IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

giovedì 30 gennaio 2014

All Is Lost: Tutto è Perduto - La Recensione

L'uomo, il mare, la solitudine, la fatalità.
Coraggioso, non c'è altro termine per segnalare il tentativo del regista J.C. Chandor, che per la sua opera seconda - "All Is Lost: Tutto è Perduto" - si affida a Robert Redford e alla sua pelle invecchiata e durissima per raccontare una storia di sopravvivenza che mette da parte tutte le caratteristiche che avevano contraddistinto il suo ottimo, scintillante, esordio: ovvero quel "Margin Call" che poteva contare su complessità di racconto, fitti dialoghi e coralità degli interpreti.

E' una pellicola che si nutre di dettagli, di gesti, di respiri, invece "All Is Lost: Tutto è Perduto", che tende a inghiottire e a spazientire piuttosto che appassionare e scuotere. Asciugato da dialoghi, o meglio, bagnato solo con quelli ritenuti strettamente necessari, il lavoro di Chandor va a condensarsi a pieno nello scrutamento delle reazioni e delle emozioni dell'unico attore in scena, seguito incessantemente per le due ore intere circa di durata in cui è costretto, disperso a causa di un incidente, a lottare e a rispondere agli attacchi atmosferici e non, provocati da una sorte che sembra volerlo veder sopperire inghiottito dalle acque dell'Oceano Indiano.

Ha inizio tutto con una lettera, con le parole di un uomo che, persa la speranza, finisce col rimettere in discussione anche il senso della vita stessa, una vita che nell'esatto momento in cui lo sta forzando alla resa, gli appare allo stesso tempo assurda e priva di logica. Nonostante l'età Redford si fa in quattro per interpretare, praticamente senza battute ma solo con il fisico e lievi espressioni e cenni, lo stato mentale del suo uomo, di cui peraltro non conosciamo neppure mai la reale identità. Raduna le forze e carica sulle sue spalle e sulla sua immensa esperienza l'essenza della tragedia che lo travolge: bagnandosi, sbracciandosi, arrampicandosi a mezz'aria, reagendo alle intemperie, replicando a ogni virgola e in ogni modo; cercando ostinato di imporre incessante azione ad una pellicola forgiata strutturalmente per vivere di moto statico ma scandito rigorosamente. Il suo sforzo è a dir poco encomiabile, eppure insufficiente ad evitare che la durata, obiettivamente eccessiva, finisca per crollargli addosso crudele come un onda, provocandogli la rottura del timone e sollecitandolo a naufragare insieme a una sceneggiatura che per fisionomia era destinata a soffrire di ciclici cali e ridondanze inalienabili.

Diventa fisiologico e prevedibile dunque trovarsi un tantino intorpiditi durante (e dopo) la visione di "All Is Lost: Tutto è Perduto", consapevoli di assistere a uno spettacolo stimolante a (bassi) ritmi alterni, che mette in attesa prima e in ansia poi. Tutto calcolato da Chandor ovviamente, il quale non sottovaluta la resistenza dello spettatore e, dopo averlo infiacchito a dovere nello spaccato centrale, lo snerva e lo fa sbraitare con un finale decisamente più carico e generoso di quieta ma pura tensione passiva.
Un espediente ottimo per mettere una toppa, meno efficace tuttavia se l'intento è riparare i danni di un allagamento o il malfunzionamento degli ingranaggi.

Trailer:

sabato 25 gennaio 2014

Tutta Colpa di Freud - La Recensione

Paolo Genovese comincia a dare l'impressione di essere un regista e uno scrittore in perenne difficoltà, che aspira alla realizzazione di lungometraggi senza riuscire ad andare oltre il corto, e così, per ovviare all'intoppo, termina con l'accorpare i vari soggetti appuntati formandone uno più grande. Idoneo. Nei suoi lavori, non a caso, si riscontra sempre una vasta quantità di sottotrame potenzialmente interessanti, che da sole potrebbero - se sviluppate con perizia - fare un minimo di fortuna nella commedia leggera italiana, purtroppo però ciò non pare al momento essere una soluzione e quindi la mediazione è accontentarsi e intravedere spunti interessanti con sviluppi banalissimi.

Come fu per "Immaturi" e per "Immaturi: Il Viaggio" (che tra l'altro conteneva la storiella deliziosa tra Paolo Kessisoglu e Anita Caprioli) allora anche in "Tutta Colpa Di Freud" le sorti della commedia non procedono secondo risvolti definiti e ben sviluppati, e l'accattivante scelta di prendere in esame la psicanalisi vaporizza attraverso un terapeuta deontologicamente scorretto e uno sfondo assai leggero e superficiale, per niente impostato per andare a scavare e a cercare in profondità. E' evidente che a Genovese interessi l'amore, o meglio, a Genovese interessa far sorridere parlando d'amore: amore difficile, amore impossibile, amore confuso, amore a ogni costo, amore non costruibile. E per farlo è disposto a tutto, persino a rinunciare ad una scrittura a tratti brillante per (ri)cadere nel romanticismo scontato (forzato?), in grado tuttavia di dare ai suoi personaggi quel lieto fine che devono e meritano di avere.

Eppure il fallimento più grande di "Tutta Colpa di Freud" non risiede tanto nel disattendere le speranze di poter vedere un Marco Giallini psicologo migliore di Sergio Castellitto in "In Treatment", quanto nel non esser capace neppure di inseguire con brillantezza quei temi a cui il suo regista vuol restare avvinghiato, mancando clamorosamente anche l'appuntamento con la chance di riserva. Del resto, rappresentare la nuova generazione con una scena dove una diciottenne allestisce un soggiorno con la scritta mi piace sulla parete non può essere simbolo di buona scrittura cinematografica, lo stesso vale quando il terapeuta-Giallini, innamorato della moglie di Alessandro Gassmann, sfrutta la crisi di mezza età di quest'ultimo per evitare di accendere nuovamente il desiderio matrimoniale tra lui e lei, creando sedute sarcastiche ma battute ed equivoci di terza mano.

E' stancante ogni volta dover scomodare un mito come Richard Curtis per ricordare ai mestieranti come andrebbero scritte le commedie sentimentali. E oltre ad essere stancante è addirittura doloroso perché abbiamo constatato che chiunque poi provi - da Genovese a Brizzi - a prenderlo come esempio finisce sempre poi o col fraintenderlo o con lo scimmiottarlo. "Tutta Colpa di Freud" è evidente che il cinema di Curtis non se lo sia proprio filato ma l'incapacità di visualizzare la sua meta lo ha portato ugualmente a racimolare esiti sfavorevoli.

Trailer:

venerdì 24 gennaio 2014

Last Vegas - La Recensione

Il titolo magari potrebbe portare fuori strada, facendo pensare che "Last Vegas" sia nient'altro che la versione geriatrica dello stracopiato e fortunatissimo "Una Notte da Leoni".
In realtà, le cose stanno decisamente in modo diverso.

Las Vegas, luogo di bagordi e follie, nella pellicola diretta da Jon Turteltaub si trasforma, per la prima volta forse, in un luogo di chiarezza e rinascita. I quattro amici ormai anziani, che dopo cinquantotto anni si riuniscono per festeggiare l'addio al celibato di uno di loro prossimo al matrimonio con una ragazza esageratamente più giovane, sono afflitti infatti da vite stanche e noiose, bloccate sotto vari aspetti, e l'opportunità di dare un taglio alla monotonia della vecchiaia con un viaggio entusiasmante nella città del peccato nasce nella loro testa insieme a delle idee che andranno inevitabilmente poi a variare scatenando dei riverberi inattesi.

Tendenzialmente è una storia sulla terza età "Last Vegas", sulle possibilità che questa sa concedere per mantenere una felicità comunque viva, non obbligatoriamente destinata a scemare e ad andarsene dopo aver immagazzinato nella mente ricordi preziosi da contemplare accasciati malinconici su di una scomoda poltrona. Però è anche una storia che stuzzica alla perdita del controllo, ad uscire da una routine che si pensa sia imprescindibile e a sfogarsi in quello stretto lasso di tempo a disposizione per accumulare ossigeno a sufficienza e tornare infine rigenerati a trattenere il fiato in attesa della fatidica telefonata destinata a mettere il punto.
Fa bene allora Turteltaub solamente a stuzzicare questa seconda molla, a non mettere mai i suoi protagonisti in condizioni estreme o ridicole, ponendoli ad ammirare le esaltazioni senza autorizzare l'intenzione di imboccarci dentro con tutte le scarpe, servendosene unicamente per smuovere la scena, mettere a fuoco, e per elargire tiepide risate, basilari a trascinare avanti la commedia senza appesantirla o, peggio ancora, scolorirla.

Michael Douglas, Robert De Niro, Morgan Freeman e Kevin Kline in questa giostra luccicante impostata per loro a velocità crociera si amalgamano agevolmente e con estremo bilanciamento, nonostante qualche volta non resistano a gigioneggiare un po' troppo (specie De Niro) e ad eccedere animati da un contesto che, per sua natura, tollera l'alzata di gomito privandone i contraccolpi e appoggiandone gli impulsi.

Va da sé che non può trasudare né grasse risate né profonde riflessioni tuttavia "Last Vegas". Come rimpatriata tra grandi vecchi (ultimamente ne stiamo vedendo parecchie) è accettabile e godibile, ma va sottolineato che la sua regola di fondo che gli impedisce di traboccare per vincolarsi alla sobrietà lo va ad incastrare in una posizione piuttosto ostica, alla quale non si può recriminare nulla ma nemmeno elogiare qualcosa. E che ciò possa essere un pregio oppure un difetto è interrogativo tutto da decifrare, ma nel farlo quantomeno non ci annoieremo nemmeno un poco.

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mercoledì 22 gennaio 2014

I Segreti di Osage County - La Recensione

La costruzione di una sceneggiatura solida, che sappia innalzare livelli di drammaticità elevati e allo stesso tempo colpire anche duro lo stomaco è, secondo molti, la ricetta perfetta cercata e seguita da chiunque abbia intenzione di fare un cinema dal carattere marcato e permanente. Esiste però un confine labilissimo che se ignorato rischia di far crollare a terra l'intero castello di carte e questo confine è rappresentato dalla differenza che nasce tra il concetto di costruzione e il concetto di calcolo.

La costruzione è un processo che può risultare più o meno forzato a seconda di chi la gestisce mentre invece il calcolo, per sua natura, è imprescindibilmente un processo di tipo matematico. Il calcolo è studiato al millimetro, previsto, strutturato, annulla la verità - seppur di finzione - a favore della meccanicità del suo algoritmo e il risultato che genera non può altro che diventare simile a quello di una fredda perfezione priva di suggestioni.
Per capire meglio il concetto, volendo passare dalla teoria alla pratica, è sufficiente dare uno sguardo all'operazione che ha portato la piéce teatrale "I Segreti di Osage County" di Tracy Letts al cinema, un'operazione dove il calcolo risiede non solo alla base ma è spina dorsale e motore di ogni battito di ciglia. Nella sceneggiatura adattata da Letts stesso infatti è presente il più alto tasso di scene madri che una pellicola abbia mai contenuto e sia in grado di sostenere, in ogni frazione, in ogni singolo attimo, sono innescati assist e monologhi interpretativi che servono a catturare l'attenzione e a sbattere energicamente in alto una storia mai spontanea e che, raccontata naturalmente, non avrebbe contenuto altro che svariate sottotrame drammatiche per nulla originali.

Furbescamente John Wells si adegua al contesto e tenta di coprire al meglio possibile le stonature forzate del suo spartito, armonizza con discreta regia e inquadrature scelte i passaggi e le discussioni - alcune ficcanti altre molto meno - che a rotazione implacabile passano sullo schermo ravvivando e solleticando (non sempre in positivo) resistenza e pazienza dello spettatore. A capitanarle una Meryl Streep brava ma non eccelsa, spesso sopra le righe, abbandonata a sé stessa nel corpo di un personaggio con problemi di dipendenza da farmaci che richiedeva sicuramente maggior addomesticazione e meno libertà di sfogo. Fortunatamente a bilanciare lei e le sue sfuriate una Julia Roberts molto meno in luce del previsto ma per questo assolutamente più incisiva e abile ad autogestirsi, chiamata a compiere un lavoro di sottrazione che gli concede di mettere il segno senza né lesinare e né eccedere fastidiosamente.

Seppur con fatica resiste piuttosto bene quindi Wells e, aiutandosi con l'ironia nera e il cinismo grezzo dei dialoghi a disposizione e con forzature e stereotipi messi a fare da cuscinetto, evita alla sua pellicola di piegarsi irrimediabilmente, riuscendo addirittura, nel finale, a pescare una scena madre ben costruita e inserita con tempi esatti abbastanza da suscitare tenui stimoli di emozione ormai insperati. Ciò non ripara le evidenti spaccature create durante il percorso ma gli concede quantomeno il lusso - perché solo di lusso si può parlare - di scatenare un brivido vero nel caos della falsità generale. Un percettibile inaspettato sussulto, che però serve, forse, solo a far rimpiangere ulteriormente lo scoppio mancato di uno scontro familiare e generazionale dall'aspetto più ipocrita che sincero.

Trailer:

sabato 18 gennaio 2014

The Wolf of Wall Street - La Recensione

Lo sguardo sulla finanza, sui broker, sulle politiche di Wall Street e su quanto queste siano responsabili della crisi economica, ormai consumata al cinema, non fanno parte delle motivazioni che hanno spinto Martin Scorsese ad interessarsi alla sceneggiatura scritta da Terence Winter. Non al cento per cento almeno. I centri nervosi che vuole andare a toccare "The Wolf of Wall Street" infatti sono quelli possenti circoscritti all'illegalità, agli eccessi e agli estremi perniciosi segretamente cercati dalla natura umana e già conosciuti e approfonditi nella filmografia del regista.

Perché in sostanza la pellicola di Martin Scorsese perlustra conflitti che avrebbe potuto risolvere in molto meno tempo rispetto alle mastodontiche tre ore pianificate, le catene da rompere non sono poi così intrecciate e, magari, qualche sforbiciata in più sarebbe stata davvero solo positiva. Invece il vecchio Martin fa di "The Wolf of Wall Street" un'assoluta droga, potente e pura, instancabile, che stimola gli appetiti e incanala lo spettatore nella lussuria umana attraverso un protagonista affamato di soldi e di potere, traslocato al lato oscuro da un'indimenticabile Satana-Matthew McConaughey e volenteroso di guadagnare e di spendere oltre qualsiasi limite conosciuto. Come una gigantesca botta di eroina quindi la pellicola sterza immediatamente in vena e fa pulsare i battiti, utilizzando una regia, un montaggio e un flusso narrativo di stampo muscolare, impennato e infaticabile, ci abbandona a braccio piegato e siringa inserita ad osservare gli eventi dell'enorme scalata al successo che il Jordan Belfort protagonista compie senza troppi sforzi per mezzo del suo grande talento diplomatico e di venditore, tenendo ben d'occhio i nostri impulsi e aumentando le dosi in caso di necessità.

Vigile, minuzioso ai dettagli, Scorsese trasforma allora il non avere fretta in caparbietà, è consapevole di saper gestire il tempo e di averne abbastanza a disposizione e, con grande scioltezza, fa in modo che la crescita della sua pellicola e l'entrata in scena dei personaggi a disposizione venga eseguita in maniera graduale e sensata, soprattutto pensata in forma tale da rifornire ossigeno nei momenti in cui il fiato comincia a farsi corto. Sfruttando le potenzialità di un personaggio non molto sfaccettato ma dalle infinite possibilità di giocare con le esuberanze come quello interpretato da Leonardo DiCaprio, la sceneggiatura di "The Wolf of Wall Street" si spacca dunque in piccole tappe dove in ognuna di esse è riposto un asso da impiegare nel corso della maratona, stendendo in questo modo una strategia che permette di apportare quel tipo di narrazione stratificata, arricchita ogni volta da elementi in grado di alterare ulteriormente il disequilibrio onnipresente.

Da eccellente venditore Scorsese temporeggia ed eccede nel mostrare esplicitamente perversioni, fame e sete dannata riposta nei luoghi più reconditi di ognuno di noi, così facendo ritarda flessioni che, come in ogni droga che si rispetti, arrivano ma facendosi percepire appena, e in maggioranza durante lo stadio di scarico, andando ad intaccare la porzione dedicata alla fase di risoluzione. Sesso, droga, denaro, "The Wolf Of Wall Street" straborda con loro da ogni lato per ribadire l'essenzialità di qualcosa che paradossalmente sa rendere più pacifici se limitata allo stretto indispensabile, allarga a macchia d'olio la sua relazione e, come il personaggio che racconta da vicino, riesce a farci comprare un prodotto dal valore molto vago al prezzo più esoso possibile. E la cosa interessante è che da parte nostra non solo non esiste alcuna esitazione a riguardo ma vorremmo persino avere la possibilità di poterne prendere ancora, ancora e ancora.
Fino a raggiungere una diavolo agognata overdose definitiva.

Trailer:

venerdì 17 gennaio 2014

Oscar 2014 - Le Nominations


Nella giornata di ieri sono state rese note le nominations degli Oscar 2014. Di seguito la lista completa divisa per categorie con tutti i fortunati:

Miglior Film:
"12 Anni Schiavo" - Produttori: Brad Pitt, Dede Gardner, Jeremy Kleiner, Steve McQueen e Anthony Katagas
"American Hustle: L'Apparenza Inganna" - Produttori: Charles Roven, Richard Suckle, Megan Ellison, e Jonathan Gordon
"Captain Phillips: Attacco in Mare Aperto" - Produttori: Scott Rudin, Dana Brunetti e Michael De Luca
"Dallas Buyers Club" - Produttori: Robbie Brenner e Rachel Winter
"Gravity" - Produttori: Alfonso Cuarón e David Heyman
"Her" - Produttori: Megan Ellison, Spike Jonze e Vincent Landay
"Nebraska" - Produttori: Albert Berger e Ron Yerxa
"Philomena" - Produttori: Gabrielle Tana, Steve Coogan e Tracey Seaward
"The Wolf of Wall Street" - Produttori: Nominati da Determinare

Miglior Regia:
Steve McQueen - "12 Anni Schiavo"
David O.Russell - "American Hustle: L'Apparenza Inganna"
Alfonso Cuaron - "Gravity"
Alexander Payne - "Nebraska"
Martin Scorsese - "The Wolf of Wall Street"

Miglior Attore Protagonista:
Chiwetel Ejiofor - "12 Anni Schiavo"
Christian Bale - "American Hustle: L'Apparenza Inganna"
Matthew McConaughey - Dallas Buyers Club
Bruce Dern - "Nebraska"
Leonardo DiCaprio - "The Wolf of Wall Street"

Miglior Attrice Protagonista:
Amy Adams - "American Hustle: L'Apparenza Inganna"
Cate Blanchett - "Blue Jasmine"
Sandra Bullock - "Gravity"
Judy Dench - "Philomena"
Meryl Streep - "I Segreti di Osage County"

Miglior Attore Non Protagonista:
Michael Fassbender - "12 Anni Schiavo"
Bradley Cooper - "American Hustle: L'Apparenza Inganna"
Barkhad Abdi - "Captain Phillips: Attacco in Mare Aperto"
Jared Leto - Dallas Buyers Club
Jonah Hill - "The Wolf of Wall Street"

Miglior Attrice Non Protagonista:
Lupita Nyong'o - "12 Anni Schiavo"
Jennifer Lawrence - "American Hustle: L'Apparenza Inganna"
Sally Hawkins - "Blue Jasmine"
Julia Roberts - "I Segreti di Osage County"
June Squibb - "Nebraska"

Miglior Film D'Animazione:
"I Croods" - Chris Sanders, Kirk DeMicco e Kristine Belson
"Cattivissimo Me 2" - Chris Renaud, Pierre Coffin e Chris Meledandri
"Ernest & Celestine" - Benjamin Renner e Didier Brunner
"Frozen: Il Regno Di Ghiaccio" - Chris Buck, Jennifer Lee e Peter Del Vecho
"Si Alza il Vento" ("The Wind Rises") - Hayao Miyazaki e Toshio Suzuki

Miglior Film Straniero:
"The Broken Circle Breakdown" - Belgio
"La Grande Bellezza" - Italia
"The Hunt" - Danimarca
"The Missing Picture" - Cambogia
"Omar" - Palestina

Miglior Sceneggiatura Non Originale:
John Ridley - "12 Anni Schiavo"
Richard Linklater, Ethan Hawke e Julie Delpy - "Before Midnight"
Billy Ray - "Captain Phillips: Attacco in Mare Aperto"
Steve Coogan e Jeff Pope - "Philomena"
Terence Winter - "The Wolf of Wall Street"

Miglior Sceneggiatura Originale:
Eric Warren Singer e David O. Russell - "American Hustle: L'Apparenza Inganna"
Woody Allen - "Blue Jasmine"
Craig Borten e Melisa Wallack - "Dallas Buyers Club"
Spike Jonze  - "Her"
Bob Nelson - "Nebraska"

Miglior Colonna Sonora Originale:
John Williams - "The Book Thief"
Steven Price - "Gravity"
William Butler e Owen Pallett - "Her"
Alexandre Desplat - "Philomena"
Thomas Newman - "Saving Mr.Banks"

Miglior Canzone Originale:
"Alone Yet Not Alone" (Musica: Bruce Broughton - Parole: Dennis Spiegel)  - "Alone Not Yet Alone" [NOMINATION REVOCATA]
"Happy" (Musica e Parole: Pharrell Williams) - "Cattivissimo Me 2"
"Let It Go" (Musica e Parole: Kristen Anderson-Lopez e Robert Lopez) - "Frozen: Il Regno Di Ghiaccio"
"The Moon Song" (Musica: Karen O - Parole: Karen O e Spike Jonze) - "Her"
"Ordinary Love" (Musica: Paul Hewson, Dave Evans, Adam Clayton e Larry Mullen - Parole: Paul Hewson) - "Mandela: Long Walk to Freedom"

Miglior Montaggio:
Joe Walker - "12 Anni Schiavo"
Jay Cassidy, Crispin Struthers e Alan Baumgarten - "American Hustle: L'Apparenza Inganna"
Christopher Rouse - "Captain Phillips: Attacco in Mare Aperto"
John Mac McMurphy e Martin Pensa - "Dallas Buyers Club"
Alfonso Cuarón e Mark Sanger - "Gravity"

Miglior Scenografia:
Adam Stockhausen (Production Design); Alice Baker (Set Decoration) - "12 Anni Schiavo"
Judy Becker (Production Design); Heather Loeffler (Set Decoration) - "American Hustle: L'Apparenza Inganna"
Catherine Martin (Production Design); Beverley Dunn (Set Decoration) - "Il Grande Gatsby"
Andy Nicholson (Production Design) e Rosie Goodwin e Joanne Woollard (Set Decoration) - "Gravity"
K.K. Barrett (Production Design); Gene Serdena (Set Decoration) - "Her"

Miglior Trucco:
Adruitha Lee e Robin Mathews - "Dallas Buyers Club"
Stephen Prouty - "Jackass Presents: Bad Grandpa"
Joel Harlow e Gloria Pasqua-Casny - "The Lone Ranger"

Miglior Fotografia:
Philippe Le Sourd - "The Grandmaster"
Emmanuel Lubezki - "Gravity"
Bruno Delbonnel - "Inside Llewyn Davis"
Phedon Papamichael - "Nebraska"
Roger A. Deakins - "Prisoners"

Migliori Costumi:
Patricia Norris - "12 Anni Schiavo"
Michael Wilkinson - "American Hustle: L'Apparenza Inganna"
Catherine Martin - "Il Grande Gatsby"
William Chang Suk Ping - "The Grandmaster"
Michael O'Connor - "The Invisible Woman"

Miglior Montaggio Sonoro:
Steve Boeddeker e Richard Hymns - "All is Lost"
Oliver Tarney - "Captain Phillips: Attacco in Mare Aperto"
Glenn Freemantle - "Gravity"
Brent Burge - "Lo Hobbit: La Desolazione di Smaug"
Wylie Stateman - "Lone Survivor"

Miglior Missaggio Sonoro:
Chris Burdon, Mark Taylor, Mike Prestwood Smith e Chris Munro - "Captain Phillips: Attacco in Mare Aperto"
Skip Lievsay, Niv Adiri, Christopher Benstead e Chris Munro - "Gravity"
Christopher Boyes, Michael Hedges, Michael Semanick e Tony Johnson - "Lo Hobbit: La Desolazione di Smaug"
Skip Lievsay, Greg Orloff e Peter F. Kurland - "Inside Llewyn Davis"
Andy Koyama, Beau Borders e David Brownlow - "Lone Survivor"

Migliori Effetti Visivi:
Tim Webber, Chris Lawrence, Dave Shirk e Neil Corbould - "Gravity"
Joe Letteri, Eric Saindon, David Clayton e Eric Reynolds - "Lo Hobbit: La Desolazione di Smaug"
Roger Guyett, Patrick Tubach, Ben Grossmann e Burt Dalton - "Into Darkness: Star Trek"
Christopher Townsend, Guy Williams, Erik Nash e Dan Sudick - "Iron Man 3"
Tim Alexander, Gary Brozenich, Edson Williams e John Frazier - "The Lone Ranger"

Miglior Documentario:
"20 Feet from Stardom" - Nominati da determinare
"The Act of Killing" - Joshua Oppenheimer e Signe Byrge Sørensen
"Cutie and the Boxer" - Zachary Heinzerling e Lydia Dean Pilcher
"Dirty Wars" - Richard Rowley e Jeremy Scahill
"The Square" - Jehane Noujaim e Karim Amer

Miglior Cortometraggio:
"Aquel No Era Yo" ("That Wasn't Me") - Esteban Crespo
"Avant Que De Tout Perdre" ("Just Before Losing Everything") - Xavier Legrand e Alexandre Gavras
"Helium" - Anders Walter e Kim Magnusson
"Pitääkö Mun Kaikki Hoitaa?" ("Do I Have to Take Care of Everything?") - Selma Vilhunen e Kirsikka Saari
"The Voorman Problem" - Mark Gill e Baldwin Li

Miglior Cortometraggio Documentario:
"CaveDigger" - Jeffrey Karoff
"Facing Fear" - Jason Cohen
"Karama Has No Walls" - Sara Ishaq
"The Lady in Number 6: Music Saved My Life" - Malcolm Clarke e Nicholas Reed
"Prison Terminal: The Last Days of Private Jack Hall" - Edgar Barens

Miglior Cortometraggio D'Animazione:
"Feral" - Daniel Sousa e Dan Golden
"Get a Horse" - Lauren MacMullan e Dorothy McKim
"Mr. Hublot" - Laurent Witz e Alexandre Espigares
"Possessions" - Shuhei Morita
"Room on The Broom" - Max Lang e Jan Lachauer

I vincitori saranno proclamati il prossimo 2 Marzo 2014, Inglorious Cinephiles tuttavia, come sempre, assegnerà i suoi Oscar personali leggermente in anticipo. Per cui, se siete curiosi, fate in modo di restare nei paraggi.

mercoledì 15 gennaio 2014

Sotto Una Buona Stella - Teaser e Primo Trailer Ufficiale


Un simpatico teaser e primo trailer ufficiale per il nuovo film di Carlo Verdone. Si intitola "Sotto Una Buona Stella" e vede per la prima volta l'attore romano recitare al fianco del portento artistico Paola Cortellesi. La commedia uscirà al cinema il prossimo 13 Febbraio.

Teaser:


Trailer Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale): Cosa succederebbe se un uomo d'affari (Carlo Verdone), divorziato, con una bella casa, una vita agiata, una ragazza mozzafiato, si trovasse improvvisamente costretto a fare il Mammo casalingo con due figli ventenni ed una nipotina a carico???

Hercules: La Leggenda Ha Inizio - Nuovo Trailer Italiano


Nuovo trailer per "Hercules: La Leggenda Ha Inizio" il film con Kellan Lutz, Gaia Weiss, Scott Adkins, Roxanne McKee, Liam McIntyre diretto da Renny Harlin.

Trailer:


Sinossi (Ufficiale): Siamo nella Grecia dei miti, delle leggende, degli eroi. La regina Alcmena cede alle avances di Zeus per avere un figlio in grado di sovvertire il regime tirannico del re Anfitrione, suo marito, e riportare così la pace in una terra ormai vessata dalle troppe guerre.
Hercules, il principe semidio, non ha però alcuna conoscenza dei suo natali divini o di quello che sarà il suo destino. Il suo unico desiderio è avere l'amore della bellissima Ebe, principessa di Creta, che è stata promessa in sposa a Ificle, suo fratello, dal re che prova un profondo risentimento nei confronti del giovane Hercules. Una volta venuto a conoscenza della grandiosità del suo destino il giovane semidio dovrà però scegliere: fuggire con il suo vero amore o realizzare il suo destino e diventare il più grande eroe di tutti i tempi.

Data di Uscita: 30 Gennaio 2014

Il Grande Match - Sei Clip e Una Featurette


Valanga di video per Stallone e De Niro e il loro "Il Grande Match", diretta da Peter Segal e al cinema da circa una settimana ecco arrivare disponibili sei clip della pellicola insieme ad una featurette.

Sul Ring (featurette):

Spareggio Ufficiale:

Volevo Vedere il Mio Vecchio Amico:

No Biglietti, No Paga:

Non Piantarmi in Asso:

Nuovo Regime:

Si Chiama Promozione:

Sinossi (Ufficiale): Ne “Il Grande MatchStallone e De Niro sono rispettivamente Henry “Razor” Sharp e Billy “The Kid” McDonnen, due pugili di Pittsburgh finiti sotto i riflettori dell’intera nazione a causa della loro accanita rivalità. Ai tempi d’oro ognuno di loro aveva vinto un match ma, nel 1983, alla vigilia del terzo e decisivo incontro, improvvisamente Razor aveva annunciato il suo ritiro, rifiutandosi di spiegare il perché, ma assestando un colpo definitivo alla carriera di entrambi. Trenta anni dopo il promoter di pugilato Dante Slate Jr., vedendo la possibilità di fare soldi, fa ai due boxers un’offerta che non possono rifiutare: tornare sul ring e regolare i conti una volta per tutte. Ma i due non ce la fanno ad aspettare: già durante il loro primo incontro dopo decenni finiscono con il darsele di santa ragione in una esilarante rissa che finisce subito in rete e diventa famosissima. L’improvvisa frenesia dei social media trasforma quindi il loro match locale in un evento imperdibile per HBO. Ora, se riusciranno a sopravvivere agli allenamenti, potranno combattere di nuovo e scoprire chi è il più forte.

Data di Uscita: 9 Gennaio 2014

Il Segnato - Trailer Ufficiale, Video-Poster e Due Clip


Trailer, video-poster e due clip per "Il Segnato" la pellicola diretta da Christopher Landon con Andrew Jacobs, Molly Ephraim, in uscita al cinema Giovedì 30 Gennaio 2014.



Trailer Ufficiale:


La Botola:


Discesa nel Buio:


Sinossi: Dopo esser stato "segnato", Jesse viene inseguito da misteriose forze mentre la sua famiglia cerca disperatamente di salvarlo.

Il Capitale Umano - Una Nuova Clip


Dallo scorso giovedì nelle sale, "Il Capitale Umano" di Paolo Virzì  (qui la recensione) dopo aver già conquistato la critica procede la sua conquista anche di pubblico. Oggi vi proponiamo la nuova clip intitolata "Un Accordo Tra Noi".

Un Accordo Tra Noi:


Sinossi (Ufficiale): Le velleità di ascesa sociale di un immobiliarista, il sogno di una vita diversa di una donna ricca e infelice, il desiderio di un amore vero di una ragazza oppressa dalle ambizioni del padre. E poi un misterioso incidente, in una notte gelida alla vigilia delle feste di Natale, a complicare le cose e a infittire la trama corale di un film dall'umorismo nero che si compone come un mosaico.
Paolo Virzì stavolta racconta splendore e miseria di una provincia del Nord Italia, per offrirci un affresco acuto e beffardo di questo nostro tempo.

Data di Uscita: 9 Gennaio 2014

Lone Survivor - La Recensione


La storia vera (con qualche licenza poetica) dei quattro Navy SEAL inviati nella zona montuosa di Hindu Kush, in Afghanistan, per uccidere furtivamente il politico-militare talebano Ahmad Shah e dell'incontro accidentale accaduto durante un loro appostamento che scatenò un incidente morale capace di alterare l'intera missione. La speranza di mobilitare velocemente un recupero di emergenza vanificata dalla difficoltà ad intercettare un segnale radio utile per contattare la base e la successiva costrizione alla ritirata e ad un conflitto a fuoco contro un esercito di talebani armato e numericamente superiore.

Insegue fiero la via del reale Peter Berg con "Lone Survivor", pellicola tratta dal libro Lone Survivor: The Eyewitness Account of Operation Redwing and the Lost Heroes of Seal Team 10 pubblicato da Marcus Luttrell, non ha la minima intenzione di cedere il passo e rappresentare uno spaccato di guerra abitato da patrioti perfetti, ideati con sangue freddo e dallo scudo impenetrabile, va giù duro lui, e dopo aver mostrato a grandi linee addestramenti e cameratismi di gruppo scarica i suoi quattro protagonisti in una foresta afghana, isolata dalle montagne e dal mondo, lasciandoli prima dispersi e poi soli in balia del loro destino. Niente super soldati o eroi dunque ma solo uomini, uomini impegnati a difendere la reputazione solida del loro paese ma anche uomini che hanno paura, che rinunciano all'esaltazione militare e a macchiarsi di omicidi non calcolati per combattere una guerra che è, e deve restare, solo contro il cattivo obiettivo scelto.
Decisamente meglio nella parte centrale, il lavoro di Berg da il meglio di sé allora nelle sequenze intense e crude, quelle sorrette dagli esiti di un atto tanto giusto quanto letale e dove con riprese davvero palpabili e accurate il regista riesce a trasmettere la sofferenza umana e fisica di una fuga che ha l'intonazione di condanna ed il suono delle percosse veementi di corpi infranti sulle rocce.

Coraggioso eppure meno addestrato del previsto sotto l'aspetto della resistenza, "Lone Survivor" manca però la corsa alla sua medaglia nel passaggio errato che lo trascina a non spingere l'acceleratore sulla sopravvivenza e a scivolare e cadere in alcune trappole di retorica che, specie nelle battute finali, pare vada a cercarsi volontariamente. Che la storia di Luttrell abbia avuto sbocco positivo perché assistita dall'aiuto di un villaggio afghano, chiaramente ci può e ci deve stare, il problema risiede nel rappresentarlo sul grande schermo nella maniera meno opportuna possibile, la quale anziché aiutare a far lievitare ulteriormente l'energia accumulata faticosamente, la elimina rapida, annacquata da grezze facilonerie.

Un buon tentativo malriuscito, insomma, "Lone Survivor", il troppo singhiozzare ritmo in moto perpetuo non facilita l'inserimento di una tensione che per eventi era obbligata a toccare scale onestamente superiori di quelle infine raggiunte. Un cinema di questo tipo ad oggi in America è realizzato con ricchezza impeccabile da pochissimi autori, Paul Greengrass è uno di loro, il resto al massimo sono esercizi di verifica o missioni fallite.

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venerdì 10 gennaio 2014

The Counselor: Il Procuratore - La Recensione

Tutta questione di sensibilità.
C'è chi ama raccontare storie in maniera più rude, cattiva, selvaggia e chi invece preferisce stimolare meno violentemente lo spettatore punendolo e ferendolo pacatamente di cappa e spada. Due modi opposti ma utilizzabili tranquillamente per arrivare ad uno stesso punto, nonostante a volte può accadere che un determinato metodo impiegato su un determinato soggetto restituisca esiti nettamente migliori rispetto all'altro.

Quando si tratta di dare vita alle sceneggiature firmate Cormac McCarthy, per esempio, il metodo cappa e spada dimostra decisamente di saper pagare meglio della rudezza applicata, ma per teorizzare il suddetto concetto il povero Ridley Scott ha dovuto rimetterci gran parte del suo "The Counselor: Il Procuratore". Lo script che l'autore di "Non è un Paese per Vecchi" ha creato appositamente per il grande schermo infatti, pur muovendosi in un contesto che non appare poi così sconosciuto al regista, non trova gli spazi per esprimersi al massimo delle potenzialità contenute, lamentando la mancanza di una spinta meno veemente e quel tantino di pazienza e di brillantezza in più nel colpire. Scott, da grande esperto, dirige la sua pellicola come meglio non potrebbe, prediligendo lo strato primario, ad impatto, e ponendo in secondo piano l'amara glassa celata sul fondo, la stessa che però ogni qual volta viene chiamata in causa informa di essere vero pezzo pregiato e asso nella manica. Strategia, la sua, che per buona metà del racconto riesce a dare comunque la sensazione di funzionare, ingrossando i muscoli e avvalendosi della caratterizzazione dei grandissimi interpreti abilmente arruolati, i quali sanno benissimo come generare alto ritmo e buona attenzione ma che finiscono per trovarsi in grossissima difficoltà durante l'annebbiamento incessante che va a colpire la narrazione lungo lo scioglimento dei nodi, amplificandone perdita di potenza nella parte decisiva legata alla finalizzazione.

Pessimismo, opportunità, killer spietati, coincidenze. McCarthy torna a parlare e a filosofeggiare a suo modo di esseri umani e di società contemporanea, ribadisce di aver mantenuto una negatività di fondo a riguardo e costruisce una storia assai più colorata e caotica ma molto, molto simile a quella che aveva lasciato dirigere ai fratelli Coen. Di elementi in comune "The Counselor: Il Procuratore" e "Non è un Paese per Vecchi" ne hanno oltremisura, sono linee d'incontro in cui ambo le storie si rincorrono l'una con l'altra senza mai raggiungersi per davvero ma trovandosi spesso a strettissimo giro e contatto. Il personaggio di Cameron Diaz ricorda molto - con le dovute proporzioni - lo sceriffo che fu Tommy Lee Jones, la modalità con cui assume spessore e importanza rivelandosi il più freddo e attraente da ogni punto di vista è a dir poco geniale, come è agghiacciante ascoltarla durante il monologo enunciato in quella che è la sua ultima scena.

Si potrebbe dire tutto e il contrario di tutto su "The Counselor: Il Procuratore", ma oggettivamente nessuno può obiettare il verdetto che come opera in generale sia riuscita meno di quel che ci si aspettava. Il dubbio dunque è che a influire negativamente sul processo sia stata la poca alchimia e la diversa sensibilità che lega McCarthy a Scott, e che magari con una narrazione coeniana alle spalle l'ordine naturale delle cose avrebbe preso facilmente il suo corso. Ma certi dubbi nascono per restar tali, per non essere sciolti, visto che a contare, alla fine, sono e devono essere solo le certezze.

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mercoledì 8 gennaio 2014

Lo Sguardo di Satana: Carrie - La Recensione

Tempo fa, pur contro il parere degli accaniti conservatori, avevamo elogiato il lavoro compiuto dal giovane regista uruguayano Fede Alvarez con il remake "La Casa", in particolar modo avevamo gradito la maniera e il rispetto con cui era riuscito a riproporre un cult della storia dell'horror sfuggendo a paragoni e a critiche fragorose, quelle che nascono imprescindibilmente quando si tende ad avvicinare la riproposizione di un prodotto esistente più a una copia carbone sbiadita che ad un nuovo spunto stimolante.

Un tipo di iniziativa molto simile a quella viene riproposta oggi dai sceneggiatori Roberto Aguirre-Sacasa e Lawrence D.Cohen e dalla regista Kimberly Peirce, che riportano in vita la splendida pellicola diretta da Brian De Palma nel 1976 tratta dal romanzo omonimo di Stephen King, ma tuttavia gli esiti raggiunti dal remake di "Carrie: Lo Sguardo di Satana" non sono neppure lontanamente paragonabili a quelli conquistati da Alvarez.
Anziché una versione rimodernata infatti la sensazione è quella di trovarsi alle prese con un fac-simile scarico e svogliato, inadeguato a ricreare le atmosfere rigide e tese della pellicola di circa quarant'anni fa e timoroso di osare e di spingersi al di là di ciò che è stato mostrato ed esposto dai predecessori. Sostanzialmente uguale e identico, ma allo stesso tempo non all'altezza, "Lo Sguardo di Satana: Carrie" genera allora esclusivamente solo dubbi e quesiti, la maggior parte legati all'inutilità di un progetto al quale mancano ampia visione e grande dinamismo, la versione della Peirce, va detto, ha uno stampo tenuemente più positivo rispetto a quella firmata da Brian De Palma e solleva Carrie dal male assoluto per avvicinarla alla sezione relativa ai freak attualmente decisamente in voga, spargendo alcune briciole di speranza che nell'originale erano assolutamente inesistenti.

Gli estremi (e i doveri) per fare qualcosa di più incisivo però c’erano, l'epoca attuale forniva soluzioni differenti e nette per sviluppare la trama, anche al costo di non rispettare per filo e per segno il racconto originale tradendolo in favore di una causa più importante. Invece la Peirce tentenna, pare accorgersi della possibile posizione di vantaggio ma non prende coraggio lasciandosi sopraffare dalla paura di uscire troppo fuori dai binari, opta per la cauta opzione di rimanerci incollata sopra e si permette il piccolo lusso di fare uscire ogni tanto la testolina fuori dal finestrino.

L'aria che arriva è comunque scarsa per ossigenare una pellicola che aveva quantomeno il compito, ampiamente fallito, di disturbare a intermittenza lo spettatore, Chloë Grace Moretz non sfigura nel personaggio di Carrie pur non raggiungendo mai i livelli mostruosi che furono di Sissy Spacek mentre Julianne Moore - colpa di una scrittura ridotta dedicata al suo ruolo - perde di netto la gara con Piper Laurie. Ma la sconfitta maggiore è senza dubbio da attribuire a colui che ha pensato di mettere in piedi il remake di un capolavoro ancora attualissimo con una faciloneria a dir poco insolente. Ebbene, per lui si che ci vorrebbe un trattamento da ballo di fine anno con telecinesi.

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martedì 7 gennaio 2014

[EXTRA - TEATRO] Combinati per le Feste di Maurizio Battista - La Recensione


Con trama e scaletta totalmente assenti, a tenere in piedi le risate e l'intera struttura del nuovo spettacolo di Maurizio Battista sono, paradossalmente, solo l'improvvisazione e gli spunti inviati dalla serata e dal pubblico. Il dissacrante titolo natalizio infatti serve a schivare ogni forma canonica possibile di teatralità per allestire un incontro informale tra il comico romano e la sua cara e amata gente. Immersi a discutere di Natale (e di feste) e di famiglia ci si trova quindi matematicamente trasportati in una estensione ibrida della tematica che tira inevitabilmente in mezzo l'inesauribile rapporto uomo-donna - che han fatto della carriera dell'artista il fiore all'occhiello - e le differenze culturali tra romanità e resto del mondo, inteso anche come resto d'Italia.

"Combinati per le Feste" è a tutti gli effetti uno spettacolo indecifrabile che per una buona tre quarti rischia di cambiare di sana pianta da replica a replica, non da punti di riferimento e vive dello spirito vivace e inesauribile posto nel carattere del suo irresistibile autore. Aiutato da una band musicale capitanata dalla voce di Manuela Villa - la quale consente di far riprendere un pochino fiato nei momenti di stanca - la nuova creatura di Maurizio Battista tendenzialmente è perciò un'opportunità per passare quasi tre ore in compagnia di una comicità familiare ed elementare, che allo stesso tempo però sa esser feroce cibandosi di usi e costumi di chi la pratica e di chi la subisce, refrattaria a fornire qualsiasi tipo di sconto ma in grado di coinvolgere e soddisfare dal primo all'ultimo pagante.

Dal 26 Dicembre a data ufficialmente da destinarsi, ma per ora il termine pare essere il 19 Gennaio, "Combinati per le Feste" sarà in scena al Teatro Brancaccio di Roma, con ottime possibilità che possa continuare il suo viaggio in giro per l'Italia, magari mutando gradualmente un poco di più.

Per informazioni su orari e biglietti potete cliccare qui e consultare la pagina ufficiale.

Di seguito un piccolo assaggio:

Il Grande Match - La Recensione

Il nome di Peter Segal nell'operazione doveva far intuire immediatamente che "Il Grande Match" fosse qualcosa di più (o di meno) di un suggestivo scenario che avrebbe messo nuovamente sul ring, a distanza di molti anni, i miti di Rocky Balboa e di Jake LaMotta. Questo non solo perché ufficialmente Sylvester Stallone e Robert De Niro venivano chiamati a rappresentare due pugili che nulla avevano a che fare con quelli interpretati a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80, ma perché sfogliando attentamente la filmografia del regista la destinazione finale della pellicola appariva unica e ben illuminata.

Artefice di commedie demenziali per antonomasia infatti Segal in questo caso pur frenando un tantino la sua vena non cambia registro, si sostituisce perfettamente allo Stallone-regista più recente e dirige uno scontro tra ex-stelle del pugilato dai toni semiseri che ha pochissimo interesse a parlar direttamente di allenamenti e guantoni e enorme voglia di scherzare e autoironizzare su età e passato dei due protagonisti, tessendo contemporaneamente sottotrame di riscatto e di romanticismo e alleggerendo il tutto con battute ritmate, affilate e ficcanti. Resa dei conti e duelli all'ultimo gancio sono rimandati quindi a data da destinarsi, poco lo spazio riservato a loro, in primo piano salgono i conti in sospeso accumulati durante una vita da sistemare e da raddrizzare, che ha saputo togliere assai maggiormente di quanto invece ha saputo restituire. In questo equilibrio inaspettato e disteso "Il Grande Match" allora costruisce le mosse vincenti per imporsi sia ai scettici che agli entusiasti, usa l'arma della risata con parsimonia e ottimi tempi e suggerisce senza troppe preoccupazioni una tendenza al lieto fine intrattenendo con gusto, acutamente e sfruttando con determinazione la presenza sullo schermo di due personalità pesanti.

Ecco perciò come la manovra che inizialmente aveva assunto un clamore piuttosto eccessivo - per via di un sottotesto assolutamente non presente all'interno della sceneggiatura ma decisamente ingombrante nell'immaginario dello spettatore - si svela meno sfrontata ma anche meno ridicola del previsto, venendo assorbita con il piacere di una rimpatriata tra grandi vecchi, ancora in accettabile forma (Alan Arkin è irresistibile) e consapevoli di non far più parte della linea verde che al contrario va trasferita senza stendere eccessivi drammi.

Ed è così che “Il Grande Match” zampilla, gonfiato a chiacchiere oltre misura per esser bucato velocemente, e con cura, da uno spillo che comodo ne riduce volume, rancore e dolore a rilento. Probabilmente l’opera più seria di Peter Segal, che al corrente di non avere tra le sue mani stavolta né Adam Sandler e né Steve Carrell si abbassa al talento meno comico ma non per questo più scadente di un cast decisamente affiatato e di un altro livello.

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sabato 4 gennaio 2014

Un Boss In Salotto - Due Nuove Featurette


Campione d'incassi nel primo giorno d'uscita, "Un Boss In Salotto" (qui la recensione) è stato accolto benissimo in sala. Di seguito vi presentiamo due nuovissime featurette una dedicata al boss, quindi a Rocco Papaleo e un'altra a Paola Cortellesi.

I Numeri del Boss (featurette):


Paola Cortellesi Backstage (featurette):


Sinossi (Ufficiale): Cristina (Paola Cortellesi) è un’energica meridionale trapiantata in un piccolo centro del Nord dove è finalmente riuscita a costruirsi una vita e una famiglia perfette insieme al marito, Michele Coso (Luca Argentero), e ai loro due splendidi figli. Un giorno Cristina, convocata in Questura, scopre che suo fratello Ciro (Rocco Papaleo) - che non vede da 15 anni – è implicato in un processo di camorra e ha chiesto di poter trascorrere gli arresti domiciliari a casa sua. Cristina suo malgrado accetterà e da quel momento i suoi piani e l’ordinatissima routine dei Coso verranno letteralmente sconvolti dall'arrivo dello zio Ciro, un tipo tutto tatuaggi, catene d’oro e poco abituato alle buone maniere…
Il nuovo film di Luca Miniero è una commedia familiare moderna che fa ridere e al contempo riflettere sulla camorra, sulla vita e su tutte le famiglie imperfette che, spesso però, si rivelano il posto più caldo dove stare.

Disconnect - Nuova Clip e Intervista a Jason Bateman


Nuova clip e nuova intervista, stavolta a Jason Bateman, per "Disconnect" il film diretto da da Henry-Alex Rubin con Jason Bateman, Hope Davis, Frank Grillo, Michael Nyqvist, Paula Patton, Andrea Riseborough, Alexander Skarsgard, Max Thieriot, Colin Ford e Jonah Bobo.

Carta di Credito:


Intervista a Jason Bateman:


Sinossi (Ufficiale): Un avvocato infaticabile vive incollato al cellulare tanto da non riuscire a trovare tempo da dedicare alla moglie e ai due figli adolescenti. Una coppia in crisi usa internet come via di fuga da un matrimonio ormai finito. Un ex-poliziotto vedovo si scontra ogni giorno con il figlio che pratica bullismo in rete ai danni di un compagno di classe. Una ambiziosa giornalista crede di potere fare carriera usando la storia di un ragazzino che si esibisce su siti per soli adulti. Sono sconosciuti, vicini di casa, colleghi, e le loro storie si incrociano in questo avvincente film che racconta la vita di persone comuni alla disperata ricerca di un contatto umano.
"Disconnect" esplora le conseguenze della tecnologia moderna e come questa possa influenzare e modificare le nostre esistenze. Un film incredibilmente attuale: il nostro modo di vivere "digitale" di ogni giorno alla fine non è mai davvero "connesso" con il mondo reale. "Disconnect" fotografa in maniera drammatica una realtà molto cupa e ci svela profonde verità. E' un film che parla di tutti noi.