IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

martedì 31 ottobre 2017

C'Est La Vie - Trailer Italiano Ufficiale

C'Est La Vie Film 2017

Disponibile il trailer ufficiale italiano di "C'Est La Vie", il nuovo film di Eric Toledano e Olivier Nakache, con Jean-Pierre Bacri, Gilles Lellouche, Jean-Paul Rouve, Vincent Macaigne, Alban Ivanov, Eye Haidara, Suzanne Clément, Hélène Vincent e Benjamin Lavernhe, al cinema dal 30 Novembre

Trailer Italiano Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Nulla è più importante per due sposi del giorno del proprio matrimonio! Tutto deve essere semplicemente magico in ogni momento. E per organizzare la festa perfetta, Max ed il suo team sono i migliori in circolazione! Pierre ed Elena hanno deciso di sposarsi in un magnifico castello poco fuori Parigi e hanno scelto di affidarsi a loro per una serata meravigliosa. Seguiremo tutte le fasi, dall'organizzazione alla festa, attraverso gli occhi di quelli che lavorano per renderla speciale. Inutile dire che sarà una lunga giornata, ricca di sorprese, colpi di scena e grandi risate...Dopo il successo di Quasi Amici torna la coppia di registi più brillante del cinema francese con una commedia tutta da ridere!

Smetto Quando Voglio: Ad Honorem - Trailer Ufficiale

Smetto Quando Voglio: Ad Honorem Sibilia

Rilasciato il trailer ufficiale di "Smetto Quando Voglio: Ad Honorem", il terzo e ultimo capitolo della saga diretta da Sydney Sibilia, con Edoardo Leo, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Libero De Rienzo, Stefano Fresi, Lorenzo Lavia, Pietro Sermonti, Marco Bonini, Rosario Lisma, Giampaolo MorelliPeppe Barra, Greta Scarano, Luigi Lo Cascio, Valeria Solarino e Neri Marcorè, al cinema dal 30 Novembre.

Trailer Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
“Sopox è la formula del gas nervino. Ecco a cosa gli serviva un cromatografo. ‘Sto pazzo si è messo a sintetizzare del gas nervino”. Inizia così il capitolo finale della saga di Smetto Quando Voglio. Pietro Zinni (Edoardo Leo) è in carcere e con lui tutta la banda. Ma non possono rimanerci a lungo perché in giro c’è Walter Mercurio (Luigi Lo Cascio) che è pronto a fare una strage e solo le migliori menti in circolazione possono fermarlo. Ma chi è Walter Mercurio? Cosa nasconde? Qual è il suo piano?
La Banda si riunisce per l’ultima volta per affrontare il cattivo più cattivo di sempre. Ma non possono farcela da soli, stavolta avranno bisogno dell’aiuto del nemico storico, Murena (Neri Marcorè). Con lui dovranno evadere da Rebibbia per anticipare le mosse di Mercurio, cercando di capire come neutralizzare l’attacco che sta mettendo in piedi, un evento a cui parteciperanno centinaia di persone.

lunedì 30 ottobre 2017

La Casa Di Famiglia - Trailer Ufficiale

La Casa Di Famiglia Film Fornari

Uscirà in sala il prossimo 16 Novembre, "La Casa Di Famiglia", il film diretto da Augusto Fornari con Lino Guanciale, Matilde Gioli, Libero De Rienzo, Luigi Diberti, Stefano Fresi e Michele Venitucci. Qui sotto potete vedere le immagini del trailer ufficiale.

Trailer Ufficiale:

Sinossi (Ufficiale):
Alex (Lino Guanciale), i gemelli Oreste (Stefano Fresi) e Giacinto (Libero De Rienzo) e Fanny (Matilde Gioli) sono quattro fratelli cresciuti in ricchezza in una bella villa di famiglia in campagna. Non potrebbero però essere più diversi l’uno dall'altro. Per aiutare Alex, in grave difficoltà economica, decidono di ricorrere all'unica soluzione possibile: vendere la casa paterna. Nessuno di loro può tuttavia immaginare che, il giorno dopo la firma dal notaio, possa accadere l'impensabile: il padre Sergio (Luigi Diberti), in coma da molti anni, si risveglia. I dottori sono categorici: per una buona ripresa è fondamentale che torni alla sua vita quotidiana circondato dall'affetto dei figli, dai ricordi e dagli oggetti a lui più cari. E adesso? Ai quattro fratelli non resta che una sola cosa da fare: fingere che la villa non sia mai stata venduta e recuperare in gran fretta mobili, cimeli di famiglia e persino l'amato cane. Tutto questo tra momenti di nostalgia e incomprensioni, una badante russa sopra le righe (Nicoletta Romanoff), sorprese, equivoci, colpi di scena e gag esilaranti.

Wonder - Trailer Ufficiale Italiano

Wonder Film 2017

Presentato il trailer ufficiale italiano di "Wonder", il film diretto da Stephen Chbosky, con Julia Roberts, Jacob Tremblay, Owen Wilson, Mandy Patinkin, Ali Liebert e Daveed Diggs al cinema dal 28 Dicembre.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Il film racconta la coinvolgente storia di August Pullman, detto Auggie che, nato con una rara malattia, si trova ad affrontare il mondo della scuola per la prima volta. Come sarà accettato dai compagni e dagli insegnanti? Chi sarà suo amico? L’amore della sua meravigliosa famiglia, una grande dose di coraggio e la sua travolgente gentilezza lo aiuteranno a trovare il suo posto nel mondo e nel cuore dei compagni di scuola.

domenica 29 ottobre 2017

I, Tonya - La Recensione

I, Tonya RobbieCe lo dice subito Craig Gillespie: quello che andremo a vedere non vuole essere né un biopic, né tantomeno una ricostruzione fedele del caso Nancy Kerrigan. Il suo “I, Tonya” infatti, pur raccontando a grandi linee sia la vita che la caduta professionale della pattinatrice artistica su ghiaccio americana, Tonya Harding, in realtà, non è altro che una messa in scena, una farsa volta a prendersi poco sul serio, appunto, nella quale ogni ricostruzione è costretta a subire il carattere ambiguo e scanzonato delle interviste raccolte liberamente ai diretti interessati: interviste che, per questo, andrebbero assolutamente prese con le pinze.

La butta in caciara in sostanza Gillespie, una caciara divertente e ordinata, per carità, ma volta a privilegiare più la narrazione e il ritmo che l’autenticità degli eventi. Parte come un documentario allora “I, Tonya”, con la Harding, l'ex-marito e sua madre che, fatti accomodare, riferiscono la loro versione dei fatti a noi spettatori/giornalisti invisibili, tirando ognuno l’acqua al proprio mulino, ove necessario, e concedendo, poi, dei piccoli spazi a personaggi di secondo piano, comunque non sorvolabili se si vuole andare a vedere integralmente il contorto puzzle finale. Un escamotage che rende la pellicola, sostanzialmente, spassosa e sgangherata all’istante, abbassandone le premesse e alzandone di gran lunga il livello d’intrattenimento. Si comincia dall’infanzia, quindi, da una Tonya bambina - e con la passione già a mille per il pattinaggio artistico - accompagnata da una madre burbera, cinica e, a tratti, violenta che, con la stessa determinazione con cui comanda la figlia, impone alla malcapitata insegnante di turno di prenderla tra le sue (anagraficamente più grandi) allieve. E’ l’inizio del percorso che la porterà a migliorare, a sviluppare il suo enorme talento, senza modificare però il non affetto e la cattiveria della madre che, involontariamente, contribuisce si - come dice lei - a far esprimere al massimo la ragazzina nelle gare, ma anche a far nascere dentro di lei la consapevolezza di non meritare al proprio fianco una persona che gli voglia bene per davvero.

I, Tonya GillespieEcco, se si prende delle libertà, Gillespie, lo fa proprio sotto questo senso, perché, pur non sbilanciandosi per quanto riguarda il discorso di identificazione dei colpevoli e degli innocenti, non nasconde di voler tendere a Tonya una mano: rappresentandola come vittima di un contesto non scelto e che di certo non ha contribuito a rendergli facile il salvare sé stessa. Del suo declino - stando a quanto riportato - perciò lei è responsabile, ma in maniera minore, troppo debole e impreparata a scacciare via per sempre un uomo sbagliato che quasi poteva essere la versione maschile di chi l’ha cresciuta: un uomo che, come spesso accade, sapeva circondarsi di amici ancor più folli di lui che a loro volta facevano altrettanto.
Una disgrazia per lei, ma una manna per la pellicola, questa, che quando deve inscenare l’evento cardine - ovvero la rottura del ginocchio della rivale sportiva Kerrigan - quasi si fa prendere troppo la mano dal nosense arrivando a ricordare vagamente il cinema dei fratelli Coen, toccando probabilmente così le sue vette più alte, non tenute purtroppo vive fino in fondo, come - secondo chi scrive - avrebbe fatto meglio a fare (ma sin dall'inizio).

Perché in questo troppo gigioneggiare, esagerare e andare fuori dalle righe, la sensazione è che non si riesca ad amalgamare sobriamente tutto il composto, perdendo l'occasione di concedere al film un valore più solido e persistente del classico mockumentary spiritoso che punta a sorprendere e a strizzare l'occhio.
Che poi “I, Tonya”, va detto, sorprende lo stesso, e non solo per una Margot Robbie mai così brava e in parte. Sorprende perché riesce a delineare nello squilibrio generale tutti i suoi protagonisti, perché sa giocare con la macchina da presa, le musiche e gli stacchi di montaggio e, infine, perché nonostante non sia la sua priorità, non perde occasione per tirare frecciate a un’America che, forse, nell’ultimo periodo si è tramutata in bersaglio facile e preferito per molti.

Trailer:

sabato 28 ottobre 2017

Last Flag Flying - La Recensione

L'unico modo in cui “Last Flying Flag” possa essere sequel de “L’Ultima Corvè” - narrativamente parlando, s'intende - è con un pizzico di fantasia. Perché i tre ex-soldati del Vietnam raccontanti da Richard Linklater, pur non essendo, sostanzialmente, gli stessi sotto-ufficiali della marina e il marinaio, protagonisti del film di Hal Ashby, ne sono comunque un'evoluzione naturale piuttosto credibile: simili sia per quanto riguarda l'etnia - due bianchi e un nero - e sia per esperienze e parabole di vita.

Del resto non è poi così importante che a tornare, a distanza di trent’anni da quel 1970, fossero per forza gli stessi e identici personaggi, le stesse e identiche storie e gli stessi e identici attori; non lo è, in particolare, se lo scopo prefisso è quello di mettere i fari non su di loro, ma come al solito sull’America: un paese che nonostante il tempo che passa e nonostante gli accadimenti - come ultimamente ha ribadito anche Scott Cooper in "Hostiles" - sembra (voler) essere destinato a rimanere sempre e comunque, ostinatamente, uguale a sé stesso. A dimostrarlo nella sua essenza più totale è il meraviglioso viaggio on-the-road fatto, ad un certo punto, da Bryan Cranston, Laurence Fishburne e Steve Carell, riuniti da quest'ultimo dopo essersi persi di vista per tre decenni, a causa di un brutto lutto che i tre - non con qualche difficoltà e attrito - alla fine decideranno di affrontare, condividere ed elaborare insieme. E questo non solo perché umanamente è ciò che di più normale si potrebbe compiere, ma perché tra i tre esistono anche dei conti in sospeso e delle colpe da sciogliere che, in qualche modo e senza successo, ognuno ha provato a mettere sotto il tappeto o a espiare, senza però riuscire a dissolverle concretamente, ristabilendo il sereno nella propria esistenza.

Last Flag Flying LinklaterIl denominatore comune a questo punto diventa la guerra, una guerra che oggi (siamo nel 2003), rispetto a ieri, ha cambiato campo di battaglia, spostandosi a Baghdad, mantenendo tuttavia invariate determinate esaltazioni: quelle - per esempio - che pretendono, a prescindere dalla dinamica della morte, che chi non sopravvive al conflitto abbia diritto di essere seppellito, in patria, col privilegio di una storiella avvincente e di un'etichetta da eroe. Un contentino che, ovviamente, fa più bene allo spirito e al morale del paese che ai diretti interessati e che Linklater utilizza per allungare i binari della storia verso un percorso che porterà i suoi giganteschi protagonisti (su tutti un Cranston che torna mattatore assoluto) a prendere di petto quanto lasciato alle spalle - a causa del cazzeggio e dell’immaturità della giovinezza - per sistemarlo una volta per tutte e come si deve: scoperchiando così l’ennesimo altarino di una Madre mai stata realmente pura e integra nel suo animo come i suoi stessi figli, forse, immaginavano e avrebbero voluto.

Un colpo di frusta bruciante ed intenso che "Last Flag Flying" prima di tendere decide di procrastinare, infilando ogni tassello della sua sceneggiatura al posto giusto e concedendo allo spettatore grosse risate di gusto attraverso i vari siparietti travolgenti seminati lungo la strada: quelli che, alla fine della fiera, riescono a rendere dolce-amara una pellicola condita da straordinaria sensibilità e schiettezza e da una retorica che, finalmente, riesce ad essere impiegata in maniera positiva e con l'intelligenza di chi sa perfettamente come esaltare la profondità evocata, senza scadere nell'irritazione.

Trailer:

venerdì 27 ottobre 2017

Stronger - Trailer Ufficiale Italiano

Stronger Poster Green

Disponibile il trailer italiano ufficiale di "Stronger", il film diretto da David Gordon Green, scritto da John Pollono, con Jake Gyllenhaal, Tatiana Maslany, Miranda Richardson, Clancy Brown e Lenny Clarke, prossimamente al cinema.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Stronger è l’appassionante storia di Jeff Bauman, un uomo comune divenuto un simbolo di speranza e di forza non solo per Boston ma per il mondo intero. È il racconto intimo e personale di un viaggio eroico che Jeff ha compiuto, un viaggio che ha messo alla prova i legami familiari, ha stimolato l’orgoglio ed il senso di appartenenza ad una comunità e ha fatto emergere in lui quella forza interiore nascosta che permette a tutti noi di superare anche le sfide più dure che la vita ci presenta.

Detroit - La Recensione

Detroit Poster Film
Sulle prime da’ l’impressione di voler essere un documentario, “Detroit”, una ricostruzione piuttosto fedele di quei raid che, nel 1967, portarono scompiglio e distruzione all’interno della città degli States, a causa della rivolta degli afro-americani che accusavano la polizia locale di non rispettare i loro diritti civili. Questo perché il film di Kathryn Bigelow si apre, si, con una scena di finzione, ambientata all’interno del locale dove tutto ebbe inizio, ma poi comincia ad inserire immagini e filmati di repertorio, alternandoli ad altri, ricostruiti, mischiando un tantino le carte su quale sia il vero punto d’interesse e obiettivo drammatico.
Risposta che arriverà, puntuale, dopo circa un’ora.

Serve questo, grossomodo, per entrare con tutta la testa in una storia dalla quale poi si uscirà a fatica, per cominciare a incanalare rabbia, tensione, e sentirsi a metà tra chi è incollato alla poltrona, consapevole di ciò che sta facendo, e chi vorrebbe saltare al collo di quegli agenti di polizia che, nel famoso Motel Algiers, diedero espressione massima del loro razzismo e del loro abuso di potere. Un episodio che ancora oggi rimane vagamente impunito e colmo di ombre, ricostruito dalla Bigelow secondo testimonianze e documentazioni (attendibili) raccolte, ma che allo stesso tempo è doveroso catalogare come romanzato: poiché ufficialmente e giuridicamente, mai castigato davvero. Certo è che se la giustizia ha preferito non fare chiarezza, ammorbidire la situazione, o valutare i fatti secondo un certo tipo di dinamiche (e a dircelo è il film stesso), guardando lo schermo tutto appare assai più evidente e nitido, palese, praticamente uno schieramento netto che la regista, è probabile, abbia sentito quasi il dovere morale di fare, una volta eseguite le sue ricerche e valutati gli indizi.
Una condizione che mette ancora più in difficoltà lo spettatore, perché una volta appurato l’effettivo stato delle cose, la libertà artistica presa in prestito e le altre informazioni ricevute, diventa davvero difficile instradare senza riserve tutta la collera accumulata nel corso della visione.

Detroit 2017Che poi la Bigelow è brava (furba?), capace, sa qual è il modo migliore per abbattere la quarta parete e far sentire lo spettatore dentro la vicenda. Non a caso mano mano che ci si avvicina al momento fondamentale la sua regia cambia, le distanze si accorciano, la camera a mano diventa protagonista e, con lei, quei primi piani che mostrano senza filtri i volti (e gli sguardi) esaltati dei tre poliziotti fuori di testa e quelli impauriti dei neri messi faccia al muro e costretti a partecipare ad un gioco al massacro, tipico dei sadici, scatenato peraltro da uno stupido scherzo figlio di una serata di svago, ma anche del periodo. Uno spettacolo folle, assurdo e disumano che però consente a “Detroit” di consolidare il suo enorme valore, di mettere su quei muscoli che gli servivano per cominciare a muoversi e con i quali, poi, riesce a colpire e a fare male, a provocare lividi, entrando sottopelle e restandoci, come minimo, per qualche giorno.

L'ennesimo esempio di un cinema che vorrebbe costringerci a fare i conti con il passato, con eventi che avremmo dovuto metterci alle spalle, ma che a quanto pare, come fantasmi, tornano a tormentarci e a dirci che, forse, hanno un conto in sospeso e irrisolto su questa terra.
Perché ormai si sta facendo regolare e molto chiara, visti i tempi, la tendenza a riportare a galla problemi che, stando alla Storia, davamo per risolti, ma che invece sono stati sempre qui, immobili, accanto a noi spettatori (e esseri umani) distratti.

Trailer:

giovedì 26 ottobre 2017

Hostiles - La Recensione

Hostiles Poster CooperCi sono gli Indiani buoni e poi ci sono gli Indiani cattivi, i Comanche: quelli che reagiscono all'invasione americana attaccando senza filtri ogni oppressore e uccidendolo (con scalpo) semmai quest'ultimo dovesse decidere di opporre resistenza. Dall'altra parte poi c'è Christian Bale, un capitano dell'esercito a stelle e strisce per il quale non esiste alcun tipo di distinzione: ogni Indiano per lui è (potenzialmente) ostile e pertanto va ucciso o, al limite, arrestato. Uno schema semplice, lineare, il suo, che però lo manda in tilt non appena il suo superiore gli impone - tirando dentro anche il Presidente - di scortare vivo un importante capo-tribù e la sua famiglia fino a delle terre che gli appartengono. Incarico che, pena la corte marziale, non può assolutamente permettersi di rifiutare.

Gli ingredienti del western, come avrete capito, ci sono tutti allora in "Hostiles", manca la figura pura del cowboy, forse, ma visto il discorso che vuole imbastire il regista Scott Cooper, è anche giusto che sia così. Siamo nel 1892 infatti, eppure la violenza espressa, la voglia d'integrazione e la tendenza a farsi la guerra per prendere con la forza ciò che si vuole è la medesima che ci capita di veder ostentata oggi: un concetto neppure troppo nascosto, se vogliamo, rimarcato attraverso una frase d'apertura che, appunto, ci informa di un'America Storicamente granitica e testarda nell'animo, incline a non abbassare la testa di fronte a nessuno. Perché, sebbene la scena d’apertura sembri voler suggerire tutto il contrario - non lesinando minimamente sotto l’aspetto della brutalità e del cinismo - non sono gli indiani che estirpano la famiglia di Rosamund Pike, in realtà, i veri cattivi della storia, i mostri da abbattere e da cui stare alla larga: un concetto che la stessa donna, dopo aver elaborato il suo lutto a colpi di pistola su di un cadavere, comincerà a comprendere in prima persona esplorando il potere della tolleranza.

Questo perché non ci sono (e non servono) eroi nella pellicola di Cooper, ma solo vittime e assassini. Uomini (e donne) che, volontariamente o meno, per lavoro (come ripete più volte Bale per giustificarsi) o per sfortuna, hanno dovuto mettere da parte la loro umanità e cominciare ad agire istintivamente, secondo le regole del momento. Quelle regole che vengono riscritte totalmente nel momento del viaggio, della convivenza forzata con lo sconosciuto, che fornisce i pezzi per andare a mettere un po' d'ordine e soprattutto per intuire dove (e da chi) sono stati commessi gli errori. Una presa di coscienza che aiuta "Hostiles a compiere quel mea culpa che andava cercando, a costruire quel messaggio di comunità e di rispetto verso l'altro con il quale all'improvviso si fa attuale, moderno, mostrando la via migliore verso la soluzione definitiva e con essa il tortuoso tragitto - fatto di fosse e di dolore - da valicare per poterci arrivare.

Di fronte a tale evidenza e a tale logica non può nulla nemmeno la durezza di un Bale che, in principio, forniva zero speranze in quanto a sfumature; un Bale incapace di lasciarsi trasportare dalle emozioni, di poche parole; un Bale che per Cooper rappresenta un po' quell'America testarda e granitica sbandierata nelle premesse. Un'America, però, che nel suo film, perlomeno, ha l'intelligenza rara di svestirsi dell'armatura, alleggerendosi quanto basta.

Trailer:

mercoledì 25 ottobre 2017

Bad Moms 2: Mamme Molto Più Cattive - Trailer Ufficiale Italiano

Bad Moms 2 Kunis Film

Trailer ufficiale italiano per "Bad Moms 2: Mamme Molto Più Cattive", il sequel del film datato 2016, diretto da Jon Lucas e Scott Moore, con Mila Kunis, Kristen Bell, Kathryn Hahn, Jay Hernandez, Cheryl Hines, Peter Gallagher, Justin Hartley, Christine Baranski e Susan Sarandon, al cinema dal 6 Dicembre.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Natale è il periodo più bello dell’anno… se non sei una mamma! Impacchettare, decorare, cucinare. C’è qualcosa di più stressante? Sì: la visita a sorpresa di tua madre, che arriva per ricordarti quanto non sei all’altezza. Perché si sa che dietro ogni mamma cattiva, ci sono delle mamme ancora più cattive. Amy, Kiki e Carla sono tornate e sono pronte a tutto per salvare il loro Natale. E allora tra Babbi Natale spogliarellisti, party sfrenati e sbronze, la guerra tra mamme sta per iniziare. Senza esclusione di colpi. No, a Natale non sono tutti più buoni.

Il Filo Nascosto - Trailer Ufficiale Italiano

Il Filo Nascosto Poster Lewis

Sbarca finalmente online il trailer italiano ufficiale de "Il Filo Nascosto", il nuovo film di Paul Thomas Anderson, con Daniel Day-Lewis, Lesley Manville e Vicky Krieps al cinema in Italia dal 22 Febbraio.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Ambientato nella fascinosa Londra del dopo guerra negli anni ’50, il rinomato sarto Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis) e sua sorella Cyril (Lesley Manville) sono al centro della moda britannica, realizzando i vestiti per la famiglia reale, star del cinema, ereditiere, debuttanti e dame sempre con lo stile distinto della casa di Woodcock.
Le donne entrano ed escono nella vita di Woodcock, dando ispirazione e compagnia allo scapolo incallito, fino a quando non incontra una giovane e volitiva donna, Alma (Vicky Krieps), che presto diventa parte della sua vita come musa ed amante. La sua vita attentamente “cucita su misura”, una volta così ben controllata e pianificata, viene ora stravolta dall’amore.

martedì 24 ottobre 2017

American Assassin - Trailer Ufficiale Italiano

American Assassin Film Cuesta

Disponibile il trailer ufficiale italiano di "American Assassin", il film di Michael Cuesta, con Dylan O'Brien, Michael Keaton, Sanaa Lathan, Shiva Negar e Taylor Kitsch, al cinema dal 23 Novembre.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Lo studente universitario Mitch Rapp (Dylan O’Brien) è un giovane e promettente atleta. Quando la fidanzata perde la vita durante un attacco terroristico Mitch, sconvolto, decide che il suo unico scopo sarà vendicarsi. Assoldato prima clandestinamente e poi ufficialmente, inizia un duro allenamento in una sezione speciale della CIA per portare a termine il suo sanguinoso progetto sottoponendosi per mesi a incredibili sforzi fisici e dure prove psicologiche. Fino al giorno in cui il veterano della Guerra Fredda Stan Hurley (Michael Keaton) lo arruola per un'operazione segreta, con l'obiettivo di indagare su una serie di attacchi previsti in Medio Oriente. Il giovane Mitch, ossessionato dal rancore e dal desiderio di vendetta, accetta il pericoloso incarico e sulle tracce di un agente turco entra nella più grande polveriera d'Europa.

venerdì 20 ottobre 2017

Universal Classic Monsters - L'Universo Più Antico E Intramontabile Del Cinema Horror

Universal Classic Monsters Collezione

Prima che il cinema recente venisse inondato da universi speciali, super-eroistici e alieni, a comandare come mondo parallelo c’era sopra di tutti quello popolato dai mostri della Universal. Dracula di Tod Browning, Frankenstein, La Moglie di Frankenstein e L'Uomo Invisibile di James Whale, L'Uomo Lupo di George Waggner, La Mummia di Karl Freund e Il Mostro della Laguna Nera di Jack Arnold.
Tutti film a sé stanti, legati tra loro da un filo invisibile, reso poi finalmente palese tramite le recenti "necessità" di home video e di marchio.

Già, perché il cofanetto “Universal Classic Monsters” è alla sua seconda ristampa oggi, con tutti i sette film contenuti all'interno, ad eccezione dell'ottavo - “Il Fantasma Dell’Opera” di Arthur Lubin - che era presente solo nella prima e ora quasi introvabile release. Una seconda opportunità, tuttavia, questa, per rispolverare in alta definizione dei cult intramontabili che, a loro modo, hanno saputo fare la Storia di un certo genere cinema, cambiandolo e alzandone anche l’asticella: in gran parte attraverso un make-up dedicato agli attori definito, per l’appunto, rivoluzionario.
Personaggi indimenticabili, iconici, che la Universal ha tentato infatti negli ultimi mesi anche di resuscitare reintegrandoli nella nostra epoca. Un progetto partito a giugno con “La Mummiadi-Tom-Cruise che però sembra ancora avere futuro in fase di valutazione a causa di un decollo leggermente tentennante.

E’ probabile infatti che l’attaccamento e l’affetto nei confronti di un cinema passato come quello contenente nello “Universal Classic Monsters: La Collezione Completa” sia per il pubblico assai più importante e definitivo di ciò che Hollywood abbia creduto. Del resto è impossibile dimenticare le pagine dell'horror che hanno saputo scrivere attori del calibro di Bela Lugosi, Boris Karloff, Lon Chaney Jr. e Claude Rains. In un tempo, magari, dove anche il cinema mirava a non essere solo spettacolo ed esplosioni.

Universal Classic Monsters Collezione

Il Blu-Ray Disc, in edizione italiana, prevede le seguenti specifiche tecniche:
Dischi: 7
Formato Video: 1,33:1
Tracce Audio: 2.0 DTS: Italiano, Francese, Spagnolo, Tedesco - 2.0 DTS HD: Inglese
Sottotitoli: Italiano, Inglese Non Udenti, Francese, Tedesco, Spagnolo, Giapponese, Danese, Finlandese, Norvegese, Svedese
Durata: 118 minuti ca.
Confezione: Cofanetto
Produttore: Universal
Distributore Home Video: Universal
Data di Uscita: 4 Ottobre 2017
Contenuti Speciali: 100 Anni Universal: Il Restauro Dei Classici, L'Ora Di Carl Loemmle, Lo Studio, Trailers, Commenti Audio - Dracula: Il Restauro, Il Cammino Di Dracula, Lugosi Il Principe Oscuro, Colonna Sonora Di Philip Glass Eseguita Dal Kronos Quartet - Frankenstein: Dossier, Karloff Il Mostro Gentile, Universal Horror, Gli Archivi, Boo! Un Cortometraggio - La Mummia: Mummia Cara, La Vita E L'Arte Di Jack Pierce, L'Eredità, Gli Archivi - L'Uomo Invisibile: Svelato Il Mistero, Personaggi Indimenticabili - La Moglie Di Frankenstein: E' Viva!, La Realizzazione Del Film, Archivio - L'Uomo Lupo: Il Mostro Al Chiaro Di Luna, Da Antica Maledizione A Mito Moderno, La Vita E L'Eredità Di Lon Chaney Jr. - Il Mostro Della Laguna Nera: Ritorno Alla Laguna Nera, Foto Di Produzione

Thor: Ragnarok - La Recensione

Thor: Ragnarok Waititi
Ragnarok è la maledizione: quella che dovrebbe abbattersi su Asgard portandola fino alla sua distruzione.
Nella finzione ad impersonare tale condanna è la Hela di Cate Blanchett: sorella-primogenita di Thor, esiliata da Odino, con il quale ha combattuto fianco a fianco per conquistare quel regno, poi governato dal padre, che lei avrebbe voluto ampliare ulteriormente rinunciando alla pace e procedendo alla guerra.
Nella realtà, tuttavia, la maledizione di “Thor: Ragnarok” sembra quasi essere rappresentata più dal regista Taika Waititi: non proprio a suo agio nel muoversi in un universo così agitato ed immenso come quello Marvel, al punto da somigliare, paradossalmente, al Bruce Banner del film nel preciso istante in cui smette di essere Hulk.

Diventare verde, forse, poteva fargli comodo allora, magari per far sentire la sua voce o al limite per giustificare una fuga che avrebbe potuto essere salvifica per tutti. Fa un passo indietro infatti il franchise di Thor con questo terzo capitolo, allo stesso modo di come il cinema di Waititi non fa alcun passo in avanti, anzi. La linea comica, la commedia che si voleva imprimere alla saga, viene strozzata dal solito spettacolo roboante e strabordante sparato in faccia come aria compressa (per dirla come direbbero I Cani), un’ondata che, di fatto, va ad occupare uno spazio troppo grande rispetto alle vere necessità, schiacciando i toni leggeri, le opportunità e le inclinazioni di un regista che a questo punto non può che risultare inadeguato rispetto alla meta da raggiungere. Che poi, in un certo senso, inizialmente si era partiti con il piede giusto, con quell'ironia in primo piano, stile “Guardiani Della Galassia”, accompagnata da una musica rock coinvolgente, che lasciava presagire a un divertimento sottile e sfrenato, idoneo a stuzzicarci tra le risate e le comodità della poltrona. Uno scenario che cambia totalmente nel momento in cui fa capolino la villain della Blanchett, che stavolta - e non per colpa sua - anziché rappresentare un valore aggiunto al contesto, si tramuta nel suo esatto contrario.

Thor: Ragnarok WaititiCon la medesima rapacità con la quale il suo personaggio uccide e conquista, Hela toglie a “Thor: Ragnarok” la voglia di non prendersi sul serio, lo appesantisce, levandogli la brillantezza che stava provando a ostentare mentre ingranava a poco a poco verso la marcia migliore. Attraverso lei Chris Hemsworth è costretto a togliersi dalla faccia quell'aria sicura da “ci penso io, state tranquilli”, a separarsi (perlomeno in gran parte) da Tom Hiddleston e dai bei duetti che avevano cominciato a tessere, a rinunciare al fedele martello che disarma lui, ma ancor di più disarma simbolicamente l’intera pellicola. Perché poi anche se di cose ne succedono - e in termini di evoluzione di storia e personaggi ne succedono parecchie - si perde di elasticità e di misura, di interesse, rinunciando a quell'originalità e a quell'estro promessi e non mantenuti, che neppure la parentesi gladiatoresca con Thor e Hulk che se le danno di santa ragione, davanti a un Jeff Goldblum dittatore eccentrico, è in grado di ripagare.

Sarà stato l’influsso negativo di Ragnarok; sarà - come recentemente ha dichiarato David Fincher - che la libertà creativa non fa rima coi registi che accettano di lavorare coi Marvel Studio (o gli studios-tutti); però la certezza è che nel binomio Waititi/Thor qualcosa non ha funzionato. Questo sebbene per un attimo c’era stata l’impressione di un meccanismo destinato a filare a dovere, un meccanismo nel quale all'improvviso, malauguratamente, qualcosa, probabile, abbia fatto irruzione, inceppando tutto. Inesorabilmente e con rimpianto.

Trailer:

mercoledì 18 ottobre 2017

[EXTRA - TEATRO] Aggiungi Un Posto A Tavola - Gianluca Guidi Torna Nei Panni Che Furono Di Suo Padre

Aggiungi Un Posto A Tavole Guidi

Quarantatré anni fa “Aggiungi Un Posto A Tavola” debuttava per la prima volta a teatro, era il 1973 e l’impatto stratosferico che lo spettacolo ebbe sul pubblico gli permise di restare in scena per una durata record di sei mesi.
Numeri da spavento, numeri che oggi (ci) sembrano impossibili, numeri che hanno consentito alla commedia musicale scritta da Pietro Garinei e Sandro Giovannini di diventare marchio teatrale indelebile e immortale, proposto e riproposto negli anni, seppur nei suoi fisiologici cambiamenti di cast e compagnie.

Aveva cominciato Johnny Dorelli, all'epoca - accompagnato da Paolo Panelli, Bice Valori, Ugo Maria Morosi, Daniela Goggi, Christy, Carlo Piantadosi e Renato Turi - inconsapevole ancora del cerchio che sarebbe andato a creare e che, negli anni, ha allargato la sua circonferenza fino a chiudersi, forse, solo nel 2009, quando Gianluca Guidi, figlio di Dorelli, decise di ereditare il ruolo di suo padre vestendo per la prima volta i panni del protagonista Don Silvestro. Panni che a quanto pare deve aver trovato piuttosto comodi, familiari, tanto da decidere adesso di volerli indossarli nuovamente, nell'ennesima riproposizione di un classico che proprio da dove aveva iniziato il suo cammino - e quindi da Roma - ha deciso di ripartire.
A cambiare allora è solo la cornice, che stavolta spetta al palcoscenico del Teatro Brancaccio, con una storia che dall'alto del suo successo cerca di rimanere il più possibile fedele a sé stessa. Troviamo perciò Don Silvestro sempre alle prese con la giovane Clementina che si ostina a fargli la corte, mentre Dio, nel frattempo, lo sceglie tra i tanti parroci a suo disposizione, anticipandogli di un secondo Diluvio Universale che si scaglierà sul nostro mondo entro tre giorni. A lui il compito dunque di costruire un'arca per salvare gli abitanti del suo paesino di montagna, sebbene prima dovrà cercare di convincerli che a parlare e a chiedergli di fare questo sforzo, non è esattamente un povero pazzo.

Uno spettacolo per tutti, insomma, soprattutto per le famiglie; un musical che per due ore e quaranta minuti si affida al suo canovaccio rodato e popolare per unire, divertire ed emozionare. Questo sebbene gli anni sulle sue spalle comincino a farsi sentire e a far scricchiolare le colonne portanti di una storia che sotto alcuni punti di vista, forse, necessiterebbe di alcuni cambiamenti e di un pizzico di coraggio in più: quello che in questa versione si intravede per un attimo, salvo poi dissolversi nell'acqua, come un'aspirina effervescente (magari si sarebbe potuto rinunciare a qualche pezzo musicale di troppo e privilegiare maggiormente trama e personaggi).
La sensazione è che, così com'è, "Aggiungi Un Posto A Tavola" sia destinato a rimanere un titolo di riferimento per la Storia teatrale, ma solo per chi non ha mai avuto la possibilità di vederlo o per chi lo ha fatto a suo tempo e ne è rimasto innamorato. Questo perché quando c'è di mezzo la religione - e lo sappiamo un po' tutti ormai - di tanto in tanto è necessario rimboccarsi le maniche e concedersi a una modernizzazione generale. Altrimenti, il rischio, è quello di risultare anacronistici e poco credibili.

Per maggiori informazioni sullo spettacolo, date, orari e biglietti, potete consultare la pagina dedicata sul sito del Teatro Brancaccio di Roma: https://www.teatrobrancaccio.it/stagione-teatrale/stagione-2017-2018/aggiungi-un-posto-a-tavola.html

martedì 17 ottobre 2017

The Place - Trailer Ufficiale

The Place Poster Film

A pochi giorni dal rilascio del teaser, ecco arrivare online anche il trailer di "The Place", il nuovo film di Paolo Genovese, con Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Alba Rohrwacher, Vittoria Puccini, Rocco Papaleo, Silvio Muccino, Silvia D'Amico, Vinicio Marchioni, Alessandro Borghi, Sabrina Ferilli e Giulia Lazzarini, dal 9 Novembre al cinema.

Trailer Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Cosa saresti disposto a fare per ottenere ciò che vuoi?
Un misterioso uomo siede sempre allo stesso tavolo di un ristorante, pronto a esaudire i più grandi desideri di otto visitatori, in cambio di compiti da svolgere. Quanto saranno disposti a spingersi oltre i protagonisti per realizzare i loro desideri?

lunedì 16 ottobre 2017

Black Panther - Trailer Ufficiale Italiano

Black Panther Marvel Poster

Rilasciato il primo trailer ufficiale italiano di "Black Panther", il nuovo film Marvel diretto da Ryan Coogler, con Chadwick Boseman, Michael B. Jordan, Lupita Nyong’o, Danai Gurira, Martin Freeman, Daniel Kaluuya, Angela Bassett, Forest Whitaker e Andy Serkis, al cinema dal 14 Febbraio 2018.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Il film, ambientato dopo gli eventi raccontati in Captain America: Civil War, vede T’Challa tornare nell'isolata e tecnologicamente avanzata nazione africana di Wakanda dopo la morte di suo padre, il re di Wakanda, per succedergli al trono e prendere il suo posto come legittimo re. Ma quando un vecchio e potente nemico farà ritorno, il suo ruolo come sovrano e la sua identità come Black Panther verranno messe alla prova e T’Challa sarà trascinato in un tremendo conflitto che metterà a rischio il destino di Wakanda e di tutto il mondo. Costretto ad affrontare tradimenti e pericoli, il giovane re dovrà radunare i suoi alleati e scatenare tutto il potere di Black Panther per sconfiggere i suoi nemici, mantenere Wakanda al sicuro e preservare lo stile di vita del suo popolo.

domenica 15 ottobre 2017

La Battaglia Dei Sessi - La Recensione

La Battaglia Dei Sessi Film
La battaglia di cui parla il titolo - quella giocata sul campo dalla tennista femminista Billie Jean King e il porco maschilista (così amava farsi chiamare) Bobby Riggs - nel film di Jonathan Dayton e Valerie Faris, occupa solo l'ultima quarantina di minuti. Quaranta minuti di cui una quindicina scarsi appartenenti alla campagna pubblicitaria, alle schermaglie e al montaggio alternato di una preparazione che se da una parte - quella più coinvolta - vedeva un impegno e uno stress non di poco conto, dall'altra aveva preso la piega di uno show televisivo acchiappa ascolti, festini e merchandising.

Questo perché nel film di Dayton e Faris, quello che fu uno degli incontri sportivi di tennis tra i più leggendari di sempre, vuole essere, in realtà, uno specchietto per le allodole utile a fornire l'assist perfetto per raccontare (e far conoscere) al meglio la personalità e l'avanguardia di una donna che è stata pedina fondamentale nella lotta in favore dell'uguaglianza di genere: una delle più importanti e controverse, ancora oggi argomento delicato e costantemente in discussione. Non sorprende allora che sia la King impersonata da un’equilibrata (e leggermente imbruttita) Emma Stone a essere sempre in punto di battuta in "La Battaglia Dei Sessi", che a Steve Carell tocchi il compito più semplice di stemperare, diffondendo la sua verve comica in quei sprazzi in cui l'intimo femminile e femminista, su cui sono puntati i fari, ne approfitta leggermente per recuperare energie e non appesantire i toni. Ci troviamo infatti in un'epoca - gli anni '70 - dove il maschilismo regna e la donna tolta dalle mura di casa e dalla cucina è vista un po' come minaccia e un po' come inappropriata, biologicamente incapace di affrontare il medesimo mondo governato a petto in fuori dalla sua rispettiva, e muscolarmente superiore, controparte, che non perde tempo a ricordarglielo a suon di scherno e umiliazioni. Un capriccio che si riversa, in maniera fisiologica, anche nello sport, nello specifico in un tennis che paga le atlete con un ottavo dei compensi che riserva al sesso opposto, sebbene, stando ai numeri, non esista alcuna variazione tra le parti in termini di incasso, di pubblico e quindi di spettacolo.

La Battaglia Dei Sessi Emma StoneEccola la goccia che fece traboccare il vaso, quella che spinse la King a sfidare l'associazione dei tennisti professionisti in una guerra a colpi di sponsor e tornei concomitanti che rapidamente ingrossò il suo significato politico, raggiungendo anche chi con il tennis centrava poco o addirittura niente. Un movimento che sollecitò donne, omosessuali e, con loro, una piccola forbice di uomini, attirando le attenzioni di stampa e televisioni, insieme agli inguaribili pruriti da scommettitore di un Riggs, ormai ritiratosi dal professionismo, ma annoiato dalla vita d'ufficio tanto da vedere all'interno della situazione una scappatoia sia per alzare ottime cifre e sia per andare a nutrire il suo ostentato machismo. In pochi erano a conoscenza, del resto, che tutto ciò per la King era più di un onesto capriccio, in pochi sapevano della sua omosessualità, accarezzata dalla pellicola con grandissima sensibilità e cautela, in quelle scene in cui la Stone e Andrea Riseborough con dolcezza prima si incontrano e poi si percepiscono: consce entrambe che quello che stavano oltrepassando era uno step, si, della stessa battaglia, ma troppo prematuro e rischioso per il momento.

Perché quello raccontato da "La Battaglia Dei Sessi" è l'incipit, o comunque un tassello prezioso, di un qualcosa di gigantesco, di Storico, legittimo; uno di quei piccoli passi che contribuiscono - o dovrebbero farlo, in teoria - a rendere grande l'umanità, a estendere l'uguaglianza, a integrare ogni minoranza: avvicinandoci ulteriormente a quella libertà di cui parla Alan Cumming alla fine del film, che a quanto pare continua a tardare di volta in volta - anche rispetto alle previsioni, forse - il suo compimento.
Un compimento che invece riesce benissimo a Dayton e Faris, a giudicare la stoffa della commedia con cui hanno deciso di vestire il loro film, la retorica da cui si son fatti bagnare appena, appena (e sono nel finale), prendendola a racchettate nelle situazioni più difficili, e il cast azzeccatissimo al quale andrebbe fatto esclusivamente uno scrosciante applauso.

Trailer:

giovedì 12 ottobre 2017

It - La Recensione

IT Poster Muschietti
Partiamo da un presupposto: secondo chi scrive, “It”, è il capolavoro letterario di Stephen King.
Un’opera gigantesca, intensa e così profonda da non poter continuare ad avere come riferimento cinematografico, o televisivo che sia, la famosa mini-serie anni ’90 con Tim Curry che - al di là delle vittime che fece all'epoca e che ancora oggi non perdono occasione per ricordare quanto la loro infanzia sia stata terrorizzata fortemente da quel pagliaccio – quasi per niente era stata capace di restituire agli spettatori le stesse emozioni e gli stessi brividi contenuti in quel blocco di carta, dalle oltre mille pagine, che solo chi era stato in grado di affrontare poteva capire.

Nessuna sorpresa, dunque, se la notizia di questo nuovo adattamento era stata accolta con innaturale clamore e piacere, con l’entusiasmo anomalo di chi sapeva che da quel romanzo si poteva tirar fuori di meglio, largamente di meglio: tant'è che stavolta l'apprensione non era tanto quella di riuscire ad ottenere un prodotto superiore al precedente, quanto quella di avere in Andres Muschietti la persona adatta a compiere il miracolo di realizzare il film definitivo di “It”. Miracolo che – con riserva di una seconda parte già annunciata, in uscita nel 2019 – potremmo dire parzialmente riuscito, perché nonostante alcuni tagli che ci aspettavamo (fisiologici, per certi versi) e alcuni cambiamenti che avremmo voluto (almeno noi legati al romanzo) non fossero stati mai apportati, l’esperienza visiva di questa nuova versione è ugualmente totale, appassionante e sincera. Un risultato che in grandissima parte viene da una storia che di suo è di per sé abbastanza robusta da imporre naturalmente la propria indole e la propria potenza, che incarna come solo pochi sanno fare quello spirito anni ’80 tipico di titoli come “Stand By Me” o del più recente “Stranger Things”, ma che - e va detto - Muschietti è abile ad esaltare, mettendoci dentro del suo, grazie a una regia che paradossalmente lo vede sempre al servizio del racconto e mai interessato a imprimere il suo ego su di esso. Neanche fosse uno di noi, insomma, uno di quelli che, avendo (probabilmente) letto il libro, ha il massimo interesse a rimanergli fedele, a mantenerne le viscere, se non in tutti i passaggi quantomeno sotto l'aspetto riguardante il calore e le suggestioni più intime: in particolare legate a una paura che ruota attorno a questi bambini, impreparati ad affrontare la loro adolescenza e il loro cammino, ma che nell'unione trovano la forza di reagire (e crescere) sfidando un mostro (il loro mostro) che non vede l'ora di sopraffarli.

Pennywise 2017 Un coming-of-age tra le pieghe, eppure un horror (mainstream) vero e proprio nella forma. Questo almeno se consideriamo che Muschietti - pur mettendo Pennywise sullo sfondo e restando sempre al fianco dei suoi teneri protagonisti - non rinuncia quasi mai al terrore, limitando forse un tantino la cupezza d'origine, ma non lesinando affatto su quei momenti agghiaccianti, visivamente impressionanti, in cui attraverso varie forme il male va ad irrompere in scena non dando mai, di fatto, pace allo spettatore: il quale è costretto sempre a tenere tirata la sua tensione, trovando riposo solo nelle battute finali, quando il primo spaccato del film sarà compiuto e verrà operata la cesura utile a ciò che andremo a vedere in futuro. Taglio peraltro, questo, molto discusso inizialmente, che sembrava complicato e non fattibile stando all'alternanza presente/passato rigorosa scelta da King alla radice: quella che qui, invece, viene scissa preservando l'intera parte adulta per il capitolo conclusivo (che dalle voci dovrebbe comunque essere misto). Un gesto rivoluzionario, a suo modo, che con le dovute modifiche apportate, tuttavia, non lascia nemmeno l'ombra di un intralcio, sorretto dal coinvolgimento e il passo di una pellicola che se sbaglia dei colpi sono comunque meno rispetto a quelli che mette a segno.

Oltre a saltare dalla poltrona e a restarci seduti mai rilassati, ci si commuove e ci si diverte infatti in "It", e ciò succede praticamente ogni volta che viene inserito un tassello determinante alla composizione e all'unione (poi cementata col sangue) di quel club dei perdenti che lentamente entra nei nostri cuori fino quasi a inglobarci al suo interno, rendendoci acuti partecipi di ogni vittoria come anche di ogni sconfitta (e a proposito di questo vale la pena ricordare quanto la presentazione di Ben resti uno dei momenti migliori di tutto il film). Un risultato ottimo, quindi, che avrebbe potuto senz'altro essere superiore, ma che sentiamo di prenderci senza voler fare troppo gli schizzinosi. Perché, per esperienza vissuta, siamo consapevoli che poteva andarci anche molto, ma molto peggio.
Insomma, per dirla come Vincent Vega direbbe a Jules: "Si, siamo contenti!"

Trailer:

L'Uomo Di Neve - La Recensione

L'Uomo Di Neve Fassbender
Il fascino della Scandinavia, i paesaggi imbiancati, i fiocchi di neve. Elementi che solitamente, al cinema, se presenti, tendono a prendere il dominio, a caratterizzare, ad incidere. Eppure in "L'Uomo Di Neve" l’attenzione stranamente finisce per cadere sempre altrove, dove non ti aspetti, ma dove capisci tuttavia, dalla ridondanza ciclica, che c’è un messaggio da cogliere, messo lì, sotto la coperta bianca, da decifrare.

Sono le finestre infatti ad attirare l’attenzione principale nella pellicola di Tomas Alfredson, onnipresenti nelle case (a volte usate anche come pareti) e nella maggior parte degli ambienti in cui passa, anzi spia, la macchina da presa: finestre spesso costruite in maniera gigantesca, inappropriata e raramente sostituite dagli specchi, anch’essi, guarda un po’, utilissimi al regista per svolgere quella funzione di sovrapposizione e disorientamento fondamentale ai fini della narrazione. Questo perché, in sostanza, di gioco di specchi si tratta questo suo personale adattamento del romanzo di Jo Nesbø, nel quale volontariamente, e sin dall'inizio, la trama thriller passa in secondo piano dando sfogo al simbolismo e alla rilettura di determinate dinamiche narrative, capaci di mettere lo spettatore su strade male asfaltate, confondendogli le idee e lasciandogli sempre un dubbio da poggiare da parte o da risolvere. Una mossa eseguita quasi in maniera subliminale, silenziosa e che permette ad Alfredson di indossare anche lui i panni del serial killer: seminando indizi poco (o troppo) chiari qui e la - magari approfittando, furbo, della nostra fiducia - e rendendo ancor più viva e interessante quella spartizione dei ruoli - tendenzialmente automatica, in questi casi - in cui lo spettatore cerca di rendersi più intelligente dei protagonisti provando a indovinare in anticipo il colpevole dei vari omicidi.
Tutto questo senza l’obbligo di mischiare o rendere incomprensibile un flusso delle indagini e una successione di eventi che - tolta qualche stonatura voluta, appunto, e qualche flashback -  restano perfettamente comprensibili e ordinati sia a livello di tensione che di ritmo, sorretti da un'atmosfera gelida in sottofondo avente cadenza incessante e quindi assai utile ad impartire i toni.

L'Uomo Di Neve Film 2017Che tanto poi non è neppure così rilevante per Alfredson nascondere il suo assassino allo spettatore, anzi. Di cliché ne è carica la sua pellicola: di quei spaccati in cui vuole farti credere che il colpevole è uno perché è uno stronzo, o perché sta nascondendo qualcosa che noi abbiamo visto e gli altri no o comunque non possono provare. Però fa tutto parte del suo piano, lo sappiamo noi come lo sa lui che in queste trappole ormai non ci casca più nessuno, ed è per questo che c'è bisogno ne vengano preparate di nuove. Solo che per farlo, e per farlo con maestria, serve padronanza della macchina da presa, del linguaggio cinematografico; serve essere capaci di filtrare gli sguardi, di seminare apparenze artefatte come il serial killer dei pupazzi di neve semina chicchi di caffè: una pratica non alla portata di molti, ma soprattutto una pratica decisamente acuta e non di grande impatto come quella più antica e storica del colpo di scena.

Quello che, sostanzialmente, in "L'Uomo Di Neve" non è innescato, non c'è, proprio perché non è nella trama che il suo regista ha voluto mettere le sue energie: e a testimoniarlo è un finale che, se vogliamo, offre persino poca soddisfazione in termini di risoluzione e di sostanza. Un finale dove quelle finestre e quei specchi vanno man mano riducendosi toccando sempre più quota zero, visto e considerato che fisiologicamente i nodi devono venire al pettine, essere sciolti e perciò abbandonare quel livello superiore che per buona parte e con grande intelligenza Alfredson (ci) aveva velatamente imbastito, ridendo sornione.

Trailer: