IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

martedì 29 settembre 2015

Black Mass: L'Ultimo Gangster - La Recensione

Per molti Johnny Depp versione gangster è l'ultimo ricordo di un attore che, scelta sbagliata dopo scelta sbagliata, negli ultimi anni, ha iniziato poi ad impigrirsi e a smettere di recitare: concentrandosi solamente su smorfie e poco altro. In quell'occasione - che lo vedeva nei panni di John Dillinger - c'era il maestro Michael Mann ad impartire ordini e a contenere un talento folle quanto discontinuo, ricavandone una delle interpretazioni più equilibrate e notevoli che la filmografia dell'attore, ancora oggi, possa celebrare. Che nel momento più buio della sua carriera, quindi, Johnny decidesse di ritornare in carreggiata passando nuovamente per quello stesso punto, era inevitabile, ugualmente come lo era la scelta di un personaggio tosto e duro, che gli impedisse il più possibile di caratterizzare i suoi tratti in modo eccentrico, perdendo facilmente controllo e misura.

Si affida, dunque, a Scott Cooper per quella che potremmo definire come una "urgente riabilitazione", regista che nulla ha a che vedere con Mann, ma che sa perfettamente come trarre il massimo risultato dai suoi attori, specie se protagonisti. Entra così nei panni del gangster irlandese James "Whitey" Bulger, Depp, colui che negli anni '70, accettando di collaborare con l'FBI riuscì a manipolarla a tal punto da gestirla attraverso alcuni uomini che, per non finire processati a causa delle scorrettezze commesse, puntualmente erano disposti a coprire i suoi crimini agevolandogli l'ascesa. Le basi minime per un gangster-movie dal sapore ordinario e piuttosto regolamentare, che rigetta in mischia concetti triti e ritriti su legami di sangue, di strada, lotte di potere e annessi squilibri mentali misti a paranoie. Nulla di elettrizzante, insomma, e forse tutto preparato per non andare a distogliere troppo l'attenzione dal centro nevralgico della scena, quella in cui finalmente un attore sperduto sembra recuperare, scena dopo scena, la parvenza di quel mestiere che una volta ostentava praticare.
Il lavoro sul fisico, e soprattutto sull'estetica, infatti è l'aiuto più grosso che "Black Mass: L'Ultimo Gangster" offre a Johnny Depp, insieme alle scene in cui viene mostrata la sua attitudine di padre da un lato e di criminale assassino dall'altro. Una terapia d'urto da praticare con forte urgenza e attenzione, dove ogni scelta registica, ogni inquadratura o battuta, appare scritta per andare a punteggio del suo front-man d'eccezione, che è gangster dentro così come fuori dalla finzione.

Ma in un contesto di beneficenza tale, attuato con finta discrezione, attraverso il quale comunque si cerca di fare del bene, avrebbe potuto giovare maggiormente un minimo di premura in più verso la pellicola: deficitaria di un segno distintivo, un momento catartico, o più semplicemente di un approccio filmico capace di elevare il prodotto dalla mediocrità grigia del suo abusato genere e di dotarlo, magari, di quella forza muscolare, non necessariamente esplosiva da spostare gerarchie, ma abbastanza rumorosa da attirare attenzione. Nonostante sia presente tutto ciò che è indispensabile ad un gangster-movie per definirsi tale, in "Black Mass: L'Ultimo Dei Gangster" a mancare, quindi, sembra essere più di ogni altra cosa lo spirito di logica, quello attraverso il quale inserire elementi o tasselli, non per il solo gusto di poterlo fare, ma perché realmente utili alla trama, che così anziché assopirsi e fare attrito, come in questo caso, ha la possibilità di smuoversi e trascinare.
Cooper, dal canto suo, non sembra mai voler tentare nemmeno un incursione per istituire quel minimo di rigore e di sprint mancante, al contrario, sembra invece voler mantenere più discretamente possibile un profilo basso e una direzione formalissima del suo operato. Affermandosi regista meno promettente di quanto il suo esordio avesse suggerito.

Ad uscire vincitore - non assoluto, ma contento - resta allora solo Johnny Depp: redento e riammesso nell'ordine, come da copione sarebbe dovuto essere sin dall'inizio. Del resto "Black Mass: L'Ultimo Dei Gangster" serviva più a lui che a noi, già preoccupati - se vogliamo - dal prossimo "Pirati Dei Caraibi" e dalla sensazione che "fuori pericolo" certi pazienti non lo saranno mai.
Stesso discorso, guarda caso, valido per i gangster.

Trailer:

Festa del Cinema di Roma 2015 - La Selezione Ufficiale


Nella giornata di martedì 29 settembre si è svolta la conferenza stampa della Festa del Cinema di Roma 2015, che si svolgerà dal 16 al 24 ottobre prossimo, di seguito la selezione ufficiale in ordine alfabetico dei film in programma:

ALASKA di Claudio Cupellini

AMAMA - WHEN A TREE FALLS di Asier Altuna Iza

ANGRY INDIAN GODDESSES di Pan Nalin

AU PLUS PRES DU SOLEIL di Yves Angelo

CAMPO GRANDE di Sandra Kogut

THE CONFESSIONS OF THOMAS QUICK di Brian Hill

LA DELGADA LÍNEA AMARILLA / THE THIN YELLOW LINE di Celso R. García

DISTANCIAS CORTAS / WALKING DISTANCE di Alejandro Guzman Alvarez

DOBBIAMO PARLARE di Sergio Rubini

THE END OF THE TOUR di James Ponsoldt

EVA NO DUERME / EVA DOESN'T SLEEP di Pablo Agüero

EXPERIMENTER di Michael Almereyda

FARGO - SECONDA STAGIONE di Randall Einhorn, (Episodi 1 e 2)

FAUDA di Assaf Bernstein, episodi 1-12 |Serie Tv|

FREEHELD / FREEHELD: AMORE, GIUSTIZIA, UGUAGLIANZA di Peter Sollett

FULL CONTACT di David Verbeek

HISO HISO BOSHI / THE WHISPERING STAR di Sono Sion

HUA LI SHANG BAN ZOU / OFFICE di Johnnie To

JUNUN di Paul Thomas Anderson

LEGEND di Brian Helgeland, Regno Unito

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT di Gabriele Mainetti

MISTRESS AMERICA di Noah Baumbach

MOJE CÓRKI KROWY / THESE DAUGHTERS OF MINE / QUESTE MIE FIGLIE di Kinga
Debska

MONOGAMISH di Tao Ruspoli

OURAGAN, L'ODYSSÉE D'UN VENT / HURRICANE 3D di Cyril Barbançon, Andy Byatt

POJKARNA / GIRLS LOST di Alexandra-Therese Keining

THE PROPAGANDA GAME di Álvaro Longoria

PTICKA / LITTLE BIRD di Vladimir Beck

REGISTRO DI CLASSE – PARTE PRIMA 1900-1960 di Gianni Amelio, Cecilia Pagliarani

LES ROIS DU MONDE / MAD KINGS di Laurent Laffargue

SPORT di Ahmad Barghouthi, Tal Oved, Lily Sheffy, Matan Gur

TRUTH di James Vanderbilt (Film d'Apertura)

UNDER SANDET / LAND OF MINE di Martin Zandvliet

VILLE-MARIE di Guy Édoin

THE WALK -3D di Robert Zemeckis

ZHUO YAO JI / MONSTER HUNT di Raman Hui

ROOM di Lenny Abrahamson

Sopravvissuto: The Martian - La Recensione

Avevamo cominciato noi spettatori a fare ironia su "Sopravvissuto: The Martian", a dire che con Matt Damon sperduto sul pianeta Marte e Jessica Chastain a rinforzare il sontuoso cast, tutto facesse pensare ad uno spin-off naturale di "Interstellar": un modo per rendere quella piccola partecipazione inaspettata, presente nel film di Nolan, qualcosa di più succoso e stuzzicante. Scherzavamo, ovviamente, convinti di essere gli unici detentori di tale potere e, proprio per questo, Ridley Scott doveva stare attento, perché se già eravamo pronti a deriderlo in fase di riprese, molto di più avrebbe rischiato se a lavoro finito non ci avrebbe convinto e soddisfatto.

Ironia della sorte, però, nessuno di noi aveva considerato che il navigato Scott volesse essere il primo a ridere della sua pellicola, che mentre noi prendevamo in giro lui, lui si divertiva un mondo di più a girare la sceneggiatura scritta da Drew Goddard: dirigendo un Matt Damon astronauta-botanico incallito che, creduto morto sul pianeta rosso, decide di non cedere alla sfortuna e di colonizzarne una parte, coltivando patate come se niente fosse, in attesa del suo, eventuale, recupero. Dei temi antropologici, scientifici, ambientali, o di quelli più abusati, dove spiccano gli scontri tra alieni e uomini, "Sopravvissuto: The Martian" infatti si fa beffe, inseguendo i dettami della spensierata commedia e spiazzando su qualsiasi aspettativa, o previsione, elaborata sul suo conto in fase di origine. L'esito è il migliore a cui si potesse auspicare, se pensiamo che in un solo colpo, capovolgendo il taglio atteso a 360°, Scott va a schivare in blocco ogni trappola o archetipo immaginabile, calcando un territorio calpestatissimo come fosse appena stato scoperto, identificandosi un pochino con il suo meraviglioso e gradevolissimo protagonista e prendendo in contropiede ogni genere di spettatore.

La battuta, la satira, il nerdismo, vanno a comporre allora la colonna portante della sua opera, quell'aspetto imprescindibile a cui fare sempre ritorno, ogni qual volta, per esigenze di copione, c'è bisogno di fare un passo avanti nella trama e quindi di aggiungere quel filo di drammatizzazione, vincolante a non far perdere interesse e ritmo alla narrazione. Su questo Scott si conferma essere ottimo maestro, la sua esperienza e il suo talento entrano in azione quasi fossero un pilota automatico, un cuscinetto di salvataggio con cui coprire il bluff di una storia semplice, canonica, ma glassata di furbizia per evidenziarsi fresca e positiva. Un dato di fatto che tuttavia non va letto né come accusa e né come nota stonata, perché se è vero che dietro un operazione come questa c'è uno studio a tavolino lunghissimo ed elaborato, è ancor più vero che il riuscire ad accettarlo con un sorriso persino dopo averlo scovato, è segno di grande maestria e capacità di mezzi da parte di chi lo ha compiuto.

L'adattamento dell'omonimo romanzo di Andy Weir esce quindi in forma più che smagliante dalla sua metabolizzazione cinematografica. Le qualità di Goddard coadiuvate alla classe di Scott hanno probabilmente salvato il suo best-seller da esiti o troppo banali, o peggio ancora per niente riusciti, dissipando ogni profezia in un pugno di grosse (e presagite) risate.

Trailer:

venerdì 25 settembre 2015

The Big Short: La Grande Scommessa - Trailer Ufficiale Originale


Disponibile il trailer ufficiale de "The Big Short: La Grande Scommessa", il nuovo film prodotto da Brad Pitt, basato sul bestseller di Michael Lewis, con Christian Bale, Steve Carell, Ryan Gosling, Brad Pitt, Melissa Leo, Marisa Tomei Finn Wittrock. Diretto da Adam McKay l'uscita della pellicola nelle nostre sale è prevista per gennaio 2016.

Trailer Ufficiale Originale:


Sinossi (Ufficiale):
Scommettere contro il sistema e guadagnarci. È quello che ha fatto un piccolo gruppo di speculatori visionari che hanno intuito che cosa stava succedendo sul mercato prima dello scoppio della crisi mondiale nel 2008 e ne hanno approfittato, facendo a volte precipitare gli eventi e uscendone vincenti. La Grande Scommessa è la storia della crisi dal loro punto di vista, quello di personaggi fuori dagli schemi, "eroi" dai caratteri difficili, sconosciuti ai più ma fondamentali per capire che cosa è successo veramente. Una coppia di ragazzi partita con 100 mila dollari da un garage; un medico che gioca a investire a tempo perso nelle (pochissime) ore libere e divulga consigli finanziari in un forum; il finanziere arrogante che pensava di saperne una più degli altri... e che scoprirà di aver ragione. In comune, una certa "eccentricità" che li ha portati a non ascoltare il senso comune, che spingeva tutto il resto del mercato a pensare che i rendimenti sui mutui e sui derivati non sarebbero mai finiti...

giovedì 24 settembre 2015

Il Caso Spotlight - La Recensione

Nel 2001 i quattro giornalisti del Boston Globe facenti parte del team Spotlight (una sezione specializzata in casi scomodi e da stanare), iniziarono ad indagare su alcune voci che vedevano tredici preti colpevoli di aver praticato, già molti anni prima, molestie sessuali su dei minorenni. L'inchiesta, mossa in silenzio e a piccoli passi, fornisce in poco tempo delle risposte sconvolgenti, allargandosi velocemente a macchia d'olio, come punta di un iceberg appartenente a un sistema corrotto, comandato dalla Chiesa: la quale proteggeva e occultava i preti incriminati che peraltro risultavano essere numericamente superiori alle stime iniziali. La questione assunse quindi una delicatezza più ampia del previsto, scatenando dubbi su moralità e giustizia e mettendo in seria difficoltà il giornale, indeciso su "come" e su "se" far scoppiare il caso più scandaloso della Storia ecclesiastica: un caso che avrebbe toccato, e inevitabilmente scioccato, non solo l'America, ma anche il resto del mondo.

E' il giornalismo testardo a prendere per mano e portare in cima "Il Caso Spotlight", lo stesso tipo di giornalismo, elevato alla massima professionalità, che ci ha mostrato in tv quel gran genio di Aaron Sorkin e che Thomas McCarthy tenta di ripristinare, indietro nel tempo, in un contesto non uguale a quello in cui spaziava Will McAvoy (qui siamo su carta stampata), ma ugualmente complicato, stavolta per via del portamento e degli effetti collaterali di una notizia importante così come inaccettabile. Oltre le difficoltà, ovvie, di un lavoro di squadra stressante e colmo di ostacoli, portato avanti con ardore dai componenti della squadra Spotlight, la pellicola infatti si ferma spesso a contemplare quelle che sono le questioni deontologiche della materia, quelle legate a una Chiesa che non solo è organo principe della maggior parte dei lettori della testata, ma che negli anni 2000, lo si dice papale, papale, conservava ancora quel valore simbolico e spirituale a cui appoggiarsi e far riferimento (seppur già in netto calo rispetto a qualche decennio prima).
Sebbene quindi l'evidenza delle prove inviti quasi facilmente a prendere le parti dell'accusa, McCarthy sceglie abilmente di, non prendere posizione e fornire stesso peso e spessore all'influenza (e alla rilevanza) della fede: quella che per esempio costringe il team di giornalisti a prendersi una pausa dalle investigazioni (ma non a metterle in cavalleria) a seguito della catastrofe dell'11 Settembre, momento in cui l'unione e la preghiera assumevano, platealmente, priorità massima per tutto il paese.

Tuttavia di frenare o di accarezzare la sua materia "Il Caso Spotlight" non ha alcuna intenzione: ogni mossa dunque è ponderata, lecita e inserita al tempo giusto e nel giusto spazio. Quando c'è da picchiare forte e affossare, non si fa scrupoli, utilizzando e chiedendo massima chiarezza a quei dialoghi espliciti e duri rilasciati dai testimoni, abusati da piccoli e interrogati dai giornalisti per le deposizioni.
Conferisce dunque al suo lavoro un tocco fortemente classico e misurato McCarthy, con quello stile onesto, pulito e curato che sembra aderire egregiamente al racconto e ai suoi protagonisti. Con loro al timone, e con la camera sempre attenta a restituirgli un primo piano o un totale, piuttosto che una carrellata a stringere o ad allargare, la narrazione trova l'esatto metodo per imporsi ed accendersi, permettendo alla storia vera che riporta di vivere sullo schermo con massima potenza, valore e nessun ricatto verso chi assiste.

Convince, ma soprattutto incanta e fa innamorare perciò l'opera di McCarthy, con un cinema forse considerato in via di estinzione e rarissimo ultimamente, ma dotato di una prestanza e un'accuratezza capace di funzionare e di colpire oggi come ieri. Rimanendo nella testa e lavorando nella pancia.

Trailer:

martedì 22 settembre 2015

Everest - La Recensione

Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio, diceva un giovane Vincent Cassel, raccontando la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani e, piano dopo piano, ripete a sé stesso: fino a qui tutto bene. Se però quella storia anziché essere inserita nella pellicola di Mathieu Kassovitz avesse preso parte in quella di Baltasar Kormákur, la questione sarebbe stata abbastanza simile, ma differente: con lo stesso uomo che anziché cadere da un palazzo, intento a scalare il monte Everest, passo dopo passo, avrebbe intuito che in realtà, più di qualsiasi altra cosa: il problema non è la salita, ma la discesa.

Scalare la montagna più alta della terra è un impresa per pochi e chi c'è riuscito, mettendo a rischio la propria vita, non l'ha fatto di certo affidandosi alla fortuna o a qualche forma divina che potesse proteggerlo. Per salire in cima all'Everest ci vuole esperienza, preparazione, concentrazione e non è detto che pur avendo il pacchetto completo a disposizione il nostro corpo resista al freddo e alle sue conseguenze, permettendoci quindi di toccare la vetta. Nonostante questo - e Kormákur ce lo comunica al posto dei titoli di testa - da un po' di anni team specializzati offrono la possibilità a persone comuni di realizzare il loro sogno: provare a misurarsi con la natura e, se predisposti, resistere ad essa conquistandola, come all'uomo tendenzialmente piace pensare e fare. Questi gruppi, neanche a dirlo, sono guidati da esperti scalatori organizzati, che mettono in cima alle loro priorità quello di non perdere alcuno dei partecipanti, aiutati da un personale altrettanto competente a cui fare riferimento per assistenza e consigli climatici nel corso del viaggio. Nella testa di chi si aggrega a loro - che siano bene o male anch'essi esperti in materia - circolano tuttavia motivazioni fin troppo intime e personali, troppo massicce da poter essere abbattute da quel ragionevole spirito di sopravvivenza, per cui, la conseguenza, è che, a volte, c'è chi preferisce spingere al massimo le proprie capacità, piuttosto che capire i limiti e fermarsi.

Ed è da questo grande dettaglio che nasce "Everest", storia vera, che non poteva essere altrimenti. Non ci sono calcoli infatti nella pellicola di Kormákur, non ci sono protagonisti, né tantomeno prediletti, tutto è in mano all'unica, spettacolare, imponente bellezza che tiene in mano le redini (e le vite) dell'avventura, colei a cui - come dicono apertamente - appartiene stabile l'ultima parola: la montagna. Un segnale di genuinità che gli permette di potersi affermare come survival movie d'altri tempi, uno di quelli che oggi rischiano di essere considerati troppo reali e precisi per appartenere ad un cinema sempre più attratto dal genere disaster e dalla sovrabbondanza della computer grafica.
Ma al contrario di quanto si pensi, il rispetto e l'approccio autentico che "Everest" utilizza, attraverso la sua esposizione così ferrea ed equilibrata, fanno in modo che l'intero sforzo in sottrazione vada a compattarsi e a porsi su di un livello nettamente superiore alla media, raggiungendo quel tipo di risultato così impressionante e verosimile da conquistare lo spettatore, rendendolo parte attiva e complice.

Nessun sottotesto o secondi fini, quindi, a comandare è la realtà dei fatti. Perciò spaventarsi, preoccuparsi, stare in ansia e commuoversi sono comportamenti assolutamente comprensibili di fronte agli esiti arbitrari e imparziali di un qualcosa tanto affascinante quanto impetuoso. Di fronte a quel gigante ghiacciato da cui persino Kormákur ha deciso di lasciarsi trasportare, senza opporre resistenza, portando a casa una pellicola con qualche piccolo graffio, ma dal sapore trionfante.

Trailer:

lunedì 21 settembre 2015

Steve Jobs - Secondo Trailer Italiano


Disponibile il secondo trailer italiano di "Steve Jobs", il nuovo film di Danny Boyle con Michael Fassbender, Kate Winslet, Seth Rogen, Jeff Daniels, Katherine Waterston e Michael Stuhlbarg, al cinema dal 21 gennaio 2016

Secondo Trailer Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Ambientato nel backstage del lancio di tre prodotti iconici culminato nel 1998 con l'inaugurazione dell'iMac, Steve Jobs ci porta dietro le quinte della rivoluzione digitale per dipingere il ritratto intimo di un uomo geniale.

sabato 19 settembre 2015

Magic Mike XXL - La Recensione

Il rischio dell'operazione commerciale c'era, inutile negarlo. Vuoi per il successo riscosso dal primo capitolo, vuoi per quell'XXL che sapeva di pomposo, vuoi perché Steven Soderbergh era riuscito a mettere in piedi un lavoro così sensibile e compiuto, da non dover richiedere interventi ulteriori, innesti o evoluzioni.

Tuttavia qualcosa era rimasto in sospeso. Qualcosa di piuttosto evidente, se vogliamo. Che di fronte allo sguardo esteso, a tutto campo, di Soderbergh non appariva, forse, nascosto, ma passava in secondo piano, come fosse superficiale. Del mestiere dello spogliarellista, nel primo "Magic Mike", infatti era presente solo il fascino, i muscoli, la spettacolarità effimera della performance, unite alle vite dei talent che un po' per necessità e un po' per via di una crisi evidente (economica e sociale), si davano al pubblico alla ricerca di soldi facili e vita da star. Veniva data luce quindi solo a un lato della medaglia, dimenticando le sfumature che questa versione XXL vuole invece far parlare, cambiando totalmente punto di vista. Ha in mente di capovolgere ogni certezza allora il regista Gregory Jacobs (al suo esordio, dopo la gavetta come aiuto regista di Soderbergh), aprendo le porte a quel mondo femminile - solitamente compreso dai quaranta in su - che a quei spettacoli testosteronici ha voglia di partecipare, per entusiasmarsi e ritrovare felicità. Lo fa soprattutto attraverso le chiacchierate scambiate tra Mike e i suoi amici che, diversamente da prima, hanno imparato a vivere il loro mestiere/hobby come fosse una vera e propria passione da difendere: li sentiam discutere di quanto il loro ruolo sia simile a quello di un guaritore e di quanto sia grande il senso di responsabilità che portano verso quelle fan che partecipano alle loro esibizioni per sfuggire a una realtà grigia, tendenzialmente triste e non appagante. Lo stesso discorso, pressappoco, che ha portato il personaggio di Jada Pinkett-Smith ad innalzare il suo castello da cui non esce (quasi) mai, dove le donne possono iscriversi diventando immediatamente regine e perdersi nella generosità dei performer che hanno il dovere di andare incontro alle loro fantasie più nascoste (senza mai sfociare nel sesso, ovviamente) che nel mondo maschilista non incantato, lasciato fuori, sembra debbano esistere unicamente a senso unico.

Allora ecco che "Magic Mike XXL" diventa automaticamente quel tipo di pellicola che in molti ci aspettavamo in passato: un trattato sul mondo degli spogliarellisti, eseguito con grande rispetto, sensibilità e spirito documentaristico. Jacobs rivoluziona completamente le carte in tavola, riportando Mike nel gruppo che aveva lasciato, non tanto per necessità di copione, ma per analizzare l'ebbrezza di quella realtà distorta in entrambe le corsie. Perché insieme ai sorrisi delle donne, alle loro delusioni amorose, ad aver bisogno di cure sono pure gli artisti: uomini non solo ballo, corpi scultorei e sensualità, ma anime alla ricerca di una quadratura del cerchio che sul palco è assai più semplice e divertente da conquistare.
Nasce dunque un'empatia diversa tra il pubblico e la pellicola, un'empatia che nel primo capitolo c'era, si, ma verso una società dipinta in maniera negativa e tetra. Stavolta invece il soffio è talmente positivo e vitale da riuscire ad avvolgere chiunque col suo messaggio di speranza e di gloria che non dimentica le difficoltà, ma nemmeno atterra oltremodo.

Finisce quindi per simulare il maestro, l'allievo, che magari non lo supera, ma in qualche modo lo eguaglia. L'impronta soderbrghiana è forte in Jacobs che tuttavia ci tiene a dare alla sua opera un piccolo distacco che sa di personalità e carattere. Doti che gli permettono di realizzare un sequel acuto, coerente e inaspettato.

Trailer:

giovedì 17 settembre 2015

Inglorious Cinephiles a NewsCinema On Air - 6° Puntata


Arriva la sesta puntata di NewsCinema ON AIR. Dopo la pausa veneziana, festivaliera, torniamo a parlare dei vincitori del Lido in una puntata ricca di ospiti che non tralascia neppure la sala cinematografica e tira in ballo pellicole ostiche come "Via Dalla Pazza Folla" e "We Are Your Friends".
Oltre me, a discutere dell'argomento, gli amici Letizia Rogolino e Carlo Andriani, di NewsCinema, Rosa Maiuccaro di DaringToDo e Elena Pedoto di Everyeye, Stefano Lo Verme di Movieplayer e Andrea Guglielmino, autore del libro "Antropocinema: La Saga Dell'Uomo Attraverso i Film Di Genere".
Sesta Puntata:

Hunger Games: Il Canto Della Rivolta (Parte 2) - Trailer Italiano "Per Prim"


La Universal Pictures International Italy ha rilasciato un nuovo trailer di "Hunger Games:
Il Canto Della Rivolta (Parte 2)" dal titolo "Per Prim". Vi ricordiamo che la pellicola uscirà nei nostri cinema il prossimo 19 novembre e che chiuderà la saga tratta dai romanzi di Suzanne Collins.

Trailer Italiano "Per Prim":


Sinossi (Ufficiale):
Con l'intera Panem in guerra totale, Katniss affronta il Presidente Snow (Donald Sutherland) in uno scontro finale. Accompagnata dai suoi più cari amici - inclusi Gale (Liam Hemsworth), Finnick
(Sam Claflin) e Peeta (Josh Hutcherson) - Katniss va in missione con la squadra del Distretto 13, dove rischierà la vita per liberare i cittadini di Panem e attentare alla vita del Presidente Snow,
sempre più ossessionato dal pensiero di distruggerla.
Le trappole mortali, i nemici e scelte morali che aspettano Katniss la metteranno alla prova più di qualsiasi arena in cui abbia combattuto.

Loro Chi ? - Trailer Ufficiale


Trailer ufficiale per "Loro Chi ?", il nuovo film di Francesco Micciché e Fabio Bonifacci con Marco Giallini e Edoardo Leo, al cinema dal 19 novembre.

Trailer Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
David, 36 anni e un’unica ambizione: guadagnare la stima del presidente dell’azienda in cui lavora, ottenere un aumento di stipendo e la promozione da dirigente. Finalmente la sua occasione sembra arrivata: dovrà presentare un brevetto rivoluzionario che gli garantirà la gloria e l’apprezzamento inseguiti da sempre. Ma in una sola notte l’incontro con Marcello, un abile truffatore aiutato da due avvenenti socie, cambierà il corso della sua vita. David perde tutto: fidanzata, casa e lavoro e per recuperare dovrà imparare l’arte della truffa proprio da colui che l’ha messo nei guai. Una storia che ha i colori e sapori della commedia, i ritmi del giallo e la fantasia di inganni multipli. E dove niente, probabilmente, è come sembra.

Room - Nuovo Trailer Internazionale (sottotitolato in italiano)


Disponibile il nuovo trailer internazionale di "Room", il film basato sul bestseller di Emma Donoghue, con Brie Larson, Jacob Tremblay, Joan Allen e William H. Macy, diretto da
Lenny Abrahamson. La pellicola uscirà in America il 16 ottobre prossimo, ancora nulla invece per quanto riguarda l'Italia.

Nuovo Trailer Internazionale (sottotitoli in italiano):


Sinossi (Ufficiale):
Una storia dei nostri giorni che racconta l'amore sconfinato tra madre e figlio. Il piccolo Jack non sa nulla del mondo ad eccezione della camera singola in cui è nato e cresciuto.

mercoledì 16 settembre 2015

Sicario - La Recensione

Ci sono confini che si spostano in "Sicario", confini in continuo movimento, confini che mutano ed altri costretti a sottomettersi e a scomparire di fronte alla violenza inaudita sprigionata.

Ne sa qualcosa la Kate di Emily Blunt, donna tosta, agente dell'FBI per il gruppo anti-sequestri, che al termine di una missione sconvolgente, in una casa colma di cadaveri, viene inserita in una task-force del governo, sotto le grinfie del suo capo Josh Brolin e di un consulente tanto silenzioso quanto letale: il colombiano di Benicio Del Toro. L'obiettivo è quello di ripristinare ordine nel confine tra Stati Uniti e Messico, zona nevralgica per il traffico di droga dei cartelli messicani, trasformata ormai in centro anarchico e ingestibile, al punto da richiedere un massivo cambio delle regole e una ristrutturazione del confine tra bene e male (nonché di quello tra giusto e sbagliato). Un passaggio che sconvolge il mondo di Kate, mettendolo praticamente sottosopra: a creare quindi quei polveroni che prima era chiamata a pulire e a prendere ordini da due personalità che se ne fregano dei protocolli, la tengono all'oscuro e operano con la freddezza e l'insensibilità di un killer professionista (un sicario, appunto).
Ma, nonostante ne abbia piena facoltà, "Sicario" non vuole essere il classico thriller di genere partorito con lo scopo di mettersi in fila dietro gli altri e fare numero, Denis Villeneuve vuole assegnargli una pelle diversa, distinguibile, e lo dirige con una calma e una cadenza che nascondono il bollore ardente che porta nelle vene - visibile esclusivamente in apertura e in chiusura - assumendosi lui stesso la responsabilità dei pro e dei contro che tale provvedimento comporta.

E' una pellicola che ama molto i silenzi la sua, in cui le immagini contano più dei sintetici dialoghi e dove la tattica e la pre-tattica hanno maggiore importanza dell'azione in sé. Tolto infatti il bellissimo accenno iniziale, esplosivo e roboante, della decantata guerra spietata e all'ultimo sangue tra agenti americani e spacciatori messicani ne sentiamo più discutere che altro, l'occhio resta sempre lontano dalle rappresaglie, nascosto in quegli interni (o esterni) in cui ci si interroga sul da farsi o si interroga il nemico per estrapolare informazioni. Ci sono momenti in cui il ritmo, repentinamente abbassato, viene chiamato a rialzarsi, a restituire una scarica rivitalizzante (come accade per la sparatoria al confine e per la scena nel bar), ma tuttavia Villeneuve lascia intendere a più riprese di avere più un debole per la questione morale che per il riassestamento dell'equilibrio. Quell'equilibrio, appunto, che lui stesso non ama, che con il suo cinema spesso sbaglia a dosare e che in "Sicario" anche, sballotta tramite degli sbalzi che somigliano più a delle provocazioni volontarie escogitate per stuzzicare la sensibilità dello spettatore.

Del resto la sua tendenza a volersi inserire in questioni delicate per il solo gusto di manipolarle a piacimento, contro lo spettatore, è piuttosto nota, e sicuramente, questo, è un aspetto del suo cinema che andrebbe rivisto o limato. Non perché sia sbagliato mettere lo spettatore in condizioni scomode da non saper decidere da che parte stare, ma perché se tale processo viene eseguito con la sbagliata misura si rischia di andare oltre il proprio ruolo e mestiere (e torna il confine). Eppure, per quel che riguarda questa sua ultima uscita, è più un discorso di maniera a penalizzarlo, il modo in cui sceglie di porre e di esporre determinate dinamiche. Più una questione di forma che di contenuto, insomma, su cui però grava il peso di una sceneggiatura non esattamente intoccabile e una scala di personaggi a cui si poteva dare più spazio per quel che riguarda il loro privato e le loro vite (discorso a parte per la Blunt).

Sta di fatto che al suo scopo poi Villeneuve ci arriva comunque col vento in poppa e con esso, non egregiamente, tenta di pulirsi persino da quello sporco che non era riuscito ad evitare in corsa. Ci parla di lupi, di giustizia, del mondo che cambia, colpendo duro ma neanche così tanto. Poiché a rimanere meglio impressi, alla fine, sono la sua regia, pulita ed efficace, e la fotografia sempre perfetta di Roger Deakins, attraverso cui la pellicola regala momenti estetici di alto cinema e di grande qualità.
Motivo che, se vogliamo, aumenta ulteriormente la seccatura per quelle sbavature accennate e di cui si poteva fare chiaramente a meno. Ma si sa, il rispetto per certi confini non esiste quasi mai.

Trailer:

lunedì 14 settembre 2015

Belli e (im)Possibili: Aloha: Sotto Il Cielo Delle Hawaii - La Recensione

Le tematiche sono più o meno le stesse, il riscatto, inteso qui come redenzione, l'amore sotto forma di medicina e l'America, un paese che nei suoi alti e bassi, inevitabilmente scuote e sposta, non sempre su binari comodi, la vita delle persone.

Cameron Crowe è questo, o lo si ama o lo si detesta, e lo è a dosi grandi così come a dosi piccole, quelle con cui lo abbiamo visto esporsi nei suoi ultimi due lavori. L'ultimo in assoluto è "Aloha: Sotto Il Cielo Delle Hawaii", che appunto sfrutta un percorso già calcato dal regista, per raccontare la storia di un militare costretto a vendere la propria anima ai privati miliardari e a lasciare l'esercito per reagire alla crisi economica mondiale del lontano 2008. Cambiato all'esterno, dove una missione di guerra gli ha compromesso parzialmente una gamba, ma soprattutto all'interno, per via di un cinismo e un disincanto sviluppati oltremisura, il ritorno nella sua vecchia terra - le Hawaii - per via di un incarico di lavoro, lo costringerà però a riprendere alcuni discorsi lasciati in sospeso e magari a ripristinare contatto con quella persona che era una volta e che adesso appare distante oltremisura sia a lui che agli affetti più cari. Altro giro, altra corsa, insomma, non esattamente necessaria o decisa, (come, al contrario, lo era stata per Tom Cruise, Orlando Bloom e Matt Damon) eppure scatenata dalla magia di un luogo in cui la leggenda e la metafora fanno da padroni, e in cui l'amore - colpa di una Emma Stone incorreggibile e di una Rachel McAdams che sa difendersi - ha il dovere di prenderti e di salvarti. Subito, ancora, per sempre.

Per Crowe tale vortice è quasi una legge, l'unica speranza, ce lo ha detto in "Jerry Maguire" e ce l'ha urlato in "Elizabethtown". Un uomo (o una donna) con la persona giusta al suo fianco è definitivamente salvo, rinato, assolto. Ed è per questo, probabilmente, che in "Aloha: Sotto Il Cielo Delle Hawaii" le due donne per le quali il personaggio di Bradley Cooper si trova a dover sbarellare sentimentalmente sono entrambe due figure forti, toste, che sanno prenderlo sotto braccio, ma anche strattonarlo con forza se necessario, tenendogli testardamente testa e domandolo a più riprese. Questo è il mondo che il regista vuole (e vorrebbe) vedere, quello che costruisce ogni volta nei suoi film, e quello in cui ultimamente ha iniziato a perdersi, innamorato del tepore e della sua bellezza. Distrazione comprensibile, che tuttavia intacca, nel caso specifico, una sceneggiatura a cui manca l'energia di una degna conclusione, una emozionante, o altrimenti detta "alla Cameron Crowe", sostituita da un punto a capo repentino e facilone, messo un po' a caso, e che non da giustizia a una trama godibile nonostante la sua innata semplicità.

E allora si, è vero, forse quello di "Aloha: Sotto Il Cielo Delle Hawaii" non è il Cameron Crowe lucido che aspettavamo, non è sicuramente quello che amiamo vedere, ma da qui a crocifiggerlo, come in molti hanno osato, sicuro, ce ne passa. Per quanto ci riguarda il suo cinema, fuori forma o meno, ha sempre motivo per respirare e muoversi, per esistere e esser sostenuto: come ci ricorda la scena del ballo tra Emma Stone e Bill Murray. Assurda, dolce e indimenticabile.

Trailer:

domenica 13 settembre 2015

Venezia 72 - I Vincitori


Si è conclusa la 72a edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, di seguito la lista dei vincitori.

Leone d'Oro per il Miglior Film: "Desde Allá (From Afar)" di Lorenzo Vigas
Leone d'Argento per la Miglior Regia: Pablo Trapero per "El Clan"
Gran Premio della Giuria: "Anomalisa" di Charlie Kaufman e Duke Johnson
Premio Speciale della Giuria: "Abluka" di Emin Alper
Leone del Futuro - Premio Luigi De Laurentiis per un'Opera Prima: "The Childhood of a Leader" di Brady Corbett
Coppa Volpi per il Migliore Attore: Fabrice Luchini per "L'Hermine"
Coppa Volpi per la Migliore Attrice: Valeria Golino per "Per Amor Vostro"
Premio Marcello Mastroianni al Miglior Attore/Attrice Emergente: Abraham Attah per "Beasts of No Nation"
Premio per la Miglior Sceneggiatura: Christian Vincent per "L'Hermine"

Premio Orizzonti per il Miglior Film: "Free In Deed" di Jake Mahaffy
Premio Orizzonti alla Miglior Regia: Brady Corbett per "The Childhood of a Leader"
Premio Orizzonti al Miglior Attore: Dominque Leborne per "Tempête"
Premio Speciale della Giuria Orizzonti: "Boi Neon" di Gabriel Mascaro
Premio Orizzonti al Miglior Cortometraggio: "Belladonna" di Dubravka Turic

Premio Venezia Classici per il Miglior Documentario sul Cinema: "The 1000 Eyes of Dr. Maddin" di Yves Montmayeur
Premio Venezia Classici per il Miglior Film Restaurato sul Cinema: "Salò o le 120 Giornate di Sodoma" di Pier Paolo Pasolini

venerdì 11 settembre 2015

Fantastic 4: I Fantastici Quattro - La Recensione

Si è detto molto di "Fantastic 4: I Fantastici Quattro", forse si è detto addirittura troppo, tramite quei leak, per nulla velati, dove il regista Josh Tank e la 20th Fox si lanciavano addosso le colpe di un insuccesso annunciato, ma evitabile, se non del tutto parzialmente.
Già, sarebbe bastato lavare i panni sporchi in casa e non su internet, oppure mettere le carte chiare in tavola sin dall'inizio, anche perché praticare atterraggi di emergenza come il final cut poi presentato, non è servito né a rimettere le cose apposto e né a limitare i danni.

Difendere "Fantastic 4: I Fantastici Quattro" è pressoché un utopia, e quasi ogni singola parola negativa rilasciata dalla critica internazionale riguardo al film, non può che essere comprensibile e basata sui fatti. Eppure il lavoro di Tank non è affatto da buttare integralmente; certo, soffre di una schizofrenia pesante e suicida, però non nasconde un minimo di quello che poteva esser davvero un progetto ambizioso e interessante. Ora non siamo qui a puntare il dito contro la 20th Fox - che si è difesa dicendo che Tank, durante le riprese aveva perso completamente la testa, isolandosi dal mondo e dal progetto - ma tuttavia cercare di fare un attimino di chiarezza verso un obiettivo su cui ultimamente si è sparato grandemente e a zero, è un tentativo che può far solo che bene sia allo studio che agli spettatori. Se si prova a guardarlo senza pregiudizi, allora, ci si accorge facilmente che il percorso di ricostruzione del franchise Marvel, aveva l'intenzione di partire con un carattere inedito e interessante: volto a puntare la lente d'ingrandimento su origini e personaggi, per i quali si intuiva, c'era la voglia di costruire uno spessore piuttosto elevato e robusto, meno superficiale di quello eseguito in passato da Tim Story. Si vedono solo i primi impianti di un Richard Reed scienziato, emarginato sin da bambino, e della sua amicizia solidissima con Ben Grimm, amicizia che in futuro dovrà essere recuperata a causa dell'incidente spaziale e delle conseguenze che questo causerà alle loro vite; sono solo abbozzate anche le basi di un rapporto difficile e da scrivere, come quello di Sue Storm e di suo fratello Johnny: fratelli illegittimi, alla ricerca di un legame che, per caratteri, non è mai riuscito a chiudersi in nodo; ma sono comunque accenni, spunti e dettagli di un disegno invitante e delineato, da estendere con perizia e garbo e non da strappare come al contrario, infine, è stato scelto di fare.

Terminata la prima fase, quella antecedente alla trasformazione, "Fantastic 4: I Fantastici Quattro", viceversa, sembra subire la stessa sorte dei suoi protagonisti. Muta, cambia pelle, diventando qualcosa di imbarazzante ed opposto a ciò che aveva mostrato inizialmente. I problemi di produzione fanno capolino e al posto di Tank, notiamo entrare in fase di regia quel che si chiama, in gergo, "un traghettatore", ovvero colui che prende la nave in difficoltà e cerca di farla attraccare al porto come meglio riesce (pare siano stati i due produttori). Così facendo la pellicola smette di seguire le istruzioni native, accantona la sceneggiatura e si fa carico dell'unica responsabilità commissionata: seguire la scaletta mancante, chiudendola il prima possibile. Lo spessore dei personaggi, dunque, evapora come ghiaccio al sole, gli elementi seminati vengono dimenticati come niente fosse e l'intera parentesi di reazione, spavento e addestramento, a cui spettava di diritto una buona porzione di trama, viene asciugata al punto da sparire quasi del tutto.

Una rincorsa ai titoli di coda che manda all'aria totalmente le ragioni e i motivi per cui un franchise come questo dovesse tornare a proporsi al cinema, ma soprattutto l'opportunità di riuscire veramente a mettere in piedi qualcosa di valido e funzionante. Perché, non smetteremo mai di pensarlo, ciò che era stato studiato per riportare in vita I Fantastici Quattro era potenzialmente superiore a parecchi dei cine-comic che arrivano al cinema liberi da chiacchiere e da pregiudizi e con un po' di buona volontà da parte di tutti, probabilmente, ottenere qualcosina in più non sarebbe stato solo fantascienza.

Trailer:

mercoledì 9 settembre 2015

Heart Of The Sea: Le Origini Di Moby Dick - Trailer Ufficiale Italiano


La Warner Bros ha rilasciato il trailer ufficiale italiano di "Heart Of The Sea: Le Origini Di Moby Dick", il nuovo film di Ron Howard, con Chris Hemsworth, Benjamin Walker, Cillian Murphy, Ben Whishaw, Tom Holland, Brendan Gleeson e Jordi Mollà, al cinema dal prossimo 7 dicembre.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Nell’inverno del 1820, la baleniera del New England viene attaccata da una creatura incredibile: una balena dalle dimensioni e la forza elefantiache, ed un senso quasi umano di vendetta. Il disastro marittimo, realmente accaduto, avrebbe ispirato Herman Melville a scrivere Moby Dick. Ma l’autore ha descritto solo una parte della storia. "Heart Of The Sea: Le Origini Di Moby Dick" rivela le conseguenze di quella straziante aggressione, di come i superstiti dell’equipaggio della nave vengono spinti oltre i loro limiti e costretti a compiere l’impensabile per poter sopravvivere. Sfidando le intemperie, la fame, il panico e la disperazione, gli uomini mettono in discussione le loro convinzioni più radicate: dal valore della vita alla moralità delle loro spedizioni, mentre il capitano cerca di riprendere la rotta in mare aperto, ed il primo ufficiale tenta di sconfiggere il capodoglio.

martedì 8 settembre 2015

Sangue Del Mio Sangue - La Recensione

Le prigioni di Bobbio - paese caro a Marco Bellocchio per più di un significato - ispirano una storia che fa il verso alla Monaca di Monza: con una suora destinata ad essere murata viva per aver sedotto, e indotto al suicidio, un sacerdote del palazzo a cui spetta l'inferno se la donna per cui ha tradito la sua promessa, e la sua vita, non ammetta di aver stretto un patto con Satana, raggirandolo. Patto che volenti o nolenti, gli verrà fatto confessare a furia di maltrattamenti e torture. Qualche anno più avanti, ambientato ai giorni nostri, un secondo episodio racconta di un Conte, per alcuni vampiro, che nella stessa prigione e nello stesso paese prova a tener sotto controllo la modernità e la tecnologia che avanza, con un comitato segreto, eletto ad hoc, che tuttavia comincia a scricchiolare e a rendersi conto di quanto sia complicato tenere testa all'avanguardia.

Nasce praticamente come un mediometraggio "Sangue Del Mio Sangue", a cui Bellocchio ha sentito il bisogno di agganciarci una seconda metà per andarlo a modificare, ricavandone un lungo. L'ombra dell'assembramento artificiale però è fin troppo percepibile nella sua pellicola, in quella che è una mescolanza cercata più per necessità temporale che per urgenza comunicativa, e che lascia assorbire l'intera opera come fosse un composto eterogeneo, a cui non avrebbe fatto per niente male un'ulteriore revisione e miglioramento. Se non altro perché, nonostante un'anima per nulla spontanea, la domanda posta dal regista e inviata al pubblico, nella quale chiede se rispetto al passato, il presente, sia davvero peggio come la maggior parte spesso sostiene, non era neppure completamente da snobbare o ignorare, ma sicuramente era da inserire all'interno del contesto in una maniera meno macchinosa e maggiormente trattata. Invece, tralasciando una messa in scena assai teatrale e abbastanza intenta a divertirsi coi generi (horror gotico e commedia, su tutti), il suo lavoro si concede a pochissimi attimi di forza e a lunghe parentesi di meditazione, dove un cast comunque assortito non sembra riuscire a sciogliersi e a colpire a fondo.

Gli manca, insomma, la capacità di creare empatia e di investire lo spettatore con il suo spirito a "Sangue Del Mio Sangue", la stessa che, al contrario, aveva contraddistinto "Bella Addormentata", facendogli compiere un viaggio non molto diverso da questo, ma con enorme vento in poppa e risalto. Si sente fortissimo quella che è la voglia di sperimentazione di Bellocchio, la voglia di fare un cinema libero, personale, a cui non importa tanto del risultato, bensì delle sensazioni cercate e provate in costruzione. Quella costruzione che purtroppo, a prodotto finito è invisibile e non lascia traccia dentro una pellicola con identità afferrabile e volto oscuro.

Resta chiarissimo, dunque, l'intento e la portata positiva del lavoro di Bellocchio, un po' meno quel che riguarda il linguaggio e la risonanza: stavolta meno curati e puliti di quanto in passato ha dimostrato di saper fare.
In un lavoro che ci tiene ad omaggiare il suo autore e che porta una libertà, rarissima, guadagnata nel tempo. La libertà di osare pur non riuscendo completamente.

Trailer:

lunedì 7 settembre 2015

Non Essere Cattivo - La Recensione

Ce ne sono di corrispondenze tra "Amore Tossico" e "Non Essere Cattivo", due pellicole assai dissimili nelle loro interiora, eppure accomunate da un microcosmo e da un ostilità che rappresenta un po' quel cerchio di speranza arida e disperazione, disegnato con forza e con passione da Claudio Caligari.
Un regista romantico, non nei modi magari, quanto nella determinazione: quella che lo ha portato a realizzare un film anni novanta nel 2015, cambiando poco o niente di ciò che era e doveva essere, ma anche quella che lo ha fatto resistere alla sua malattia, fino alla battuta dell'ultimo ciak buono. Quello del "finalmente", quello del "missione compiuta".

E allora poco importa se a montare la stesura definitiva ci ha pensato Valerio Mastandrea, se Martin(o) Scorsese non ha partecipato all'ultimo sogno di un uomo che veramente, alla lontana, poteva essere come lui, o perlomeno come i suoi film, perché l'importante è accontentarsi, prendere atto del mondo e di chi lo abita e comprendere che sarà sempre dura, sempre in balia di una sorte da fronteggiare o sotto cui arrendersi. Caligari questo lo aveva capito e con un ultimo schiaffo voleva che a capirlo fossimo anche noi.
Ma certe cose non si afferrano ovunque, bisogna scendere in basso, nelle vite di chi è considerato un randagio, un misero. Nella vita di chi non ha niente in tasca e un sacco di motivi per cui lottare e per questo, per sopravvivere, sa di dover abbaiare forte e sbavare, senza mordere (quasi) mai veramente per continuare a muoversi. Cattivi si, ma in apparenza, dunque, Vittorio e Cesare, che nella Ostia che ritorna sbarcano a singhiozzo il lunario tra spaccio di pasticche e piccoli furti. Due amici stretti da un legame fortissimo e indissolubile, accomunati da un peso da portare sulle spalle più grande di loro e della loro maturazione. Per farci scendere in tale mondo - distante chilometri dal nostro - Caligari allora ha bisogno di una via diretta, secca, dove i filtri e la fiction fanno spazio alla realtà delle serate, dei dialoghi e dei problemi dei protagonisti, l'unico modo per replicare nella nostra bocca quel sapore di amaro e nella nostra testa quel sollievo che solo un ottimo allucinogeno scacciapensieri può dare.

Vittorio e Cesare infatti sono entrambi dei buoni, cercano una felicità piccola, misera come loro. Una felicità che ai loro occhi dista tanto quanto per qualcun altro dista quella assoluta, e quando hanno modo di raggiungerla, a gomitate e a brandelli, si rendono conto di come trattenerla sia mestiere ancor più complicato, con dei sacrifici direttamente proporzionali. Accelerare o decelerare, questo è il problema. Tentare il salto più lungo della gamba o decidere di camminare, a piccoli passi. Un dilemma su cui "Non Essere Cattivo" cuce la sua totale umanità, che usa per affezionarsi ai suoi delinquenti e con cui li accompagna verso la divisione delle loro strade e il loro destino.
Strade che per Caligari non sono per niente o giuste o sbagliate, al massimo l'una meno pericolosa dell'altra. Quindi male asfaltate, strette, trafficate e come se non bastasse perennemente comunicanti tra loro, come a non voler santificare una salvezza definitiva o finale.

Ci lascia col dubbio, insomma, senza certezze o rassicurazioni, come quando pensiamo a che effetto avrebbe avuto la sua pellicola se fosse stata girata e distribuita nel momento in cui avrebbe dovuto. Quel momento che adesso sembra non essere passato, fermatosi ad aspettare, ad attendere ciò che in cuor suo voleva.
Perché sarà pur vero che la negatività è ovunque, ma altresì è vero che la speranza c'è, nascosta, in minoranza, ma presente.

Trailer:

sabato 5 settembre 2015

TV Shows > Cinema: Is It True?


All'improvviso ne ho sentito il bisogno.
Si, di tornare ad utilizzare questo spazio come prima mi capitava più spesso. Parlando a ruota libera, senza vincoli o barriere. Magari sparando solo cavolate!

La spinta è arrivata ieri dopo aver goduto in due ore di due pilot meravigliosi targati Netflix, uno firmato dai fratelli Wachowski e l'altro dallo sconosciuto (almeno a me) sceneggiatore  Sam Esmail: sto parlando di "Sense8" e "Mr. Robot".
L'effetto post-visione è stato incredibile, sono rimasto conquistato, e mi sono ricordato immediatamente di quando questo tipo di sensazioni riuscivo a provarle al cinema, a fine proiezione. Negli ultimi due mesi, infatti, mi è capitato di vedere una dozzina di film tutti più o meno dimenticabili, alcuni meglio di altri è vero, ma nessuno in grado di squarciare la carne ed entrarmi dentro (e non prendiamoci in giro, il periodo estivo centra poco).
Così ieri quella doppia dose di adrenalina televisiva mi ha scosso, portandomi ad una riflessione inaspettate, a chiedermi, più che altro, come mai al cinema, non si faccia più tanta attenzione ad un certo tipo di qualità (e di idee) che invece per gli show televisivi, a quanto pare, è diventata necessaria (per la sopravvivenza degli stessi) e sempre più presente.

Inizialmente ho pensato fosse un problema di durata: un film in sala può durare al massimo tre ore e comunque la durata media solitamente è sempre di un paio. Una serie televisiva invece ha una durata media di dieci ore, quindi la possibilità di essere più lunghi può solo aiutare la narrazione, attraverso storie più elaborate e complete.
Eppure non mi sono convinto. Ho pensato immediatamente dopo: si, ma a volte le serie sono costrette ad annacquarsi per arrivare alle dieci puntate di media, a volte ci girano intorno, perciò non è vero che servano per forza dieci ore per scrivere qualcosa di fenomenale. E, continuando: e comunque il cinema non è sempre stato come adesso, ci sono dei capolavori che ancora fanno storia, è evidente che qui la questione è un'altra, non diciamo cavolate. Ma poi ho incalzato: inoltre nel cinema di oggi, dove remakesequel, prequel e franchise fanno da padrone, ti pare che non può esserci spazio per una saga che, anziché esaurirsi in due o tre ore, trascini il pubblico per anni? Lo ha fatto anche Peter Jackson! E con "Il Signore Degli Anelli" mi sembra che ci siamo cascati volentieri tutti, no?

E allora mi sono incartato. Ho cominciato a pensarci più a fondo, a chiedermi se il mio cervello potesse davvero rispondere correttamente ad un quesito che lui stesso mi aveva posto. Ma purtroppo, alla fine, sono riuscito a giungere ad una sola e unica conclusione. Una conclusione che però non mi è piaciuta affatto, una conclusione decadente.
Ma non è che il cinema oggi abbia raggiunto una considerazione assai meno importante della televisione? Della nuova televisione, quella compresa di internet? E se la risposta fosse "si", tra qualche anno, quando il divario aumenterà spropositatamente, cosa succederà?
Calcolando anche che sto scrivendo questo mentre alcuni colleghi sono a Venezia a non esaltarsi per il festival, e io a Roma, elettrizzato da quelle che potrebbero annunciarsi come due grandi(?) serie televisive...

La risposta la lascio ai posteri...e a voi, ovviamente, se ci tenete!

giovedì 3 settembre 2015

The Danish Girl - Trailer Ufficiale Italiano


Disponibile il trailer ufficiale, italiano di "The Danish Girl", il nuovo film del regista premio Oscar Tom Hooper, in concorso alla 72^ edizione del festival di Venezia, che vede come protagonisti l'altro premio Oscar, Eddie Redmayne, e la lanciatissima attrice Alicia Vikander.
Il film è previsto nelle sale italiane per febbrao 2016, di seguito le immagini.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):"The Danish Girl" è la commovente storia d’amore ispirata alle vite degli artisti Einar e Gerda Wegener (interpretati, rispettivamente, da Eddie Redmayne e Alicia Vikander), il cui lavoro e matrimonio sono travolti dalla scelta di Einar di intraprendere la pionieristica scelta di diventare la prima transessuale al mondo, Lili Elbe.

mercoledì 2 settembre 2015

Via Dalla Pazza Folla - La Recensione

Un romance con spruzzate di dramma.
Sintesi stretta e concisa di, "Via Dalla Pazza Folla", romanzo di fine ottocento composto dallo scrittore britannico Thomas Hardy e diretto, nel suo terzo adattamento cinematografico, da un altro Thomas, il danese Vintenberg, al quale spetta l'incarico di elevare al massimo la sceneggiatura concepita dall'altro scrittore britannico, David Nicholls.

Si tratta del tipico intreccio d'amore confinato agli usi e costumi dell'epoca: con la bella ed aspirante emancipata Bathsheba Everdene che rifiuta, nonostante la sua povertà (e un principio di interesse), la richiesta di matrimonio del proprietario terriero Gabriel Oak, il quale di li a breve, perde velocemente in una sola notte tutti quelli che erano i suoi averi. Stesso capovolgimento di fronte che capita, quasi in sincronia, anche a Bathsheba, quando viene a sapere di avere appena ereditato la fortuna dello zio, insieme alla sua enorme fattoria. Così Oak da potenziale marito si ritrova, in poco tempo, ad essere il dipendente tuttofare della donna che ama (o amava), mentre intanto altri uomini cominciano a farsi sotto, offrendosi a lei come papabili pretendenti amorosi.
In quella che palesemente è una trama avara di colpi di scena e di vivacità, Vintenberg però prova a metterci del suo portando atmosfera, colori e tepore, attraverso una fotografia e una regia affascinante, assai ben curata: abbondante di luci calde, panoramiche, inquadrature al tramonto e silhouette. Un'impronta valida e riconoscibile, utile sia ad identificare e a dare un senso al suo operato dietro la macchina da presa e sia per adornare una pellicola che, oltre a non essere propriamente nelle sue corde, deve soprattutto difendersi da una concatenazione di eventi, scanditi con il passo sbagliato e con carente sensibilità.

Solitamente ci troviamo spesso a rimproverare scelte produttive legate a durate eccessive, a sforbiciate mancate, mentre a quanto pare, "Via Dalla Pazza Folla", è uno di quei rari casi in cui il concedere qualche decina di minuti in più sarebbe servito ad esplicare con più chiarezza, alcuni cambiamenti e alcuni momenti, fondamentali nel romanzo, eppure malamente sottintesi in questo frangente. In una storia basata grandemente sui caratteri dei suoi protagonisti, è impensabile non dedicare almeno una scena ai mutamenti, che poi inevitabilmente influiscono sulle loro scelte e sui loro sviluppi. Invece dell'ammorbidimento di Bathsheba, per esempio, qui, non si ha praticamente traccia, come, peggio ancora, accade per lo squilibrio mentale, in crescendo, che colpisce il suo vicino (e pretendente) William Boldwood. Piccoli dettagli che se piazzati al posto giusto, non solo avrebbero reso più avvincente una trama di seconda mano, ma avrebbero inoltre reso la stessa meno ridicola e meno caotica di quanto, al contrario, così sembri.
Stando alla versione originale del romanzo di Hardy infatti, quella che nella pellicola di Vintenberg appare come una storiella risolvibile in circa quaranta minuti, allungata forzatamente e male, poteva reggere benissimo le (oltre) due ore e rivelarsi, chi lo sa, un onesto prodotto di riferimento a sfondo romantico. L'operato di Nicholls tuttavia vuole che ciò non accada, risultando superficiale e contribuendo ad annientare ogni tentativo e sforzo di ridare fibra al datato racconto.

Rimpiangiamo quindi quella che poteva essere una eventuale scrittura vinterberghiana della storia, consapevoli dei rischi che questo avrebbe potuto comportare, ma quantomeno certi di un copione che avrebbe avuto dalla sua un carattere risoluto e distinguibile.
Quello che nonostante Carey Mulligan e Michael Sheen, questo suo ultimo lavoro non ha per niente.

Trailer:

martedì 1 settembre 2015

Padri e Figlie - Trailer Ufficiale Italiano


Arriva il primo trailer ufficiale, italiano, di "Padri e Figlie", il ritorno di Gabriele Muccino carico di star hollwoodiane del calibro di Russel Crowe, Amanda Seyfried, Aaron Paul, Diane Kruger, Jane Fonda e Octavia Spencer. La pellicola uscirà in Italia il 1 ottobre.

Trailer Italiano Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Jake (Russell Crowe) e' un romanziere di successo (vincitore di un Pulitzer) rimasto vedovo in seguito a un grave incidente, che si trova a dover crescere da solo l'amatissima figlia Katie, a fare i conti con i sintomi di un serio disturbo mentale e con la sua altalenante ispirazione. 27 anni dopo, Katie e' una splendida ragazza che vive a New York: da anni lontana dal padre, combatte i demoni della sua infanzia tormentata e la sua incapacità di abbandonarsi ad una storia d'amore.