù, "Zombie 2", aggrappandosi ad effetti speciali artigianali, ma accuratissimi, che permettono a Fulci di allestire una manciata di scene destinate a rimanere a lungo nella memoria. Di queste, le più affascinanti restano quella sott'acqua - con uno squalo e uno zombie che attaccano contemporaneamente la loro vittima, salvo poi finire per duellare fra loro - e la splendida sequenza del pezzo di legno che lentamente trafigge un'occhio. Picchi altissimi di un'opera che, vista oggi, magari avrebbe beneficiato di un ritocchino di sceneggiatura in più, sebbene riesca, registicamente, a dare ancora una bella lezione a tanti di questi nuovi registi del genere che credono di saper spaventare, pur non essendone davvero capaci. 

Zombie 2 Home Video

Il Blu-Ray, in versione italiana, prevede le seguenti specifiche tecniche:
Dischi: 1
Formato Video: 2,35:1 Anamorfico 1080p
Tracce Audio: 2.0 DTS HD: Italiano - 2.0 Stereo Dolby Digital: Italiano - 5.1 Dolby Digital: Inglese - 5.1 DTS HD: Inglese
Sottotitoli: Italiano, Italiano Non Udenti
Contenuti Speciali: La Leggenda Di "Zombi 2": Interviste A Dardano Sacchetti, Elisa Briganti, Fabio Frizzi, Giannetto De Rossi, Giorgio Salvati; Quando I Morti Camminarono Sulla Terra: Interviste A Al Cliver, Ian McCulloch, Richard Johnson, Ottaviano Dell'Acqua; Zombie At Cinema Wasteland; Trailer; 30 Anni Di "Zombi 2"; Trailer Internazionale
Durata: 91 minuti
Confezione: Amaray
Produttore: Cecchi Gori Home Entertainment
Distributore Home Video: Cecchi Gori Home Entertainment
Data di Uscita: 9 Ottobre 2019

[HOME VIDEO] Shining - La Versione Estesa Rimasterizzata Arriva In 4K UltraHD

Shining Kubrick

Dopo la presentazione al cinema, durata due giorni, la versione estesa dello “Shining” di Stanley Kubrick arriva anche sul mercato home video. 24 minuti aggiuntivi – doppiati in italiano, se fate parte di coloro che amano vedere il film con audio nostrano – che allungano l’esperienza dell’adattamento cinematografico del celebre libro di Stephen King a un totale di 144 minuti (prima il timing ufficiale era di 119), ai quali si va ad aggiungere la chicca di un restauro video - ottenuto lavorando sul negativo originale in 35 mm - che fa acquisire alla pellicola una qualità mai vista prima e degna del nuovo formato in 4K UltraHD (ma i risultati del lavoro sono visibili anche sul blu-ray).

Tra scene inedite e altre allungate avremo quindi la possibilità di vedere la storia di Jack Torrance e del suo delirio all'interno dell’Overlook Hotel, come venne concepita da Kubruck in origine, per il mercato americano: ovvero priva di quei tagli che, invece, toccarono alle versioni distribuite all'epoca in Europa. Con Danny e la sua luccicanza che troveranno quel pizzico di spazio in più attraverso nuove informazioni (e personaggi) ed un quadro generale che andrà, inevitabilmente, ad ampliarsi.

Un’edizione allora che va ben oltre i classici fini puramente commerciali; che finalmente ci restituisce “Shining” nella sua versione ultima e al massimo dello splendore (estetico), preparando il terreno come meglio non si poteva chiedere per quel “Doctor Sleep” che tra qualche giorno invaderà le sale di tutto il mondo.
Shining Home Video

Il Blu-Ray 4K UltraHD, in versione italiana, prevede le seguenti specifiche tecniche:
Dischi: 2
Formato Video: Ultra HD 4K Dolby Vision
Tracce Audio: 2.0 Stereo Dolby Digital: Italiano - 5.1 Dolby Digital: Tedesco, Spagnolo, Francese, Polacco - 5.1 DTS HD: Inglese
Sottotitoli: Italiano Non Udenti, Inglese Non Udenti, Tedesco Non Udenti, Olandese, Finlandese, Francese, Ungherese, Coreano, Norvegese, Polacco, Rumeno, Russo, Spagnolo, Svedese, Tailandese, Danese, Ceco, Cinese, Arabo
Contenuti Speciali: 4K UHD: Commento Dell’Inventore Della Steadicam Garrett Brown E Del Biografo Di Kubrick John Baxter - BLU-RAY: Commento Dell’Inventore Della Steadicam Garrett Brown E Del Biografo Di Kubrick John Baxter; View From The Overlook: Crafting The Shining; The Visions Of Stanley Kubrick; Documentario: “The Making Of The Shining” Con Commento Opzionale Di Vivian Kubrick; Wendy Carlos, Compositore
Durata: 144 minuti
Confezione: Slipcover
Produttore: Warner
Distributore Home Video: Warner Home Video
Data di Uscita: 24 Ottobre 2019

Richard Jewell - Trailer Ufficiale Italiano

Richard Jewell Eastwood

Presentato il trailer ufficiale italiano di "Richard Jewell", il nuovo film di Clint Eastwood - basato su fatti realmente accaduti - con Sam Rockwell, Kathy Bates, Jon Hamm, Olivia Wilde e Paul Walter Hauser, dal 16 gennaio al cinema.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
"C’è una bomba al Centennial Park. Avete solo trenta minuti di tempo”.
Il mondo viene così a conoscenza di Richard Jewell, una guardia di sicurezza che riferisce di aver trovato il dispositivo dell’attentato dinamitardo di Atlanta del 1996. Il suo tempestivo intervento salva numerose vite, rendendolo un eroe. Ma in pochi giorni, l’aspirante alle forze dell’ordine diventa il sospettato numero uno dell’FBI, diffamato sia dalla stampa che dalla popolazione, assistendo al crollo della sua vita. Rivoltosi all’avvocato indipendente e contro il sistema Watson Bryant, Jewell professa con fermezza la sua innocenza. Ma Bryant scopre di doversi scontrare con i poteri combinati dell’FBI, del GBI e dell’APD per scagionare il suo cliente, e tenta di impedire a Richard di fidarsi delle stesse persone che cercano di distruggerlo

giovedì 24 ottobre 2019

Il Meglio Deve Ancora Venire - La Recensione

Il Meglio Deve Ancora Venire Film
Che “Il Meglio Deve Ancora Venire” sarà un film speciale, lo puoi capire immediatamente dai titoli di testa. Quando in un minutaggio brevissimo, i due registi Alexandre de la Patellière e Matthieu Delaporte, riescono a farci cogliere – servendosi di qualche stralcio video che li ritrae adolescenti, a scuola – la grande amicizia che lega Arthur e César: rispettivamente (due immensi) Fabrice Luchini e Patrick Bruel.

Da quelle immagini riusciamo a intuire anche che tipo di tono vogliono dare alla loro commedia, con una battuta – irresistibile – sul Padre Nostro, chiaramente punita dall’insegnante in aula, che sussegue a un prologo in cui già nonsense e umorismo sottile fanno da padroni.

Ma come dice il loro titolo, il meglio deve ancora venire. E viene quando Arthur deve comunicare a César che gli esami che ha appena fatto per la sua brutta ferita provocata dal salto dal balcone, prodotto accidentalmente con l’intento di limitare il suo pignoramento, non hanno riscontrato nulla di rotto, ma messo in evidenza un cancro ai polmoni terminale. Notizia non facile da comunicare che diventa ancora più difficile quando César confida a Arthur che sta per avere un figlio. A quel punto la capacità di scrittura sbalorditiva di de la Patellière e Delaporte – che sono anche sceneggiatori – esplode in tutta la sua raffinatezza, riuscendo a mettere in piedi una scena ai limiti dell’assurdo, eppure credibile, nella quale Arthur è costretto a fingere che il malato sia lui, rettificando troppo tardi come stanno le cose e dando l’impressione al suo amico di non essere in grado di accettare la dura realtà. Da questo momento in poi la pellicola diventa godimento puro, costante, con un’inversione di ruoli che vede il malato originale, spendersi e immolarsi per spronare e tenere alto l’umore del malato immaginario, il quale cerca di stare al gioco tenendo a bada i sensi di colpa crescenti e la paura che notizie non veritiere possano giungere all’orecchio della figlia e della sua ex moglie.

Il Meglio Deve Ancora Venire BruelBilancia dramma e commedia con una naturalezza spaventosa, allora, “Il Meglio Deve Ancora Venire”. E più la farsa si allunga, più l’intreccio si ingarbuglia, più fornisce l’impressione che prima o poi possa incappare in qualche infortunio. Questo a sensazione, almeno. Perché a conti fatti non succede mai e non ci vanno neppure vicino a commettere un errore, de la Patellière e Delaporte, rilanciando ogni volta e aumentando regolarmente la posta in palio, specie quando César dovrà necessariamente venire a sapere la verità taciuta e farci i conti. L’amicizia tra lui e Arthur, però, nel frattempo si è completamente ripresa, l’allontanamento che c’era stato è solo un ricordo ed entrambi sono riusciti a trovare in questa serie di straordinari eventi la maniera e la chiave per sistemare ciò che nelle loro vite era rimasto in sospeso o aveva smesso di funzionare: negli affetti, come negli amori e nel privato, come nel lavoro. Guarendo se non fisicamente, comunque spiritualmente.

A un certo punto, quindi, si ha come la percezione di assistere a una rivisitazione del “Truman: Un Vero Amico È Per Sempre” di Cesc Gay (ma pure del "The Farewell" di Lulu Wang) – sarà che a metà film fa capolino pure un cane – disassemblata e liberamente ricongiunta – perfezionata forse? – e dalla quale non si può che restare profondamente conquistati e colpiti positivamente. La sensibilità unica, l’ironia e la mano ferma con cui de la Patellière e Delaporte aprono, conducono e concludono la loro opera è qualcosa di assolutamente raro e inestimabile, al cinema. 

Non ci sarebbe da stupirsi se fra un po’ di tempo, dovessimo scoprire – come avvenuto per (il sempre loro) “Cena Tra Amici” – di un (nostro) remake in cantiere.

Trailer:

mercoledì 23 ottobre 2019

Judy - La Recensione

Judy Renée Zellweger
Si apre con una giovanissima Judy Garland impegnata sul set de “Il Mago Di Oz”, il biopic di Rupert Goold. Con un dialogo che la mette alle strette quando il produttore della MGM, Louis Burt Mayer, si approfitta della sua ingenuità facendole capire che non le conviene disobbedire alle regole impartite: che lei ha un talento unico e di conseguenza non può ambire – né tantomeno deve desiderare – a una vita come quella inseguita dalle ragazze della sua età (la cui massima ambizione sarà quella di finire a fare le cassiere dentro un supermercato).

Un flashback che andrà ad unirsi agli altri che vedremo nel corso della pellicola, e che, ai fini pratici, servono a “Judy” per giustificare come siamo arrivati là dove si comincia a raccontare. E cioè a un passo dalla fine: con una Garland caduta dalla cresta dell’onda e costretta ad accettare un tour londinese del quale avrebbe fatto volentieri a meno, lasciando i due figlioletti in affidamento al suo ex marito. Una stella cadente, inaffidabile e impossibile, farmacodipendente e, neanche a dirlo, propensa a cadere frequentemente tra le braccia consolatorie dell’alcol. Il ritratto peggiore, il più indecoroso che si possa ricevere, eppure è praticamente impossibile avercela con lei; puntarle il dito contro, accusarla di irresponsabilità, perché i suoi comportamenti sono figli di un’industria cannibale, agghiacciante e irriconoscente, capace di spremerti fino all'osso e fino a quando puoi fargli comodo, buttandoti via, poi, nel momento in cui comincerà a vederti solo come un peso. In quello sguardo, allora, in quegli occhi che non mascherano un’infelicità indelebile e crudele – e che il sorriso di scena può aiutare al massimo rendere meno palese – possiamo intravedere i cocci di un’infanzia rubata, abusata, che neppure i ricordi, a volte, sembrano avere la forza (e il coraggio) di mettere completamente a fuoco, tanto fa male il tornare a sbirciare.

La modalità di esposizione scelta da Goold non è esattamente di quelle canoniche, dunque, ma che si allontana dalla metodologia classica o scolastica, per guardare a un taglio leggermente più vicino alla modernità del genere. Un taglio che, però, non viene confermato sotto l'aspetto dei contenuti, che invece danno l’impressione di essere fin troppo striminziti, rigorosi e appesantiti da una retorica e da un'enfasi sempre sul punto di straripare e, quindi, di rendere precario sia l'equilibrio che il passo. Responsabilità di una regia che, probabilmente, avrebbe dovuto restare al di sopra, o alla pari, di una Renée Zellweger a cui viene delegato il compito – come era prevedibile – di prendere il film e di metterselo sulle spalle, vestendolo e guidandolo: dandogli moltissimo, sicuramente, ma togliendogli anche qualcosina attraverso certe parentesi drammatiche che servono più a mettere in risalto la sua buonissima interpretazione, che ad ampliare la descrizione del personaggio che sta celebrando.

Una vittima dei tempi, del suo talento e di uomini – vicini e lontani – che l'hanno ininterrottamente sfruttata, non accorgendosi mai della bontà, dell'innocenza e della fragilità che portava dentro. Era questo Judy, prima di essere quell'artista unica per cui la gente non vedeva l’ora di pagare il biglietto e sentirla cantare. E nell'ultima scena – quella più emozionante del film – Goold e la Zellweger riescono a riassumerlo precisamente e con grande affetto.
Quello che, quando era viva, in pochi hanno saputo mostrargli.

Trailer:

Le Ragazze Di Wall Street - La Recensione

Le Ragazze Di Wall Street Film
Leggere il nome di Adam McKay tra i produttori di “Le Ragazze Di Wall Street”, più che sbalordire, tende a schiarire notevolmente le idee, a dare coerenza. Assistendo allo spettacolo messo in scena dalla regista e sceneggiatrice Lorene Scafaria, spesso infatti si ha la sensazione di stare di fronte a un prodotto rimasto profondamente influenzato da “La Grande Scommessa”, al punto non di emularlo, magari, ma comunque di riuscire a rubare quanto più possibile da esso.

Diciamo che compie lo stesso lavoro, ma al contrario, la pellicola: aumentando i momenti distensivi, romanzati, con i quali far accomodare e divertire lo spettatore, e riducendo tutta quella parte più politica, più tecnica e di cronaca, a dei piccoli pezzi da incastrare in dei punti specifici. Perché quello di “Le Ragazze Di Wall Street” – traduzione orrenda, peraltro, dall’originale “Hustlers” – racconta, a modo suo, come la crisi economica del 2008 colpendo i potenti sia ricaduta, immancabilmente, anche su chi da quei potenti prendeva gli spicci, riuscendo a camparci. Non è un mistero, del resto, che le ragazze di cui parla il titolo siano delle spogliarelliste: studentesse, madri o talentose performer che sfruttando la loro bellezza, la sensualità e qualche trucco del mestiere, si approfittano dei businessmen che – in incognito o alla luce del sole – frequentano il loro locale, provocandoli e coccolandoli affinché sborsino più centoni possibili. Un giro di denaro che, se sai come muoverti, o – nel caso della protagonista Destiny – a chi affidarti – Jennifer Lopez potrebbe essere un ottimo sponsor – potrebbe aiutarti a scacciare via parecchie grane e, in rari casi, permetterti pure di vivere una vita piuttosto agiata, sebbene a livello di certezze e di prospettive non sia esattamente il massimo su cui poter contare.

Le Ragazze Di Wall Street FilmMa non era a quello che stavano pensando le protagoniste di questa storia - che poi è tratta da un fatto di cronaca pubblicato sul New York Magazine nel 2016, dalla giornalista Jessica Pressle – quando hanno deciso di reagire al calo degli affari (e all’avanzata delle spogliarelliste russe, molto più disponibili) drogando i loro clienti e truffandoli, sapendo che nessuno avrebbe avuto il coraggio – in quanto uomo – di denunciare un raggiro subito da una donna. La motivazione principale della Lopez – ufficialmente leader e mente del gruppo – era quella di smettere i panni della spogliarellista e di diventare lei stessa una businessman: perché – come ammette durante la sua confessione – tutta l’America somiglia a uno stripper club, ovunque c’è qualcuno che balla e qualcun altro disposto a lanciargli denaro. Alcuni però la fanno più franca di altri.
Una battuta di quelle colpito e affondato che pone ulteriori dubbi sul temperamento di un film costantemente indeciso se prendere una strada più commerciale, o concedersi a un profilo più serio: stallo che risolve fermandosi al centro, con la testa rivolta verso la prima opzione.

Nonostante McKay in produzione, nonostante le potenzialità, gli slanci e i richiami, la Scafaria evidentemente non se l'è sentita di abbandonare la sua comfort zone e sperimentare quel cinema d’autore che, di certo, avrebbe saputo esaltare maggiormente la vicenda che racconta. Non ha voluto rischiare di perdere il controllo e di andare a sbattere e, forse, considerando il risultato - complessivamente buono - del suo operato, per stavolta è giusto così.

Trailer:

La Belle Époque - La Recensione

La Belle Époque Film
La fuga dalla realtà, la voglia di staccare la spina ed entrare a far parte di un’altra epoca, non è argomento nuovo, al cinema. Basti pensare al “Midnight In Paris” di Woody Allen, che affrontava tale espediente per parlare di noi in maniera filosofica, cinica, ma pure maledettamente azzeccata e beffarda. Una complessità che al regista Nicolas Bedos – che si serve dello stesso espediente – non passa neppure per l’anticamera del cervello di provare a imitare, o a raggiungere, perché in fondo si può essere efficaci (e apprezzati) anche se il nostro unico scopo è quello di portare a casa una commedia romantica assai piacevole, capace di catturare l’attenzione dello spettatore dal primo all’ultimo fotogramma.

Un lavoro – per niente facile e scontato – che “La Belle Époque” mette in pratica con una scioltezza e con un’abilità a dir poco disarmanti. Un po’ come riesce a fare anche il personaggio di Guillaume Canet quando un cliente si affida alla sua impresa – pagando fior, fior di quattrini – per vivere (o rivivere) una serata ispirata a un periodo storico specifico, o a un momento particolare della sua vita: come capita al Victor di Daniel Auteuil che, messo fuori casa dalla moglie Fanny Ardant, decide di sfruttare il regalo del figlio rivivendo il primo incontro con lei, avvenuto negli anni ’70. La rievocazione di un ricordo che - vuoi per la perfetta ricostruzione avvenuta attraverso l’uso di schizzi accurati, da lui eseguiti e consegnati, vuoi per la bravura e la bellezza di un’attrice come Doria Tillier nei panni della (ex?) moglie - diventa per l’uomo un rifugio sicuro a cui aggrapparsi e nel quale voler tornare tutte le sere. Una sorta di effetto collaterale (calcolato?) dell’esperienza che, se da una parte non fa altro che confermare una crisi di mezza età in corso, dall’altra si fa miccia per una reazione alla stessa, in qualche modo utile a riattivare il brio di un’esistenza (o forse due) che pareva spenta.

La Belle Époque BedosGuardare al passato per capire il presente (e il futuro).
Fa questo sostanzialmente, Bedos, per tendere una mano ai suoi protagonisti: che nel presente ci stanno, ci vivono, ma si trascinano, oppure restano in piedi a fatica; e quindi disperatamente bisognosi di tornare al passato per riuscire a trovare quelle risposte che cercano e non riescono a captare. Per farlo, l’unico espediente è quello di alterare la realtà, di miscelarla alla finzione: replicando fedelmente (o quasi) i momenti salienti di un innamoramento capace di creare scompiglio e disordine emotivo, non solo nel cuore del diretto interessato, ma pure in parte del (lungo) cast, costretto a stare al gioco e a ruotargli attorno. Perché “La Belle Époque” tiene tantissimo anche a mettere a confronto i figli coi genitori: generazioni diverse, con cervelli diversi – ma con problemi simili – che possono coesistere e condividere, tra loro, i rispettivi bagagli, donandosi ognuno quel raro pezzettino di saggezza di cui fare tesoro.

Il punto d’arrivo, allora, è palesemente la preoccupazione ultima di Bedos: che non nasconde l’amore per i suoi personaggi, come nemmeno per le loro storie d’amore appassionate e irrisolte. Una manifestazione d'affetto pari solo a quella che la sua pellicola mostra per il cinema, il teatro e lo spettacolo in generale, che onora ed esalta con una scrittura vivace, ironica, priva di virgole fuori posto e dalla quale si resta ammaliati.

Trailer:

martedì 22 ottobre 2019

Star Wars: L'Ascesa di Skywalker - Trailer Finale Italiano

L'Ascesa di Skywalker Poster

Trailer finale ufficiale - in italiano - per "Star Wars: L'Ascesa di Skywalker", il terzo (e ultimo) capitolo della nuova trilogia diretto nuovamente da J.J. Abrams con Daisy Ridley, Mark Hamill, Lupita Nyong'o, John Boyega, Oscar Isaac, Adam Driver, Keri Russell, Carrie Fisher, Richard E. Grant, Billy Dee Williams, Naomi Ackie, Kelly Marie Tran, Domhnall Gleeson, Anthony Daniels, Joonas Suotamo, Dominic Monaghan, Greg Grunberg, Billie Lourd, Jimmy Vee, Brian Herring e Dave Chapman, dal 18 dicembre al cinema.

Trailer Finale Italiano:

Sinossi (Ufficiale):
Un anno dopo gli eventi del precedente film, Gli ultimi Jedi, la Resistenza sopravvissuta o quello che ne rimane affronta ancora una volta il Primo Ordine. Non dovrà fare i conti solo con l'oscuro regime, ma anche con il passato e fronteggiare i propri tumulti interni.
Al tempo stesso l'antica battaglia tra Jedi e Sith sembra aver raggiunto l'apice, mettendo un punto definitivo alla saga di Skywalker. Il film permetterà di scoprire di più anche sul passato di Rey (Daisy Ridley), l'eroina della nuova trilogia che ha definitamente abbracciato il Lato Chiaro della Resistenza, e sull'identità dei suoi genitori, che, secondo i capitoli precedenti, l'hanno abbandonata durante la tenera età.

Bloodshot - Trailer Ufficiale Italiano

Bloodshot Diesel

Disponibile il trailer ufficiale italiano di "Bloodshot", il film diretto da Dave Wilson - adattamento cinematografico dell'omonimo fumetto, bestseller - con Vin DieselGuy Pearce, Eiza González, Sam Heughan, Toby Kebbell, Talulah Riley, Jóhannes Haukur Jóhannesson, Siddharth Dhananjay, Lamorne Morris e Alex Hernandez, dal 20 febbraio al cinema.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Un soldato ucciso durante una missione viene riportato in vita dalla RST corporation. Grazie ad un insieme di nanotecnologie, Ray acquisisce una forza incontrollabile e la possibilità di rigenerare i propri tessuti istantaneamente.
La compagnia ha però preso possesso non solo del suo corpo, ma anche della sua mente e della sua memoria, e Ray non sa più cosa è vero e cosa no, ma è sua intenzione scoprirlo.























lunedì 21 ottobre 2019

Cena Con Delitto: Knives Out - Teaser Trailer Ufficiale Italiano

Cena Con Delitto Film

Teaser trailer ufficiale italiano per "Cena Con Delitto: Knives Out", il film diretto da Rian Johnson con Daniel Craig, Chris Evans, Ana De Armas, Jamie Lee Curtis, Michael Shannon, Don Johnson, Toni Collette, Lakeith Stanfield, Katherine Langford, Jaden Martell e Christopher Plummer, dal 5 dicembre al cinema.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Harlan Thrombey (Christopher Plummer), un agiato romanziere, viene trovato morto, in circostanze misteriose, nella sua proprietà la mattina dopo la festa per il suo 85esimo compleanno. Il celebre detective Benoit Blanc (Daniel Craig), uomo di straordinario intuito e carisma, è incaricato del caso, e sospetta si tratti di un omicidio. In perfetto stile “crime” la famiglia del defunto è numerosa, e tutti, nessuno escluso, sono potenziali sospettati: ognuno di loro, infatti, avrebbe un motivo più che valido per eliminare Harlan Thrombey, uomo che l’esperienza e l’età hanno reso tanto lungimirante quanto sagace. Quando il fatidico giorno della lettura del testamento si avvicina, l’avida e disfunzionale famiglia di Harlan, si rivela essere molto più complicata e conflittuale di quanto sembrasse all'inizio. Un contesto familiare costituito da personaggi variopinti, appartenenti a generazioni contrapposte tra loro per età, obiettivi e stili di vita. Quando Marta (Ana de Armas), la giovane e bella infermiera sudamericana di Thrombrey si ritrova implicata nel misterioso caso, appare chiaro che nessun segreto è più al sicuro nella casa, neppure i suoi.

The Irishman - La Recensione

The Irishman Film
Sembra quasi voler chiudere un cerchio “The Irishman”.

Quel cerchio sui gangster-movie di cui Martin Scorsese è sempre stato grande esponente, se non addirittura padre fondatore: andando a riprendere il (suo) capolavoro che fu “Quei Bravi Ragazzi”, per riscriverlo – se così si può dire – attraverso una maturità tutta nuova, che tiene in considerazione la terza età e guarda – involontariamente, dice Scorsese – al “C’Era Una Volta In America” di Leone.

C’era una volta, appunto. 

Un irlandese e Jimmy Hoffa. Robert De Niro e Al Pacino. Due giganti (che si confermano tali), due icone del cinema hollywoodiano che Scorsese – con Joe Pesci e Harvey Keitel – voleva (ri)unire in quello che è un progetto nato più per sé stesso che per noi spettatori, e che gli sarebbe stato più facile fare, paradossalmente, senza la presenza dei suoi amici. Senza la necessità di un de-aging sperimentale, spinto, assai costoso e quindi pericoloso; che, in alcuni momenti, rischia davvero di intaccare la credibilità e il realismo di questa grandissima e lunghissima (209 minuti) storia di una vita. Non bisogna sottovalutarlo, allora, che rispetto al passato stavolta il regista ha sentito il bisogno di forzare la mano; di immergersi in una reunion che è malinconica si, ma allo stesso tempo coerente con un discorso lasciato aperto e che non poteva non essere ripreso e concluso. Perché in “The Irishman” l’esaltazione del crimine si dissolve, sparisce, e con lei anche l'indugiare della macchina da presa sui privilegi e sui lussi che può garantire entrare al servizio di una famiglia mafiosa, scalando posizioni lavoro sporco, dopo lavoro sporco. La parabola del Frank di De Niro, non a caso, è decisamente meno sfavillante e rock di quella che circa trent’anni fa era toccata al suo alter-ego Ray Liotta, ugualmente ricca di successi e di intoppi, magari, eppure resa sul grande schermo con un occhio tendente fortissimamente al ridimensionamento. E non è per una questione morale, assolutamente. Ma a causa di certe sfumature e di certi aspetti che con la vecchiaia – di Scorsese, come dei suoi protagonisti – si fanno notevolmente più nitidi, più chiari, stimolandoti a guardare determinate situazioni, in modo diverso.

The Irishman De NiroCome porre l’accento sul comportamento di una figlia, per esempio. O di una famiglia impaurita dai silenzi di un padre oscuro e violento che si rende conto perfettamente dell’ombra con cui a casa lo identificano, pur non trovando mai il momento adatto per affrontare l’argomento e dargli il giusto peso. Una famiglia che spesso diamo per scontata, trascuriamo, tradiamo, ma che in fondo è l’unica a cui apparteniamo veramente; a cui possiamo aggrapparci quando siamo in difficoltà, in solitudine e che non ha nulla da spartire con l’altra fittizia, acquisita in ambito lavorativo. Una tematica, questa, che in “The Irishman” assume un ruolo marginale in apparenza, ma fondamentale in sostanza; investita e occultata dalla Storia (vera) americana posta in primo piano, ma destinata a diventare cuore indiscusso della pellicola in chiusura, fornendogli quel compimento che, in caso contrario, non avrebbe avuto.

Perché è quando i ringiovanimenti (non perfetti e un pizzico fastidiosi) vengono messi da parte, quando agli attori tocca tornare ad assumere l’età reale e quella ancora più anziana (eseguita con make-up, non in digitale come l’altra) - con la quale si avvicineranno al tramonto -, che quel senso di mortalità e di malinconia percepito smette di nascondersi e si fa palese.

Coi primi piani sulle espressioni di un De Niro in sedia a rotelle – che è come ci viene presentato in apertura – chiamato a fare i conti con una vita della quale, forse, ha afferrato troppo tardi gli errori e i passi falsi. Una vita che non perdona, né lui, né la combriccola dei suoi amici, e che portandogli il conto pare comunicare (e comunicarci) la fine di un’epoca d'oro (anche cinematografica).
La chiusura di un cerchio di cui – senza dubbio – sentiremo la mancanza.

Trailer:

domenica 20 ottobre 2019

Scary Stories To Tell In The Dark - La Recensione

Siamo ad Halloween. È il 1968. E la propaganda in favore della Guerra del Vietnam da i suoi frutti. Le televisioni mostrano Richard Nixon impegnato nelle ultime battute della sua Campagna Elettorale, quella che, a brevissimo, lo porterà ad essere eletto come nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America.


Ma cosa c’entra tutto questo con “Scary Stories To Tell In The Dark”?

Tutto e niente. Se da una parte, infatti, quel conflitto non entrerà mai nel merito della trama, in realtà c’entra, perché quella che fa André Øvredal non è una semplice contestualizzazione: uno perché è reiterata e due perché il norvegese – in quanto occhio esterno e straniero, probabilmente – trova proprio in questa chiave l’unico elemento originale con cui dare un minimo d’identità ad un horror che, altrimenti, non ne avrebbe avuto nessuno. Del resto non commettiamo nessuna eresia a dire che quello tratto dalla serie omonima dei libri di Alvin Schwartz, e prodotto (e co-sceneggiato) da Guillermo del Toro, è un film che si limita a riciclare gli ingredienti del genere – prendendo come campioni fondamentali "La Casa", “Final Destination” e “The Ring” – riproponendoli in una forma che si accontenta di apparire come meno piatta e più efficace possibile. Una formula che assunta con pop-corn e bibita alla mano porta a casa una sufficienza senza infamia e senza lode, con la menzione speciale di ostentare un impegno – perlomeno nell’estetica e nella costruzione delle scene – che tutto pare, fuorché disinteressato o eseguito con mano sinistra. Insomma, Øvredal alla sua seconda esperienza in lingua inglese non ha l’opportunità di fare quel passettino in avanti rispetto ad “Autopsy” – che pure male non era – ma trova comunque la tigna e il carattere per non farne nemmeno uno all'indietro: e con un copione come quello che aveva tra le mani, non era per niente scontato.

La storia di Sarah, della sua prigionia e del suo libro di storie macabre – che la leggenda vuole punisca chiunque osi avvicinarsi ad esso, dando vita a nuovi racconti terrificanti, scritti in tempo reale, con al centro i diretti interessati – forniva assist per una caterva di cliché; suggeriva strade di narrazione già battute, di quelle che rischiano – per quanto sciupate – di risultare retoriche, scopiazzate, rubate. Trappole che, nonostante tutto (e nonostante a volte non siano evitabili), la regia di “Scary Stories To Tell In The Dark” prova in ogni circostanza a schivare, saltare, dandosi da fare e sbattendosi per tenere viva una tensione e un’attenzione costantemente in bilico, costantemente a rischio forfait dello spettatore. Ci riesce? Ni. Nel senso che, nella maggior parte delle occasioni, è palesemente impossibile non anticipare cosa stia per accadere, non prevedere quello jumpscare piuttosto che quell’altro e accettare che questo genere di tecnica per lo spavento sia considerata ancora regolare, onesta e accettabile.

Ma per fortuna Øvredal mette una pezza a tutto ciò, imbastendo una corsa che, onestamente, non (ci) stanca mai. Che il pubblico più adulto e più svezzato battezzerà come aperitivo d'entrata, ma che quello più adolescenziale, inesperto, o alla ricerca semplicemente di qualche brivido, porterà a casa con moderato piacere.

Guardando con un pizzico di diffidenza, forse, a quel parallelismo fatto tra l’ombra di Sarah e la Guerra del Vietnam. Cercato pindaricamente, magari, eppure imbroccato.

Trailer:

The Farewell: Una Bugia Buona - La Recensione

The Farewel Film
C’è un detto, in Cina, secondo il quale – grossomodo – chi si ammala di cancro, alla fine muore per colpa della paura. Per tradizione (o per usi e costumi, è uguale), quindi, quando una persona contrae questa malattia, si cerca di ritardargli il più possibile la notizia facendola curare con terapie e medicinali, ma imbastendo una serie di bugie buone, utili a scacciare quel terrore.

Sicuramente parliamo di un processo alquanto macchinoso e non sempre applicabile, però nel caso in cui il paziente sia una persona anziana, per una serie di motivi e con un minimo di organizzazione, il teatrino è fattibile. Ce lo dimostra “The Farewell: Una Bugia Buona” che affronta proprio tale questione partendo – e non è un caso – da una famiglia cinese trapiantata a New York, dove questa nipote trentenne - che sta provando a trovare una collocazione nella vita - viene frenata dai genitori perché riconosciuta non in grado di mantenere la farsa che si sta organizzando: ovvero una rimpatriata intorno alla nonna alla quale restano pochissimi mesi di vita, da giustificare con un matrimonio improvviso dell’unico nipote maschio (con la compagna giapponese). Perché nella pellicola di Lulu Wang non è solo la famiglia della protagonista ad aver lasciato la madre patria per un futuro altrove, bensì anche gli altri parenti che, per un motivo o per un altro, orbitano intorno alla Cina, ma senza viverci in pianta stabile. Per cui, quando si comincia a parlare di tradizione, di questo spettacolo affettuoso e dolce, ma moralmente discutibile, ci si comincia pure ad interrogare se valga la pena o meno – e se sia giusto o meno – non mettere al corrente la diretta interessata di ciò che le sta accadendo. E a farlo, se non è il nipote maschio che preferisce fare la vittima e sposarsi, facendo un po’ la figura del (tenero) giuggiolone, è una nipote femmina che non ce la fa a comprendere il retaggio spiegato dai suoi genitori; che infrange la loro richiesta di non lasciare l’America e che titubante sta al gioco, riflettendo continuamente se valga la pena interromperlo, oppure no.

The Farewel FilmE insieme a lei, a questo punto, riflettiamo noi di riflesso. Ci domandiamo se aggrapparsi a un detto del passato sia uno scarico di responsabilità, o meno; se ci stesse bene che qualcuno ci oscurasse un malessere che ci appartiene e, principalmente, il come mai di tali considerazioni solo adesso. La risposta - ce la suggerisce la Wang - si chiama globalizzazione: che è sinonimo di aperture mentali, di punti di vista ampliati, di un miscuglio di culture che, per forza di cose, contaminano e mettono in discussione ciò che prima era considerato legge, magari. La sua è una commedia brillante, che prende il dramma di fondo e lo esorcizza abilmente in sorrisi, in scene tenere, calorose, che hanno la capacità di farti entrare nella fatica, nei dolori e nelle emozioni implose di questa grande e variegata famiglia. Il dubbio, probabilmente, è che forse tutto questo freni leggermente quella voglia di andare sottopelle, di scendere e analizzare davvero questo cambiamento sociale e culturale che esiste, e che può portare a benefici, come a dei corti circuiti.

In questo caso, trattandosi di storia vera, possiamo dire che ad avere la meglio sia stata l’anzianità, le antiche abitudini, la fortuna (?). Eppure – e lo sappiamo – molto spesso lo svecchiamento, il rinnovamento, la mescolanza e le rivoluzioni culturali possono portare un gran bene. Avere lo stesso potere di un esercizio fisico all’aria aperta e scaccia tossine, diciamo, o comunque avvicinarcisi parecchio.

Trailer:

venerdì 18 ottobre 2019

Antigone - La Recensione

Antigone Film 2019
Leggi “Antigone” e pensi subito a Sofocle; alla tragedia greca; all’adattamento cinematografico che oggettivamente potrebbe essere. Eppure no, non è così. Perché quello di Sophie Deraspe è un film che da quel testo lì si limita solamente a prendere spunto: raccontando una storia totalmente diversa, legata sempre a fratelli e sorelle, ma avente un taglio e una visione sociale profondamente radicate nell’attualità.

L’Antigone che vediamo infatti è una studentessa modello, una di quelle preparatissime e che va avanti a borse di studio; che si è trasferita in Canada con la nonna e i suoi tre fratelli da bambina, per sfuggire alle violenze e alle assurde ingiustizie del suo paese di origine. Ingiustizie che però non si è lasciata totalmente alle spalle e che si rifanno vive quando un agguato della polizia, senza alcun valido motivo, provoca la morte di uno dei suoi fratelli e l’arresto – con annunciata estradizione – dell’altro per aggressione (ma un’aggressione dovuta proprio alla disperazione per l’ingiusto omicidio consumatosi davanti ai suoi occhi). Un abuso di potere che – ricordando un po’ il nostro caso Cucchi – nessuno degli agenti coinvolti è disposto ad ammettere, legittimato dal sistema giudiziario come una normale conseguenza della fedina penale sporca, appartenente alle vittime, e l’aggravante che li vedeva appartenere a una pericolosa gang locale, invischiata in traffici poco raccomandabili. Ed è a questo punto che quello che sembrava essere – come detto – una sorta di “Sulla Mia Pelle” con le dovute differenze, cambia completamente le carte in tavola, alzando la posta in gioco, e guadagnandone in interesse: perché per evitare che il fratello arrestato venga rispedito a casa, Antigone mette in pratica un piano che prevede di fargli visita in carcere e poi – tramite un travestimento mascolino più o meno accurato e un pizzico di fortuna – di scambiarsi di posto con lui, permettendogli così di fuggire e di mettersi in salvo, affrontando lei un processo che, da minorenne, prometteva comunque pene meno dure e inflessibili.

Antigone Nahéma RicciLe titubanze e le approssimazioni che avevano accompagnato, quindi, la prima fase della pellicola, messo a fuoco l’obiettivo e soprattutto puntato fisso sullo straordinario talento di Nahéma Ricci – che mette i brividi e della quale sentiremo assolutamente parlare in futuro – si schiariscono lentamente, permettendo ad “Antigone” di mostrare quelle che erano le sue qualità migliori e trasformandolo nell’ottimo film che, in parte, è. La sensazione è quella che davanti a una base più stabile, la Deraspe, trovi le misure per andare a muoversi in maniera più decisa, azzeccata (il movimento pro-Antigone è una divertente trovata), scacciando via le distrazioni iniziali e concentrandosi sulla questione famigliare e umana e sulla lotta che, spesso, in questi frangenti, questa deve sostenere contro la pressione giuridica, burocratica e integrazionista. Vuoi salvare tuo fratello, o prendere il diritto di cittadinanza, viene chiesto ad Antigone in quella che è, probabilmente, la scena più potente, drammatica e significativa dell’intera storia: una scena dove le speranze, i sogni e quel cuore che vorremmo riuscisse a sovrastare, per un secondo, le regole, il peso e il prezzo della divisa, vanno palesemente a infrangersi contro un muro che tornerà più avanti, poi, in un sogno premonitore che strizzerà nuovamente l’occhio al testo di Sofocle.

Scuote, fa rabbia, colpisce allo stomaco e, a tratti, disegna anche momenti di cinema altissimo “Antigone”: tanto da far pensare che se avesse mostrato più certezze in avvio – magari puntando maggiormente sul dramma giudiziario – staremmo qui, adesso, a parlare di un’opera cristallina, destinata a raccogliere molto e a far parlare di sé con prorompenza. Tutto questo, viceversa, accadrà ma con meno enfasi ed entusiasmi: cosa che, per certi versi, al sottoscritto un po’ dispiace.

Trailer:

giovedì 17 ottobre 2019

Motherless Brooklyn: I Segreti Di Una Città - La Recensione

Motherless Brooklyn Norton
Un investigatore privato viene ucciso nel bel mezzo di un faccia a faccia con dei criminali. La sua squadra – composta da tre ex-orfani che lui stesso ha tolto dalle grinfie delle suore – resta sconvolta e addolorata, ma solo uno – il meno indicato, vista la sindrome di Tourette da cui è afflitto – ha davvero intenzione di spingersi fino in fondo per capire chi è il colpevole e fare luce su un caso, forse, più grosso del previsto e dalle mille ombre.

Torna alla regia Edward Norton – da cui mancava da diciannove anni – e per l’occasione si improvvisa anche sceneggiatore, adattando (liberamente) il romanzo Motherless Brooklyn dello scrittore Jonathan Lethem. Uno sforzo che non gli impedisce minimamente di ritagliarsi pure un ruolo da protagonista (e nemmeno facile), all'interno di un film che guarda esplicitamente al genere noir – nonostante le numerose scene diurne – ricalcando il più possibile gli intrecci, il torbido e gli intrighi politici di un classico come il “Chinatown” di Roman Polanski. Il suo Lionel – come il detective Jake di Jack Nicholson all'epoca – si ritrova, infatti, invischiato al centro di un enigma che si allarga a vista d’occhio e ad ogni indizio, attorcigliando dentro sé stesso personaggi che vanno dai bassifondi della città passando per quelli, soprannominati squali, a cui sarebbe sensato – gli dicono – non andare a mettere i bastoni in mezzo alle ruote. Ma Lionel – fortunatamente oppure no – non è uno di quelli con tutte le rotelle al proprio posto, anzi, se non fa ordine nella sua testa, lui soffre di emicrania, per cui in qualche modo è condannato a perseverare, a ricevere minacce, pugni in faccia e calci alle costole. In più, uno dei pochi vantaggi della sua condizione, è quello di riuscire a ricordare facilmente informazioni, visi, numeri e collegare pezzi del puzzle come pochi altri in circolazione: tutte aggravanti che gli impediscono, onestamente, di farsi da parte.

Motherless Brooklyn DafoeScorre, allora, e nemmeno con molta fatica, questa indagine sporca, immorale e bastarda, dove a tirare le fila – come al solito – è chi detiene il potere e chi è chiamato (o stimolato) a ruotargli attorno. Un’indagine che, nella sua complessità, tuttavia, sa sorprendere poco e aggiungere se possibile ancora meno al suo canovaccio, e nella quale viene piuttosto istintivo indovinare buoni, cattivi e che tipo di progetto finale quest’ultimi abbiano intenzione di raggiungere. Un sistema marcio americano che di certo non ci è nuovo; che fa parte dei cromosomi di una nazione abituata a esercitare potere e a coltivarne la filosofia per allenarla e, di volta in volta, migliorarla, ingigantirla. A tal proposito c’è un dialogo tra Norton e Alec Baldwin, in chiusura, che ha la forza di farsi contemporaneamente potente e agghiacciante, forse il momento più interessante e vivace di una storia ben diretta e interpretata, ma scritta (seppur in forma ordinata) con un pilota eccessivamente automatico che non trova mai il coraggio di farsi manuale e ribelle.

Siamo negli anni '50, eppure i riferimenti all'America di Trump, al suo modo di essere e di fare – e non è un caso, viene da pensare, che sia stato arruolato Baldwin, che del nuovo Presidente è imitatore praticamente ufficiale – sono azzeccati e facili da cogliere, se si ha voglia di carpirli: con discorsi relativi al razzismo, a muri, ponti e grattacieli da costruire che se ne fregano degli esseri umani, complicandone gestione e traffico. Gli intenti di Norton - e quindi la sua posizione politica, antropologica e cinematografica - sono decisamente a fuoco, meno la voglia di rischiare e di osare per poter lasciare un segno.
Quello che lascia, invece, la colonna musicale jazz che accompagna alcune scene di ballo e l'intera l'atmosfera mystery.

Trailer:

Light Of My Life - La Recensione

Light Of My Life Affleck
C’è un ponte in “Light Of My Life” che, a un certo punto Casey Affleck e sua figlia devono attraversare. Un ponte che non appena viene inquadrato dalla cinepresa tende a ricordare moltissimo quello dove Emily Blunt e famiglia lasciavano brutti ricordi all'inizio di “A Quiet Place: Un Posto Tranquillo”. Un ponte che quando ci si palesa davanti, però, non trasmette quella strana sensazione di plagio o di spaesamento, perché in qualche modo è come se andasse a chiudere un cerchio, a confermare quell'impressione che tra i due film ci fosse una sorta di involontaria (?) connettività.

Sarà lo scenario post-apocalittico, sarà quel parlare a bassa voce e quella voglia (necessaria) di farsi notare il meno possibile, sta di fatto che il ritorno alla regia (e alla sceneggiatura) dell'Affleck più piccolo – la prima volta era stata con lo strambo “Joaquin Phoenix: Io Sono Qui!” – pare essere stato influenzato moltissimo dalle atmosfere e dai toni presenti nella pellicola di John Krasinski. Anche qui, infatti, c’è una famiglia (o ciò che ne resta) costretta ad abbandonare la civiltà, la metropoli, a nascondersi nei boschi e a sopravvivere alla meglio, facendo rifornimento di cibo in centro, presso strutture specifiche e attrezzate, solo quando è strettamente necessario. Il motivo è che al posto dei mostri, stavolta, c’è da fare i conti con un virus che ha colpito e quasi eliminato completamente il genere femminile, e Affleck che è padre di una bambina adolescente immune al batterio, non può permettersi di rischiare che questa fortuna la metta in pericolo: e quindi la veste e la concia (e la presenta) come fosse un maschio. Fa ciò che deve fare, insomma, sebbene spetti a lui – persa la moglie – adempiere pure al difficile ruolo di madre: il che significa affrontare discorsi relativi alla pubertà, al sesso, trovando la sensibilità migliore per insegnare alla figlia come approcciare a quello che c’è fuori e all'essere donna, dentro un mondo che non si sa nemmeno più se potrà essere ancora quello da lui (e da noi) conosciuto.

Light Of My Life FilmLo vediamo Affleck allora – in tutta la sua incredibile intensità e bravura – gestire certi discorsi letteralmente in imbarazzo e a stento, pensando magari a quanto si troverebbe più a suo agio nel mettere in pratica l’ennesima fuga, scovare un rifugio, o proteggere e difendere il suo bene più prezioso da chi è intenzionato a fargli del male. Perché la verità è che ci sono ruoli ai quali noi uomini, per quanto ci sforziamo, non riusciremo mai a sopperire; ruoli fondamentali, naturali, che non ci appartengono e mai lo faranno. Per questo motivo una vita senza donne – ci dice “Light Of My Life”, strizzando al minimo la retorica – è una vita fredda, arida, che ci rende tutti un po’ più cattivi, egoisti e diffidenti verso il prossimo; che ci trasforma in dei selvaggi, in animali affamati, privandoci lentamente di quell'umanità e condivisione che, forse, fa il paio, o addirittura si nutre, di quell'istinto materno, non simulabile o acquisibile dal genere maschile.

Ed è questo, probabilmente, il punto di contatto maggiore che la pellicola di Affleck stabilisce con quella di Krasinski, diventandone quasi un sequel antologico, non ufficiale. In tutti e due ci sono uomini disposti a sacrificare sé stessi per il bene dei propri figli e in tutti e due la figura della donna è considerata come indispensabile per tenere viva la speranza di un futuro sereno, positivo.
Krasinski lo ha detto con l’horror, Affleck scegliendo una via più realistica e filosofica (che non a caso chiama in causa e mette a confronto morale ed etica).
Il risultato, tuttavia, resta il medesimo: ed è ottimo.

Trailer:

mercoledì 16 ottobre 2019

Bombshell - Trailer Ufficiale Italiano

Bombshell 2019

Presentato il trailer ufficiale italiano di "Bombshell", il film diretto da Jay Roach - basato su una storia vera - con Charlize Theron, Nicole Kidman, Margot Robbie, John Lithgow, Kate McKinnon, Connie Britton, Mark Duplass, Rob Delaney, Malcolm McDowell e Allison Janney, prossimamente al cinema.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
"Bombshell", ispirato a una storia vera, mostra dall'interno il più potente e controverso impero televisivo di tutti i tempi e la vicenda delle donne che hanno distrutto l'uomo che lo creò. 

[HOME VIDEO] Stand By Me: Ricordo Di Un’Estate - Il Capolavoro Di Rob Reiner Disponibile In Formato 4K Ultra HD


Stand By Me Film

È il turno di approdare in formato 4K Ultra HD anche per uno dei nostri – e parlo al plurale, perché non può essere altrimenti - film del cuore. Mi sto riferendo a “Stand By Me: Ricordo Di Un’Estate”, il capolavoro di Rob Reiner - tratto dal racconto "Il Corpo" di Stephen King – che ogni volta, ad ogni visione, riesce ad appassionarci, divertirci e commuoverci intensamente.

Villaggio dell’Oregon, 1959, quattro dodicenni venuti a sapere del cadavere di un ragazzino fuori città, non ancora denunciato, decidono di partire all'avventura con lo scopo di ritrovarlo e prendersi i meriti. Un viaggio lunghissimo, da percorrere attraverso i binari di una ferrovia, che segnerà per loro la perdita dell’innocenza, il consolidamento dell’amicizia e il travolgente passaggio verso l’età adulta.

Un film malinconico, stracolmo di emozioni, ineccepibile.
Difficile aggiungere qualcosa di nuovo quando si parla di “Stand By Me: Ricordo Di Un’Estate”. Per fortuna a venirci incontro, stavolta, c’è un’edizione home video che aggiunge – rispetto alle precedenti – dei contenuti extra originali, con scene inedite eliminate e alternative. Una ghiotta occasione che può essere colta sia da chi non ha ancora inserito questo titolo nella sua videoteca personale, sia da chi lo ha già acquistato, ma ne è talmente innamorato da non volersi perdere neppure una chicca.

Stand By Me Home Video

Il Blu-Ray 4K Ultra HD, in versione italiana, prevede le seguenti specifiche tecniche:
Dischi: 2
Formato Video: Ultra HD 4K HDR
Tracce Audio: 2.0 DTS HD: Inglese - 5.1 Dolby Digital: Italiano, Ceco, Francese, Giapponese, Polacco, Portoghese, Spagnolo, Tedesco, Ungherese - 5.1 DTS HD: Inglese - Dolby TrueHD Atmos: Inglese
Sottotitoli: Italiano, Inglese, Inglese Non Udenti, Arabo, Ceco, Cinese, Coreano, Croato, Danese, Ebraico, Finlandese, Francese, Giapponese, Greco, Hindi, Indonesiano, Norvegese, Olandese, Polacco, Portoghese, Slovacco, Spagnolo, Svedese, Tailandese, Tedesco, Turco, Ungherese
Contenuti Speciali: Su Blu-ray 4K: Scene Inedite Eliminate E Alternative - Su Blu-Ray 2K: Camminando Sui Binari: L'Estate Di Stand By Me; Video Musicale: "Stand By Me" di Ben E.King; Commento Picture-In-Picture Di Regista E Attori; Filmografie; Commento Audio Regista
Durata: 88 minuti
Confezione: Amaray
Produttore: Sony Pictures
Distributore Home Video: Universal
Data di Uscita: 9 Ottobre 2019