IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

giovedì 29 ottobre 2015

Rock The Kasbah - La Recensione

Mentre nel mondo i talent show nascono come funghi e la lotta per scovare nuove popstar impazza, in certe culture si fa ancora fatica a sdoganare uguaglianza di ruoli tra uomini e donne.
In Afghanistan, per esempio, fino a qualche anno fa, alle donne, tra le altre cose, era espressamente vietato cantare in pubblico e chiunque si permetteva il lusso di non rispettare la regola, oltre a portare vergogna alla propria famiglia, rischiava delle severe punizioni tra le quali non era da escludere la morte. Nel 2008, però accade un evento straordinario: nella terza edizione di Afghan Star (l'equivalente afghano di American Idol) due donne mettono in mostra il loro talento vocale e la loro bellezza, creando uno scompiglio popolare con cui ancora stanno lottando e cercando di convivere serenamente. Questa storia, nei dettagli, è raccontata nel documentario dal titolo "Afghan Star", diretto dalla regista britannica Havana Marking e preso di ispirazione da "Rock The Kasbah" per tirarne fuori una storia a tinte più leggere e ironiche, che tuttavia non perde di vista neppure la brutalità della guerra.

La questione della parità, quindi, si fa meno rilevante nella pellicola diretta da Barry Levinson: dove la tematica di rompere tutte le barriere per andare incontro alla libertà e ai nostri sogni non è vissuta dal lato della ragazza reclusa, ma da quello di un manager musicale (forse una volta) di successo, in cerca di soldi facili e convinto di poterli trovare con un concerto in Afghanistan da dedicare alle truppe americane. Sarà lui, infatti, tradito dalla sua cantante principale e rimasto senza passaporto, ad imbattersi in Salima, la giovane ragazza dalla splendida voce che sempre lui proverà a convincere per partecipare a tutti i costi al talent show più famoso e seguito di Kabul (si, nell'originale le ragazze erano due, qui una).
Per "Rock The Kasbah", insomma, la storia vera di Setara Hoseinzadah - una delle due concorrenti di quella storica edizione di Afghan Star, ringraziata pubblicamente nei titoli di coda - è solo un pretesto, una spinta per far muovere Bill Murray e dare un po' di colore ad una pellicola girata principalmente tra scenari di guerra e deserti asettici. Un pretesto che Levinson ama unire a un altro pretesto, la guerra: che c'è, si, è brutta, per carità, ma viene fuori solamente quando serve e quando serve a dare una scossa risolutiva alla storia o ai personaggi.

Il nocciolo della questione allora è la risata. O almeno, questo doveva essere.
Perché ogni sforzo eseguito dallo sceneggiatore Mitch Glazer e da Levinson per dare alla loro opera quel tono dissacrante, quel clima demenziale, da appoggiare tutti e due su di un Murray non particolarmente in palla svanisce nel nulla non appena viene messa da parte quella scena d'apertura, che un minimo poteva far sperare. Dal viaggio in Afghanistan alla battaglia per concedere a Salima il diritto di cantare, "Rock The Kasbah" non fa altro che girare completamente a vuoto, presentare personaggi deboli e bidimensionali e sforzarsi di appassionare senza avere dalla sua quella spina dorsale eretta, con cui almeno ostentare equilibrio. Rinegoziare un evento importante come quello della Hoseinzadah è un idea astuta, asciugarla parzialmente dalla durezza forse di più, ma farlo senza una coordinazione, un tracciato, rende il tentativo di un operazione spassosa e coinvolgente interamente non riuscito.

Finisce con l'essere addirittura insulso, dunque, "Rock The Kasbah", un lavoro che da la sensazione di improvvisato, di frettoloso, di disordinato. E a percepirlo non è solo lo spettatore, ma anche un regista che, nel finale, non vede l'ora di sforbiciare e porre il punto definitivo, su qualcosa che, probabilmente, cominciava a non sostenere più lui per primo.

Trailer:

martedì 27 ottobre 2015

Gli Ultimi Saranno Ultimi - Trailer Ufficiale


Lo spettacolo teatrale di Paola Cortellesi scritto e diretto da Massimiliano Bruno, datato 2006, sbarca al cinema diretto ancora una volta da Massimiliano Bruno e interpretato, oltre che nuovamente da Paola Cortellesi, anche da Alessandro Gassman e Fabrizio Bentivoglio. L'adattamento ha dovuto subire, ovviamente, delle modifiche invasive e allargate, che hanno cambiato non poco la sceneggiatura teatrale che la Cortellesi, da sola, sul palco, recitava in maniera eccellente per circa novanta minuti. Ma per vedere come sarà il risultato finale, cinematografico dovremo aspettare fino al 12 novembre, data d'uscita della pellicola. Per ora, accontentiamoci del trailer.

Trailer Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Gli Ultimi Saranno Ultimi” racconta la storia di Luciana Colacci (Paola Cortellesi) una donna semplice che sogna una vita dignitosa insieme a suo marito Stefano (Alessandro Gassman). E' proprio al coronamento del loro sogno d’amore, quando la pancia di Luciana comincia a crescere, che il suo mondo inizia a perdere pezzi: si troverà senza lavoro e deciderà di reclamare giustizia e diritti di fronte alla persona sbagliata, proprio un ultimo come lei, Antonio Zanzotto (Fabrizio Bentivoglio).

Loro Chi ? - Nuovo Trailer Ufficiale


Disponibile il nuovo trailer ufficiale di "Loro Chi ?", la commedia di Francesco Micciché e Fabio Bonifacci (che firma anche la sceneggiatura), con Edoardo Leo e Marco Giallini, in uscita al cinema il 19 novembre.

Nuovo Trailer Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
David, 36 anni e un’unica ambizione: guadagnare la stima del presidente dell’azienda in cui lavora, ottenere un aumento di stipendio e la promozione da dirigente. Finalmente la sua occasione sembra arrivata: dovrà presentare un brevetto rivoluzionario che gli garantirà la gloria e l’apprezzamento inseguiti da sempre. Ma in una sola notte l’incontro con Marcello, un abile truffatore aiutato da due avvenenti socie, cambierà il corso della sua vita. David perde tutto: fidanzata, casa e lavoro e per recuperare dovrà imparare l’arte della truffa proprio da colui che l’ha messo nei guai. Una storia che ha i colori e sapori della commedia, i ritmi del giallo e la fantasia di inganni multipli. E dove niente, probabilmente, è come sembra.

007: Spectre - La Recensione

La parola chiave è continuità. Quella continuità sotto la quale 007, da "Casino Royale", ha deciso di sottostare, quella che aveva portato "Quantum Of Solace" ad essere considerata praticamente la sua seconda parte e poi "Skyfall" a fare i conti con un passato remoto che in "Spectre" decide, coerentemente, di presentare il conto, attorcigliandosi al presente.

Il ventiquattresimo film di James Bond, il quarto con Daniel Craig protagonista e il secondo con Sam Mendes alla regia, diventa perciò la quadratura di un cerchio il cui scopo è quello eliminare ogni ombra su quell'agente doppio zero dall'aria tenebrosa ed il passato oscuro, un cerchio progettato, probabilmente, già in anticipo, attraverso la pianificazione del reboot, o, magari, - chi può dirlo - stilato in corso d'opera, mediante un illuminazione. Gli eventi che hanno visto, dunque, togliere a Bond il grande amore di Vesper e quello affettivo di M e che lo hanno portato a vedersela con Le Chiffre, Dominic Greene e, infine, con Raoul Silva, trovano ognuno denominatore unico nell'organizzazione criminale chiamata Spectre: responsabile degli attentati terroristici mondiali, del traffico di vaccini e medicinali e della rovina della vita di chiunque ami mettergli, ciclicamente, i bastoni in mezzo alle ruote. E' evidente, insomma, che con Bond tale società abbia degli affari in sospeso, affari che intende chiudere in via definitiva, dal momento in cui l'agente segreto opta di mettersi sulle loro tracce dopo aver ricevuto un filmato post-mortem, via mail, da M (che continua a lavorare anche dalla tomba, si dice). L'inizio di una guerra che Bond sente di dover prendere come personale, di dover combattere in solitario, privo quindi dell'aiuto dell'MI6 (dalla quale non ha problemi a farsi sospendere) e munito solo del suo istinto e della collaborazione fida di Moneypenny e del genio Q: unici due elementi a cui potersi aggrappare per sfuggire ai tentacoli del male di una piramide nera che stavolta sembra essere più ripida e cupa di qualunque altra scalata prima.

L'impronta allora - vuoi perché c'è Mendes a distribuire indicazioni, vuoi perché gli sceneggiatori son più o meno gli stessi - rimane identica a quella con cui era stato elaborato e confezionato "Skyfall": con spettacolarità, intrighi, azione e villain misteriosi - che danno l'impressione di poter essere invincibili - a fare da scheletro. Persino il paragone con Nolan e la saga del suo Batman rimane in piedi, subendo variazioni fisiologiche e comprensibili, ma dimostrando ancora quanto gli sceneggiatori abbiano preso spunto da chi, a sua volta, proprio da 007 era stato palesemente ispirato e attratto. Dei cambiamenti importanti (e rivoluzionari, per certi versi) in "Spectre" però ci sono eccome, e riguardano il fulcro di un'attenzione che non è più rivolta verso l'intreccio narrativo (che a qualcuno, neanche sbagliando, è sembrato piuttosto semplice e prevedibile), ma verso il destino di un protagonista, sempre impegnato nella difesa del mondo e di Sua Maestà, ma soprattutto, adesso, nel caso specifico, ad esorcizzare i demoni e le ferite che porta dentro per assicurarsi la pace privata che merita, se non definitivamente quantomeno temporaneamente.

Come in ogni ciclo che vuole mettere l'ultimo tassello infatti, James Bond in "Spectre" rincorre mari e monti per liberarsi definitivamente dei fantasmi che fino ad ora lo hanno perseguitato, impedendogli di abbassare la guardia e di interrompere quella negativa continuità, appunto, che da "Casinò Royale" lo insegue tormentandolo. Perché a vederlo (e a conoscerlo) non si direbbe, ma persino quelli come lui, generalmente, tendono a voler voltare irreversibilmente alcune pagine, per poter passare finalmente, poi, ad un foglio tutto bianco, tutto nuovo e tutto da scrivere.

Trailer:

La Felicità E' Un Sistema Complesso - Trailer Ufficiale


Con "Non Pensarci" avevano realizzato uno dei migliori film italiani degli ultimi anni, ora il regista Gianni Zanasi, e gli attori Valerio Mastandrea e Giuseppe Battiston tornano insieme per bissare, speriamo, il successo con un nuovo film dal titolo "La Felicità E' Un Sistema Complesso", di cui vi proponiamo il trailer in attesa dell'uscita al cinema del 26 novembre.

Trailer Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Enrico Giusti (Valerio Mastandrea) avvicina per lavoro dei dirigenti totalmente incompetenti e irresponsabili che rischiano ogni volta di mandare in rovina le imprese che gestiscono. Lui li frequenta, gli diventa amico e infine li convince ad andarsene evitando così il fallimento delle aziende e la conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro. E’ il lavoro più strano e utile che potesse inventarsi e non sbaglia un colpo, mai. Ma una mattina un’ auto cade in un lago e tutto cambia. Filippo e Camilla, due fratelli di 18 e 13 anni, rimangono orfani di un’importante coppia di imprenditori. Enrico viene chiamato col compito di impedire che due adolescenti possano diventare i dirigenti di un gruppo industriale d’importanza nazionale. Dovrebbe essere il caso più facile, il coronamento di una carriera ma tutto si complica e l’arrivo inatteso della fidanzata straniera di suo fratello rende le cose ancora più difficili. In realtà sarà il caso che Enrico aspettava da tanto tempo, quello che cambierà tutto, per sempre.

La Legge Del Mercato - La Recensione

Di leggi, il mercato del lavoro, ne ha conservate ben poche, da quando la crisi economica gli ha consentito di reagire al collasso, piegando diritti e doveri pur di non cedere terreno e conservare una sua identità. La conseguenza - lo sappiamo - è stato lo stravolgimento comune scatenato verso chi quel mercato lo vive e lo abita, chiamato a rinegoziare sé stesso, le sue garanzie e le prospettive di un sostentamento (tralasciamo il benessere) non più raggiungibile attraverso il solo l'impegno ed il volere.

Ma che le leggi cambino o - per dirla meglio - si aggirino, non è certo una novità, per cui secondo il regista francese Stéphane Brizé, tanto vale sorvolare qualsiasi discorso riguardante l'ambiente e concentrare ogni sforzo sulla reazione del soggetto, a cui è richiesto il compito di adattarsi velocemente ai mutamenti, curvando la schiena e facendo buon viso a cattivo gioco: in palio la sopravvivenza in quella giungla stracolma di rapaci che non vedono l'ora di mangiarsi, o bersi il sangue, di una preda qualsiasi. Il suo "La Legge Del Mercato", perciò, somiglia quasi a un documentario, anzi, l'intenzione era proprio quella di mettere il protagonista Vincent Lindon all'interno di una finzione vera il più possibile, ingaggiando un cast di contorno composto principalmente da attori non professionisti - la maggior parte impegnati davvero nel ruolo affidatogli nel film -  che potessero dare quella percezione pulita e sincera del mondo che si voleva inquadrare e raccontare. La macchina da presa allora rimane principalmente puntata su Lindon, andando a catturare espressioni e reazioni di un uomo che a cinquant'anni, perduto il posto di lavoro, ha deciso di rimboccarsi le maniche e non sopperire di fronte a un mercato che lo respinge e a dei comportamenti e mancanze di rispetto che punterebbero a svilire e a stancare persino le motivazioni del disoccupato più giovane e in erba situato su piazza.

Sceglie la via dell'implosione Brizé per mettere in scena la sua storia. Non ci pensa minimamente ad usare il trucco della deflagrazione e lascia che preoccupazioni e malesseri del suo protagonista traspirino in automatico, senza il bisogno di andarli a forzare con meccanismi scenici retorici o tantomeno artificiali. Non vuole perdere quel tocco di verosimiglianza ricercato ed efficiente, per cui prova ad essere meno invasivo possibile e lasciare che a riempire lo schermo sia esclusivamente la capacità attoriale incredibile di un Lindon misurato e bravissimo a lavorare in sottrazione. Quando l'obiettivo lo inquadra la vita del suo Thierry si accende e scorre in quel mare di disavventure in cui implacabile lotta per difendersi e per mantenere intatta una dignità che, attaccata regolarmente, non intende ridimensionare neppure sotto gli effetti più gravi della difficoltà familiare. Ma in quel mare, tuttavia, non basta nuotare ininterrottamente, come non basta neppure avere integrità e buon senso per capire quando è il turno di fare un passo indietro o addirittura cambiare fila, perché per sopravvivere nelle acque sporche del mercato di oggi, per sottostare alle sue leggi, servono fegato e denti, quei denti aguzzi con cui gli squali puro sangue seguitano a prosperare e a nutrirsi e, invece, i pesci piccoli che provano a simularli, presto o tardi, finiscono per sopperire, o sotto le loro grinfie o sotto quelle della stanchezza.

Thierry in questo mare nonostante abbia imparato bene a cavarsela per via di un fegato da fare invidia, non ce la fa più a nuotare. E' saturo di essere il pesce piccolo condizionato a guardarsi le spalle o condizionato a vedere le facce dei suoi simili divorati dalla fame chimica di chi non è mai pago. Thierry vorrebbe che qualcuno intervenisse, vorrebbe che l'ordine che c'era una volta venisse ripristinato, vorrebbe giustizia, che poi sarebbe umanità, ma purtroppo la sua voce è come quella della maggioranza: troppo insignificante per poter fare la differenza.
E quindi l'unica speranza è che Brizé ed il suo film abbiano sorte migliore.

Trailer:

domenica 25 ottobre 2015

La (non) Crisi Del Settimo: Fine (e inizio) Di Una Festa



Questa che vedete in alto è la foto che ho scattato il primo giorno, appena arrivato all'Auditorium.
La decima edizione del Festival Internazionale Del Film di Roma, rinominata quest'anno Festa Del Cinema Di Roma, non era ancora iniziata, ma lo stesso non era per quanto mi riguardava.

Per me, questa, è stata la settima edizione del Festival (o festa, fate voi).
E nelle relazioni, solitamente, il settimo anno di convivenza è considerato quello della crisi, quello in cui si litiga e poi, magari, ci si lascia pure.
Io me lo ricordo ancora, nel 2008, il mio primo approccio con il festival (all'epoca era festival a tutti gli effetti). Me la ricordo ancora l'emozione di vivere qualcosa che sentivo gigantesca, più grande di me e della passione che mi aveva portato li. A pensarci oggi è strano leggerla così, ma nelle prime volte le sensazioni finiscono sempre per venire amplificate. Io non sapevo ancora come ci si organizzava in una manifestazione del genere e infatti, quell'anno, feci un casino micidiale: entrai dentro un tour de force incredibile, che riuscii a sostenere soltanto grazie all'entusiasmo di un esperienza nuova che sentivo come l'inizio di qualcosa di importante.
Da li a poco, nel 2010, apriva questo sito (che da ieri ha cinque anni tondi tondi, comunque!) ed il mio rapporto con il cinema è andato ad aumentare giorno dopo giorno e anno dopo anno, a dismisura, come quello con i festival in generale. Ora so come ci si organizza, come ci si comporta, come non farsi travolgere, scegliere i film da andare a vedere e soprattutto come prenderla quando c'è da fare una scelta drastica come quelle che ti porteranno a vedere un titolo per poi perderne un altro.

Insomma, per me il festival di Roma, forse perché sotto sotto sono un romantico, rappresenta qualcosa di importante, un legame potente, un qualcosa in cui esserci e farne parte mi fa sentire felice, soddisfatto. Per questo quest'anno avevo cominciato a sentirlo in anticipo: ero curioso di sapere come sarebbe andata a finire tra me e lui con in mezzo questo fantasma della crisi del settimo (che, poi, sinceramente io non credo ai fantasmi, tantomeno in questi!). Ma poi, quasi immediatamente, mi sono accorto che non c'era nulla da temere, mi sono accorto che quando la passione resta intatta, anzi, addirittura cresce, non esistono numeri, non esistono spazi o tempi, c'è solo la volontà di continuare di fronte a quel benessere innegabile che ti fa compiere scelte, sforzi e sacrifici che altrimenti non faresti mai e poi mai (in amore è lo stesso, del resto).

Quest'anno, per me, la festa di Roma è stata una delle migliori in assoluto, il settimo anno anziché accendere la crisi l'ha allontanata ancora di più. E' mancato il glamour qualcuno ha detto, come se fosse indispensabile in un contesto come questo. Ma ve lo siete chiesto voi a cosa serve il glamour? Il glamour è qualcosa che distoglie l'attenzione, che allontana da quell'intimità che in una relazione è la base fondamentale. L'invasione del superfluo, spesso, contagia quel privato che in un festival (o in una festa) è tutto focalizzato tra la nostra poltrona e lo schermo.
E' li che si crea l'intimità, li che deve esserci sentimento, li vanno concentrate le maggiori attenzioni. Non fuori, dove esistono solo apparenza ed effimerezze da red carpet.

Di litigi, insomma, non ce ne son stati, tutt'altro, è stato un susseguirsi di rose e di fiori. Un epilogo che non poteva terminare che con l'ultima foto, quella che vedete qua sotto, scattata ieri quando l'Auditorium lo stavo lasciando in via permanente. C'è il buio, ovviamente, a fare da sfondo, quel buio che io vedo un po' come una dissolvenza. Come la chiusura di certi film che ti dicono che è finita, ma che sotto, sotto, ti dicono anche che la vita dei protagonisti andrà avanti.
Ora, io non so dove sarò il prossimo anno, ma se qualcuno dovesse chiedermelo, penso che gli direi che, salvo imprevisti, io sarò all'Auditorium. A festeggiare l'ottavo anniversario di un amore infinito che abbraccia insieme la mia città e la passione immensa per il cinema che porto dentro da tutta una vita.


sabato 24 ottobre 2015

Ouragan: L'Odyssée D'Un Vent - La Recensione

Curioso l'effetto che riesce a produrre un film come quello realizzato dai registi Cyril Barbançon e Andy Byatt. Uno spettacolo a occhi aperti, ampliato da un 3D entusiasmante, su un argomento catastrofico e spaventoso come quello degli uragani.

Si chiama "Ouragan: L'Odyssée D'Un Vent" ed è la summa di quattro anni di lavoro in cui i registi si sono dedicati alla raccolta delle immagini - non appartenenti ad un solo uragano - che poi hanno deciso di montare ed unire, facendo apparire come parte di un'unica catastrofe, realmente accaduta, causata da un uragano fittizio di nome Lucy (nessun passaggio è ricostruito al computer, ma tutto reale). Lucy nella loro pellicola non solo esiste davvero, ma ha una coscienza, un'anima. Lucy parla con noi, ci legge dentro, conosce le nostre percezioni e, meglio ancora, quelle di chi sta per travolgere, andando a cambiare definitivamente la sua esistenza. Un semplice vento che si diffonde nel Sahel africano diventando monsone demolente e poi si sposta lungo l’Atlantico crescendo a dismisura senza avere più pietà di qualunque cosa incontri davanti a sé. Uomini, donne, animali e foreste devono piegarsi al suo volere: c'è chi tenta di mettersi in salvo informato dai telegiornali, chi è fortunato e la scampa per un pelo e chiaramente anche chi, preso alla sprovvista, impiega ogni briciolo della sua forza per resistere alla sfuriata ed opporsi a questo fenomeno straordinario tanto quanto naturale. Non a caso la riprendono anche dai satelliti della NASA, Barbançon e Byatt, la loro creatura, mostrando la sua fisionomia dall'alto, con immagini meravigliose che fanno il paio con quelle vicinissime sulla terra che mischiano il dolore allo stupore per una vicinanza e un dettaglio, forse nitidi nell'immaginario, ma mai così tangibili da farci sentire parte della situazione.

Raccolgono interviste, si intrufolano negli uffici per spiare gli scienziati e poi tornano sul luogo appena attaccato, o in fase di attacco, per scrutare le reazioni e le preoccupazioni delle vittime, o delle potenziali, da vicinissimo. E' un docu-film che si fa dimenticare difficilmente "Ouragan: L'Odyssée D'Un Vent", un prodotto pensato e realizzato con il criterio intelligente di intrattenere e spiegare da vicino la derivazione, gli effetti, ma soprattutto le cause di un qualcosa che spesso è solamente visto come una disgrazia da dimenticare e da evitare, ma in realtà - ci spiega Lucy dalla sua somma onnipotenza - è indispensabile per ripristinare un equilibrio ambientale che altrimenti, se spostato e non ripristinato, non permetterebbe al mondo di andare avanti. Paradossalmente, dice, dovremmo ringraziare lei e i suoi simili, perché ci consentono - a noi e a chiunque abita questo pianeta - di prolungare la presenza e poter godere ancora di ciò che da sempre siamo abituati a possedere e beneficiare.

Le scene conclusive, infine, sono forse il massimo del fascino della pellicola. Portici con mucche in cerca d'appiglio, cani dispersi nell'acqua, in bilico su strutture in legno, che guardano in camera in cerca di aiuto. Un resoconto impressionante e un'esperienza visiva nonché formativa, significamente fuori dal comune, per uno spettacolo dalla durata inferiore ai novanta minuti che però si incolla tra i pensieri, meravigliando e impressionando contemporaneamente.

Trailer:
NON DISPONIBILE

Legend - La Recensione

I gemelli Reggie e Ronald Kray furono, negli anni sessanta, due leggende della criminalità britannica: precisamente in quella parte dell'East End in cui abitavano, gestivano affari e possedevano un famosissimo locale notturno, frequentato, oltre che dal loro losco giro, anche da persone comuni e star dell'epoca.
Praticamente identici nella conformazione, i due erano assai dissimili nel carattere: se infatti Reggie era un uomo prudente, che sapeva gestire col giusto pugno l'impero e il timore innalzato nel tempo, Ronald era un sociopatico, incontrollabile, pericoloso da tenere a piede libero e paragonabile a una bomba a orologeria dal costante ticchettio.

In "Legend" il regista e sceneggiatore Brian Helgeland tenta di ricostruire la loro vita criminale e il loro rapporto familiare, affidandosi a un Tom Hardy in formissima, capace di interpretare entrambi i fratelli inglesi, conferendo ad ognuno una personalità, un atteggiamento e un modo di parlare ben distinto e preciso. Sulle sue spalle sono piantate le radici di un gangster-movie progettato a regola d'arte, scenicamente magniloquente e narrativamente muscolare e violento, in linea, insomma, con quello standard che ci si aspetta da chiunque decida di intraprendere tale genere e di cimentarsi con tale mondo. Ci infila quello che serve Helgeland nella sua pellicola, fa tesoro degli schemi solidi che ha ben chiari nella testa e oltre alla criminalità affronta da vicino quel concetto di famiglia - spesso ingombrante, ma da difendere e rispettare a tutti i costi, specialmente per quel che riguarda la malavita - affiancandolo all'immancabile presenza di una relazione amorosa - magari persino sincera - destinata come sempre a creare problemi e a mettere bastoni in mezzo alle ruote sia negli affari che nei legami affettivi.
Tutto come da copione, diciamo. Nulla di nuovo.

Pensa possa bastare il carisma di Hardy "Legend" per affermarsi, pensa che il gioco del doppio sia sufficiente a coprire la ridondanza e le mancanze di una sceneggiatura così scontata da non essere capace di andare ben oltre lo spessore dei protagonisti che racconta. La verità tuttavia è un'altra, e cioè che l'attore inglese per quanto sontuoso e ineccepibile con lo scorrere della trama finisce per esaurire energie e venire accartocciato malamente dall'ordinarietà con cui Helgeland gli chiede di muoversi e di agire. Gli strappi maggiori la sua pellicola li concede tutti nella prima metà, cioè quella in cui è piazzato il set-up dei due criminali e dove il divertimento e la violenza sanno come andare incontro ai piaceri del pubblico esaltandolo e intrattenendolo. Scoperte le carte a "Legend" restano poche mosse da fare, la maggior parte prevedibili e quelle che non lo sono, appaiono lo stesso abbastanza statiche per andare a rimettere in moto quel motore che non era mai stato tanto caldo, ma perlomeno, in partenza sapeva come sprintare e accennare ruggiti.

In una materia che di per sé ha già avuto la possibilità di dire tutto, ormai, la sola via da seguire è quella di rinnovare e di affacciarsi agli spettatori mostrando qualcosa di spiazzante e innovativo. Tom Hardy al quadrato poteva essere un aperitivo o un primo piatto, per "Legend", ma dopo di quello era bene che ad essere serviti a tavola fossero stati pure un secondo e un contorno.
Avesse adempito a questo compito Helgeland, poteva ritenersi soddisfatto e diciamo che, in tal caso, saremmo stati addirittura disposti a chiudergli un occhio sull'assenza del dolce.

Trailer:

venerdì 23 ottobre 2015

Experimenter - La Recensione

Qualche settimana fa, su Twitter, tra gli hashtag più diffusi, ha fatto capolino una voce dal titolo #ComeFuzionanoLeDonne, collegamento ad una serie di tweet, prevalentemente composti da account maschili, dove veniva presa in giro la loro controparte risaltandone, ironicamente, difetti e nevrosi. Palla al balzo che, come era prevedibile, non ci ha messo molto ad essere recepita e poi rovesciata, con l'entrata in scena, qualche giorno più tardi, dell'hashtag contrario #ComeFunzionanoGliUomini, che ha dato inizio a una battaglia social, a colpi di battute, tutt'ora in corso e a metà tra il divertente ed il banale.

C'è chi però a queste domande - anzi, non proprio a queste - ha tentato di rispondere seriamente; chi nutriva un sano interesse nella comprensione degli uomini e delle donne; chi ha deciso di spendere gran parte della propria vita a studiare e a sperimentare come funzionano gli esseri umani. Fu lo psicologo sperimentale americano Stanley Milgram, negli anni sessanta a dedicarsi a tempo pieno a tale attività, a quel ramo, nello specifico, che vedeva uomini prendere ordini orribili da altri uomini ed eseguirli senza porsi, molto spesso, né scrupoli e né domande. Aveva elaborato degli esperimenti sull'obbedienza allora, Milgram, voleva trovare una spiegazione alle pagine di Storia disumane come l'Olocausto, rendersi conto se c'era la possibilità di risolverle, di curarle e di evitarle in futuro; voleva sapere, insomma, se in quel male, provocato gratuitamente, esistevano dei nodi da sciogliere oppure era solo qualcosa che, semplicemente, risiedeva nel nostro essere. Con il suo team quindi mise in atto un esame che pretendeva l'utilizzo di due soggetti, uno era suo complice l'altro no. Il complice doveva essere il soggetto-studente e doveva rispondere correttamente alle associazioni, precedentemente suggerite, che gli venivano fatte dal soggetto-insegnante. Se il soggetto-studente sbagliava associazione, il soggetto-insegnante aveva l'ordine categorico di inviagli una scossa tramite l'uso di una macchina: scossa che doveva aumentare di potenza ad ogni risposta sbagliata accumulata, culminando, neanche a dirlo, nel rischio massimo di pericolo.
La vittima - che pensava di essere il carnefice - era convinto a un certo punto quindi di avere ucciso, o comunque inferto un gravissimo danno, al soggetto-studente, e quello era il momento in cui bisognava cominciare a raccogliere i dati fondamentali per l'approfondimento della delicata ricerca.

Superficiale, dunque, aggiungere quanto sia ipnotico e incalzante "Experimenter" nell'esibire lo spettacolo medico-psicologico sopra citato, spettacolo arricchito, inoltre, dalla scelta drammatica del regista e sceneggiatore Michael Almereyda di utilizzare il suo attore protagonista - un ottimo Peter Sarsgaard - come "House Of Cards" utilizza Kevin Spacey, ovvero permettendogli di ammiccare in camera e di parlare agli spettatori, anticipandogli mosse ed esponendo intenti. E' talmente ambiguo, ribelle ed enigmatico il suo lavoro da inviare l'impressione che l'abbattimento di quella quarta parete sia programmata per testare il pubblico attraverso qualche giochetto psicologico indiretto e nascosto: dubbio che sorge quando, inaspettatamente, nelle parentesi ambientate fuori dal laboratorio, dedicate al privato del medico (ma sempre inerenti al suo lavoro), la scenografia smette di essere curata e credibile per fare spazio a uno schermo visibilmente da studio, che tuttavia non trova mai un suo reale motivo di utilizzo, ma che sicuramente è responsabile di un arrovellamento gratuito da parte di chi è concentrato a guardare.

Nel frattempo "Experimenter" avanza, raccontando la curva intrapresa dall'operato del suo protagonista e ciò che è stato in grado di ricavare e individuare. Ci parla di numeri impressionanti Milgram, di percentuali di uomini e donne che non smettono di obbedire agli ordini, nonostante l'afflizione dei sensi di colpa e dei dubbi si faccia sotto: sostenuti da quel cuscinetto che nella loro testa gli ripete di essere unicamente degli esecutori e non i principali responsabili di ciò che potrebbe accadere o è già accaduto. Racconta delle previsioni statistiche fatte anticipatamente alla ricerca, di come la maggior parte degli esperti era convinto che nessuno fosse in grado di andare fino in fondo con le scosse, ma soprattutto di come la morale che lui voleva spolverare, gli sia stata messa, assurdamente, contro, con l'accusa di aver attuato dei test senza preoccuparsi dello shock che le (vere) vittime - sebbene alla fine venissero informate del trucco - potessero subire post-esperienza.

Nella parte documentaristica, insomma, Almereyda è piuttosto esplicativo e concreto: inquadra benissimo la figura che racconta e riesce persino a divertirsi e a divertire con ironia. Quello che però a "Experimenter" manca - oltre a una disamina più chiara della relazione tra Milgram e sua moglie Sasha (interpretata da Winona Ryder) - è di essere più incisivo e cattivo riguardo le tematiche psicologiche a cui fa riferimento. C'era una quantità immensa di sviluppi da poter prendere in considerazione per andare ad ampliare e a rinforzare l'egoismo umano e la sua inclinazione nell'agire incurandosi del prossimo. Digressioni con cui si poteva uscir fuori da un discorso circolare, ingrossando il dilemma e rimanendo ribelli fino in fondo, ma, giunti ad un certo punto, la pellicola è come se cominciasse a sentire la stanchezza, provando a rifiatare con insuccesso e decidendo quindi di tirare il freno.

Così "Experimenter" si fa spettacolo gustoso e incompleto allo stesso tempo, efficace, ma mozzato, ottenendo ugualmente il privilegio di entrare in testa e lasciar traccia, eppure mancando quella grossa opportunità di proclamarsi cult.

Trailer:

Alaska - La Recensione

Gli amori indissolubili, indivisibili, che fanno dei giri immensi e poi ritornano - per dirla alla Antonello Venditti - se esistono, sono delle coppie fragili e istintive come Fausto e Nadine. Loro si incontrano e si amano al primo sguardo, non sanno il motivo, sentono la fiamma e la seguono, e se la situazione all'apice del romanticismo diventa bastarda, non fa niente, il filo che li unisce non si spezzerà, gli concederà un po' più di corda, al massimo, ma non permetterà mai che i due diventino irraggiungibili l'uno per l'altra.

In salute e in malattia, in ricchezza e in povertà, nella buona e nella cattiva sorte.
Gli capita di tutto a Fausto e Nadine, spesso sorge il dubbio che sia proprio la loro unione a scatenare le maledizioni da cui vengono colpiti, come se dietro alla relazione solida che li unisce ci fossero quei guardiani del destino che impedivano a Matt Damon di frequentare Emily Blunt nell'omonimo film di fantascienza. Purtroppo però non è così. Dietro di loro c'è altro, non la fantascienza, ma la realtà. Il Fausto di Elio Germano  - italiano migrato a Parigi - infatti sente il bisogno perpetuo di non accontentarsi, di pareggiare la fortuna in amore a quella lavorativa, riscattando le origini che lo vedono nullatenente e progettando un futuro azzurro e felice con la sua donna. E' un bravo ragazzo Fausto, un po' fumantino quando perde la calma, eppure attaccatissimo ai valori fondamentali, che rispetta, nonostante il ritratto violento, riservatogli all'inizio, spinga ognuno di noi a pensare il contrario. Bravo, si, ma di quelli che agiscono per il bene personale (e di chi amano) in punta di piedi, che credono che il mondo giri tutto come fa la loro testa, inconsapevoli che, invece, intorno, è presente pure una fetta di gente che sa accontentarsi, rimanendo distantissima dall'apice e lo stesso col sorriso a trentadue denti. Eccolo il vuoto da colmare allora, quello che genera il caos sul suo amore perfetto: la scalata verso quello stipendio da cinquemila euro al mese che lui sente di dover conquistare ad ogni costo, marcando stretto un lusso che ogni volta lo punisce a bastonate non appena si sente, da lui, sfiorato o toccato.

Ha il respiro di un melodramma francese contemporaneo la pellicola di Claudio Cupellini (che di francese ha anche l'attrice protagonista e l'ambientazione di una prima metà), quell'approccio europeo che in un prodotto italiano raramente è rintracciabile e con il quale - non lo nasconde - vuole allargare vedute e mire. Il suo "Alaska" (che sarebbe il nome del locale di Milano in cui Fausto comincia a guadagnare considerevole denaro) sa essere potente e struggente in egual misura, una roccia narrativa costituita da impulsività, reazione e una forza viscerale talmente energica da rompere ogni barriera artificiale messa a separare lo spettatore dallo schermo. Punta ancora una volta sui suoi personaggi, il regista, sono loro a muovere la storia e a scrivere la sceneggiatura: le loro motivazioni, i loro cuori, il dolore, le lacrime. Finché può seguirli Cupellini sa di non dover temere nulla, sa di potersi fidare di loro, che le scelte, positive o negative che faranno nei lunghi anni in cui la sua camera li segue, non lo porteranno mai a un punto morto, ma sempre a contatto con la pulsazione di quei battiti che ininterrottamente vengono a contatto tra loro, cercandosi e scontrandosi.

Perché certi amori sono unici, insuperabili e indivisibili - per tornare a Venditti - sopravvivono a loro stessi, a ciò che gli sbatte addosso e a qualunque avversità che li vorrebbe distruggere o separare. Un amore come quello di Fausto e Nadine è destinato ad esser raccontato, a rimanere congiunto, magari lo vedremo ingolfarsi, prendersi una pausa e ripartire, ma mai interrompersi in eterno, mai evaporare in qualcos'altro o, peggio ancora, nel nulla.

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giovedì 22 ottobre 2015

Carol - La Recensione

Cate Blanchett è seduta al tavolo di un ristorante a parlare educatamente con Rooney Mara, finché un vecchio amico o ragazzo (non è ancora chiaro) della seconda, non le disturba ad alta voce spezzando il momento e interrompendole. E' troppo presto per sapere cosa stavano dicendo le due, stesso discorso vale per il tipo di legame che le accomuna, eppure nella scena successiva che inquadra il volto della Mara sul sedile posteriore di una macchina, un senso di malinconia fuoriesce dallo schermo proclamando l'allerta.

Per Todd Haynes il cinema è così, questione di gesti, di sguardi, un luogo in cui le parole ci sono, ma possono ingannare, privilegio che al linguaggio del corpo, invece, non è concesso. Per farsi travolgere da "Carol" allora non basta stare a sentire, o seguire la trama, ma bisogna soprattutto mettersi a guardare: guardare dietro la maschera di cortesia di Cate Blanchett, accorgersi del suo falso benessere, del movimento dei suoi occhi, capire che la freddezza nel volto della cassiera Rooney Mara è conseguenza della sua scelta di non dire mai no a nessuno, facendosi guidare dalla paura e sotterrando la speranza in fondo al cuore. Di queste sfumature "Carol" ne fa la sua potenza narrativa, la sua esplosione di emozioni e sentimento, che trattiene, in concomitanza con le sue protagoniste, per poi andarle a sprigionare seguendo il filo della loro tensione e colpendo duro allo stomaco dello spettatore. La New York degli anni cinquanta diventa perciò un teatro dai colori tiepidi e dal clima freddo, il posto in cui la relazione torbida, nata per caso, tra una donna in crisi con la sua sessualità e il marito e la giovinezza di una ragazza confusa, incapace di ascoltare sé stessa e i suoi bisogni, prende vita, andandosi a scontrare con le chiacchiere, le integrità, i tormenti di una società dove a contare cominciano ad essere l'apparenza e il giudizio.

Ma Haynes, come noi, di inseguire nuovamente gli stessi concetti non ne sente il bisogno, lui è attratto a pieno regime dalle sue donne, dai loro corpi, i loro istinti, dalla passione che entrambe sentono l'una per l'altra e che trattengono oltremisura (prima di cedere e abbandonarsi ad essa in una delle scene più affascinanti della pellicola). Fosse per il regista, dunque, la camera non si staccherebbe mai da loro, le seguirebbe in eterno, fiero di quella presa di coscienza che entrambe decidono di permettersi a vicenda per il rispetto della propria persona e felicità. Ma da rispettare tuttavia, in "Carol" non c'è solo l'amore lesbo tra la coppia straordinaria formata dalla Mara e dalla Blanchett, c'è anche la narrazione, una narrazione misurata, equilibrata, che ha lo scopo di accumulare e di caricarsi per poi spalancarsi repentinamente per mezzo di capovolgimenti di fronte ponderati e azzeccati. Doveri e piaceri, insomma, gli stessi che oltre a dover essere compiuti dal regista, in qualche modo - senza svelare troppo - tornano a farsi rispettare negli argomenti e nei ritmi della sceneggiatura melodrammatica e magistrale scritta da Phyllis Nagy, ispirata al romanzo omonimo di Patricia Highsmith.

Sfruttando l'esperienza incomparabile di cui è padrone, Haynes riesce ad unire quindi armoniosamente sia l'estetica che la struttura del suo racconto, attribuendogli quell'anima e quell'atmosfera che seppur non serve a farlo salire in cima al genere che rappresenta, lo aiuta ad essere unico e inconfondibile.
Una volta tornati a quel ristorante, quindi - in cui assistiamo alla stessa scena d'apertura da un'altra prospettiva - ogni cosa è al suo posto e ben definita, o quanto basta almeno per andare oltre lo sguardo malinconico di quella macchina e cadere in un risvolto romantico, da brividi e lacrime agli occhi.

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mercoledì 21 ottobre 2015

Eva No Duerme - La Recensione

C'è un Gael Garcia Bernal che pare evaso da "Sin City" a fare la voce narrante di "Eva No Duerme", a inaugurare il racconto con un primo piano in bianco e nero, che poi assume un colore sbiadito e una cattiveria da sfogare, tuonante in pianta stabile, fino alle battute conclusive di quella che è la quarta opera del regista e sceneggiatore argentino Pablo Agüero.

L'obiettivo è raccontare il simbolo di Evita Perón documentando la Storia mai menzionata della sua salma, giudicata dai militari, in patria - dopo la caduta del marito Juan Domingo Perón - un pericoloso spunto di ribellione e d'ispirazione per il popolo e quindi da far sparire in silenzio come infine fecero, nel 1955, trasportandola fino in Vaticano sotto falso nome per poi farla rientrare in Argentina circa venti anni dopo, seppellendola sotto una colata di cemento per ribadire ancora quel messaggio di repressione e soffocamento a chiunque iniziasse a sperare di nuovo. La verità tuttavia è che lo spirito di Eva - così veniva chiamata - dall'Argentina non se ne è mai andato, anzi, ha proseguito ad influenzare le menti e a scatenare il coraggio di coloro che in lei vedevano l'immagine della salvezza e dell'uguaglianza, principi che lei stessa aveva costantemente promosso e con cui si era fatta amare e sostenere dal quella classe operaia che non demordeva affatto. Nei tre capitoli in cui "Eva No Duerme" viene diviso - e a cui partecipano brevi video di repertorio che ogni tanto fanno capolino - tale forza misteriosa traspare, manifestando la sua energia e scatenando il movimento: che se per lo spaccato dell'imbalsamatore si limita alla cura dei dettagli per realizzare una salma impeccabile, degna del nome che porta, per i successivi altri due, il trasportatore e il dittatore, quell'emblema diventa motivo di lotta e, di conseguenza, anche di sangue.

Eva non dorme, insomma, è ancora sveglia.
Con i suoi ultimi trentatré anni, che immediatamente fanno pensare a Cristo, incoraggia gli uomini a vendicare le ingiustizie e ad andarsi a prendere ciò che gli spetta di diritto. Fa sentire a chi ne ha bisogno che lei è sempre li, a credere in loro, nella loro vittoria che prima o poi, non importa quando, arriverà. Per Agüero questo equivale a qualcosa di magico, qualcosa da esprimere in una forma anticonvenzionale, in linea con quella stessa percezione surreale, e così da al suo lavoro un tocco spaesante, chiaro e disorganico, in cui di spiegare troppo la Storia non ce n'è bisogno perché ad essere cristallino deve essere unicamente il messaggio.
Missione che porta sicuramente a compimento, con una chiusura da film horror che resta scolpita in testa e che suona un po' come una minaccia per chiunque non avesse ben chiaro il desiderio di libertà di un popolo che non solo ha saputo lottare per andare incontro a ciò che desiderava, ma che sarebbe pronto a rifarlo ogni qual volta ce ne fosse bisogno.

Centrare il messaggio però non è sinonimo di centrare un film. "Eva No Duerme" evidenzia del cinema buono, a volte ottimo, ma non osa quanto dovrebbe in quell'anarchia di cui si fa portatrice, ma che poi non galoppa fregandosene della misura e del resto.
L'evasione sincityana di Bernal dell'inizio allora poteva essere uno spunto anziché una suggestione, di quelli da trattare con le pinze, forse, ma da non sottovalutare affatto.

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The End Of The Tour: Un Viaggio Con David Foster Wallace - La Recensione

Il tour è quello che lo scrittore David Foster Wallace stava svolgendo nel 1996, per la promozione di "Infinite Jest", libro migliore della sua carriera che lo consacrò definitivamente alla critica e ai lettori come giovane autore sbalorditivo. Quella fine, invece, è l'entrata in scena dello scrittore e giornalista di Rolling Stones, David Lipsky, martellato dalla voglia di intervistare Wallace durante le ultime tappe della sua promozione, per capire che uomo ci fosse dietro quel talento con cui veniva ripetutamente paragonato ad Hemingway o ad altri miti della storia letteraria.

Il loro incontro però fu qualcosa di più rispetto alla solita conversazione tra giornalista e intervistato, fu un testa a testa sfiancante, una lotta psicologica di punti di vista, aspettative e ragionamenti irrazionali così come filosofici, che portò i due ad andare oltre il rapporto professionale, condividendo un pezzo di essenza e di quelle contraddizioni che sono parte dell'esistenza. Lipsky in Wallace vedeva il suo obiettivo da raggiungere, ciò che lui non riusciva ad agguantare come scrittore, e non mandava giù che la persona in cui voleva specchiarsi avesse un atteggiamento dimesso, prudente e controllato, da ricalcare l'antitesi dello scrittore di successo partorita in ogni immaginazione. Come un pugile che studia l'avversario l'approccio del giornalista nei confronti della star è quello allora di chi tenta di studiarne le mosse, di intravederne i punti deboli, i dettagli di una smorfia o di un gesto utile a smascherarne l'ego e l'arroganza, due caratteristiche che però non sembrano trasparire dalla stazza e dalla faccia di un uomo che non ha problemi ad aprirsi e ad ammettere le sue sofferenze e le sue fragilità. Non mente Wallace, non lo fa mai, quando non ha voglia di esaminare un argomento lo comunica timidamente, oppure lo fa in modo che la controparte intuisca, facendo la cortesia di glissare. E' sincero nel confidarsi al registratore del suo collega, racconta sé stesso e il percorso che lo ha portato al successo con la normalità di chi non ha cercato nulla, ma ha solamente lasciato che le cose accadessero, punto.

Ammette di essere felice di apparire sulla rivista Rolling Stones, ma subito dopo, aggiunge, di non voler dare l'impressione che abbia fatto di tutto per finirci sopra. Più o meno sono queste le parole pronunciate dalla sua versione interpretata da Jason Segel, in una fase fondamentale di "The End Of The Tour: Un Viaggio Con David Foster Wallace". La preoccupazione di chi non vuole assolutamente mandare alla gente il messaggio di stare comodo in quella piscina di successo che non ha chiesto di costruire e nella quale nuota con immensa riflessione e tensione. Un messaggio di normalità che scatena la rabbia nel Lipsky di Jesse Eisenberg, sempre più convinto che la visione di non celebrare quella fama che lui rincorre, sia una messa in scena con cui lo scrittore si prende gioco di lui come degli altri, dall'alto della sua sdoganata intelligenza e superiorità mentale, indiscussa, almeno lei, dai lavori pubblicati e apprezzati.
Provoca lo stesso effetto di un inondazione destabilizzante la pellicola di James Ponsoldt, composta da dialoghi, emozioni e insicurezze di una continua diffida e sfida, nella quale i due protagonisti fanno a spadate con la lingua mentre, nel frattempo, senza rendersene conto discutono della vita, delle sue digressioni, dei suoi deragliamenti, delle vittorie e delle sconfitte (non solo loro). Pensano di allontanarsi e finiscono per fare l'esatto contrario, non raggiungendo il livello di un'amicizia da celebrare in un abbraccio, ma rendendosi conto della presenza di quel legame intimo e personale, da conservare nella memoria del cuore per non dimenticare.

Entrare in contatto con leggende che nascono una volta ogni cento anni, del resto, non capita tutti giorni. Come non capita tutti i giorni nemmeno di riuscire a parlare sinceramente e profondamente di temi così delicati come quelli che tormentavano Wallace e, insieme a lui, l'intera umanità. E nel discorso con cui Lipsky interviene, dando l'ultimo saluto al suo ex compagno di viaggio - venuto a mancare, otto anni dopo - c'è tutta la consapevolezza di chi quel tesoro perduto aveva, infine, imparato a stimarlo e ad essergli grato.

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martedì 20 ottobre 2015

Inglorious Cinephiles a NewsCinema ON AIR - I Film Al Cinema dal 15° Ottobre


Torna l'appuntamento di NewsCinema ON AIR sulle uscite settimanali. Questa settimana "Suburra", "Lo Stagista Inaspettato", "Woman In Gold" e "The Lobster". Ne parliamo sempre io, Giordano Caputo, con gli amici e colleghi Letizia Rogolino, Carlo Andriani e Stefano Lo Verme.
Buona Visione!

I Film Dell'15 Ottobre 2015:

Star Wars: Il Risveglio Della Forza - Trailer Italiano Ufficiale


Giornata calda oggi per i fan di Star Wars, che si sono visti rilasciare a sorpresa il primo trailer italiano del capitolo sette "Star Wars: Il Risveglio Della Forza". Il 16 Dicembre è ancora lontano, ma da questo momento non lo è come quella galassia che lontana lo era il doppio, quella di cui sentiremo parlare nuovamente a breve, anzi a brevissimo.

Trailer Italiano Ufficiale:

Hitchcock Truffaut - La Recensione

Il fatto che "Hitchcock Truffaut" sia un documentario tratto da da un'opera letteraria basterebbe a far capire quanto maestosa e fondamentale questa opera letteraria possa essere. Gli otto giorni passati da François Truffaut nella stanzetta personale di Alfred Hitchcock, ad Hollywood, sono un manuale fondamentale sia per i cinefili più agguerriti che per chiunque abbia avuto o abbia voglia di fare (e capire) il cinema. Un trattato approfondito, ricco, in cui il Maestro del Brivido si apre al regista francese (e al mondo) come forse mai aveva mai osato fare prima, raccontando la sua Storia personale di uomo e di cineasta.

Un po' confuse allora erano le intenzioni del regista Kent Jones, il quale con la sua trasposizione del libro/manuale sul grande schermo non lasciava intendere chiaramente se avesse lo scopo di rendere fruibili quelle informazioni su larga scala oppure se volesse farne tutt'altro uso. Ma con il libro il suo documentario, sebbene sia indissolubilmente legato, ha ben poco in comune (e per fortuna), orientandosi principalmente sulla figura di Hitch (come lo chiama Truffaut) e sul dilemma che per una vita lo ha tenuto in bilico tra chi lo considerava un leggero intrattenitore e chi, invece un artista, dilemma, neanche a dirlo, che il suo intervistatore voleva risolvere. Che la risposta a questa domanda, adesso, sembri più semplice del previsto è normale, e forse il merito va attribuito anche al lavoro e alle questioni che Truffaut insisteva a sollevare, sottolineando come, solo in America, le persone erano ancora indecise su quale tipo di definizione concedere a Hitchcock (in Francia era già un Maestro). Ci avessero parlato quelle persone con il regista di "Psyco" e "Vertigo", probabilmente ci avrebbero messo di meno per convincersi, avrebbero capito in uno schiocco di dita quanta arte ci fosse in quella testa e quanto nulla fosse lasciato al caso in un cinema che proprio agli spettatori era rivolto e proprio con loro voleva giocare e scherzare.

Ma si sa, il cinema è così, la critica è così, ci vuole poco per essere messi al rogo o per essere stroncati ancora prima di aver esercitato in pieno il talento a disposizione. All'epoca di Hitchcock i mesi erano tre (oggi molto meno) e se in quel lasso di tempo il box office non premiava, non importa chi fossi o cosa avessi da dire, i giochi erano fatti. Ecco come dal dilemma iniziale allora il lavoro di Jones riesce a dilatarsi, ad estendersi, andando a imbastire discussioni più ampie che non risultano, neppure con il tempo, essere giunte a una fase di risoluzione o di chiusura. Semmai peggiorate.
A partecipare, e a dire la loro con interviste montate a intermittenza (ovviamente registrate appositamente per il documentario) registi di enorme spessore, che da Hitchcock ammettono di aver rubato, imparato e capito tutto o buona parte di ciò che sanno del (loro) cinema: Martin Scorsese, David Fincher, Wes Anderson, James Gray, Richard Linklater, Olivier Assayas, Paul Schrader, Kiyoshi Kurosawa e molti altri. Con loro diventa decisamente più limpido il rendersi conto di quanto grande sia stato l'operato compiuto da Hitch, dal suo sguardo e dalla sua filmografia, che Truffaut tenta di riassumere come perennemente mossa da dilemmi morali e da quel peccato originale da cui tutto potrebbe avere avuto inizio: un'analisi che non ci mette molto per essere avallata dal diretto interessato che aggiunge persino di invidiare, un poco, il suo intervistatore per non aver osato abbastanza nella sua carriera (mentre Truffaut, ogni tanto, in scena amava improvvisare).

Sicuramente di dilemmi al termine di "Hitchcock Truffaut" ce ne sono pochi, a dispetto delle certezze che, al contrario, tornano a galla e stimolano l'amore, l'attrazione e la passione verso due cineasti immensi, che una volta incontrati e condiviso il loro sentimento per il cinema hanno iniziato a stimarsi a vicenda e a non perdersi più di vista. Come quell'eredità che ci hanno lasciato, che oltre a non smettere di essere attuale ed incredibile, seguita a fare innamorare, di generazione in generazione, chiunque, eternamente.

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Lo Chiamavano Jeeg Robot - La Recensione

Io n'so' amico de nessuno! 
Una risposta che un essere umano non dovrebbe mai neppure pensare, ma che Enzo Ceccotti ripete come fosse una filosofia da inseguire e da non intaccare. A intaccare lui però ci pensa il suo stile di vita, quella criminalità con cui racimola denaro e che un giorno, per fuggire dalle guardie che lo inseguono per le strade di Roma, lo costringe ad immergersi nel Tevere, dove entra in contatto con un barile aperto, contenente materiale pericoloso, che nel suo corpo provoca una mutazione, concedendogli una forza fuori dal normale.

Da un grande potere derivano grandi responsabilità, lo diceva anche lo "Spider-Man" di Sam Raimi e in qualche modo cerca di farglielo capire a Claudio Santamaria anche Alessia, la ragazza "scocciata di testa", in fissa con i cartoni di Jeeg Robot D'Acciaio, di cui con fatica deve prendersi cura dopo un lavoro finito male con padre di lei: rimasto ucciso nella sparatoria in cui lui, colpito alla spalla, è caduto dal nono piano di un palazzo, iniziando a prendere coscienza del suo nuovo, sviluppato potere. Perché l'opera prima di Gabriele Mainetti, che ci si creda oppure no, è una pellicola che ha l'ambizione di seguire le orme dei migliori lavori americani dedicati ai super-eroi, quelli in continua espansione, quelli che stanno invadendo l'industria cinematografica mondiale, spesso logorandola. "Lo Chiamavano Jeeg Robot" però di logorare non ha alcuna intenzione, anzi, e con la sua ventata di aria fresca fa a pezzi in due secondi la minaccia cattiva di quel cinema italiano riciclato e scontato, tenendo testa, e assestando persino qualche colpo devastante e folgorante, a quella fonte più ricca e gigantesca a cui chiaramente fa riferimento e prende spunto.

Senza costringere Roma e la sua civiltà a mutare in carattere fumettistico, Mainetti fa in modo che siano i suoi personaggi e le piccole sfumature ad adattarsi alla realtà dell'ambiente e a portare al suo interno quel grado di assurdo e di speciale con cui andare a nutrire la sua immaginazione e il suo lavoro. Presenta perciò una capitale vittima di attentati, fedele alla sua conformazione, ma cupa e in tensione per quelle paranoie che hanno sfondato la porta e che minacciano adesso di peggiorare rinforzando il tiro. Eventi che il Joker leggermente più sobrio e a tinte pop di Luca Marinelli, vede come astuzie programmate da alcune bande nazionali per assumere il potere, lo stesso che lui è convinto di potersi guadagnare con un colpo grosso che, magari, potrebbe essere far esplodere lo Stadio Olimpico durante il derby Roma-Lazio (li si, dice, che tutti quanti ti darebbero ascolto).

In questo caos che farebbe pensare a dei risvolti da "Il Cavaliere Oscuro" l'Enzo Ceccotti di Santamaria, non medita minimamente di intervenire, scassinando bancomat e furgoni portavalori e urlando contro la povera Alessia (di cui si innamora) che non vuole saperne di dare spago a quella sua ossessione di assumere i panni di Hiroshi Shiba, l'eroe di quei dvd che la donna porta costantemente al suo fianco. Di lui, tuttavia, questa città ha bisogno - come pure il paese - e se non ci riesce con le buone la Roma Criminale di "Lo Chiamavano Jeeg Robot" a prendersi ciò di cui necessita, non ha problemi ad usare le cattive: accaparrandosi il suo eletto con la forza, rovesciando i suoi principi e alterandolo in l'amico de tutti, quel simbolo che per una città sempre più simile a Gotham City è indispensabile oggi come non mai.

Cuce così uno scontro tra (anti)eroe e villain alla stregua dei migliori cine-comics sulla piazza, Mainetti, con dei picchi altissimi in cui la sua pellicola si illumina per ironia, brillantezza e grandissima voglia di stupire e convincere. In questo modo dimostra non solo di essere (giovane) autore con qualcosa da dire e con del talento da tenere d'occhio, ma soprattutto, a tutti i più scettici, che per fare un cinema di qualità, in Italia, non serve affatto né un grosso budget e né altro. Basta solo un pizzico di volontà e di sostegno.

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lunedì 19 ottobre 2015

The Walk - La Recensione

La folle impresa di Philippe Petit, il funambolo che ha percorso avanti e indietro la distanza che separava le Torri Gemelle, camminando sospeso a oltre quattrocento metri di altezza su di un cavo metallico, ci era stata mostrata, qualche anno fa, in via piuttosto dettagliata, nel documentario, premio Oscar, di James Marsh: "Man On Wire: Un Uomo Tra Le Torri". Così, quando Robert Zemeckis ha deciso, sette anni dopo, di riproporre la medesima storia, realizzando però un film di finzione tutti quanti ci siamo chiesti cosa avesse da aggiungere e perché.

In realtà "The Walk" - ora possiamo dirlo - da approfondire ha ben poco se non nulla, tolta la parentesi antecedente a quella storica operazione, tuttavia sorvolabile e nemmeno così essenziale. La pellicola di Zemeckis altro non è, infatti, che una possibilità differente di usufruire dello stesso racconto, in una formula meglio vestita e pettinata, nella quale concedersi persino qualche licenza poetica per rendere il risultato finale più patinato e laccato. Del carattere e della personalità di Petit, così come delle ossessioni e delle sue ambizioni, se ne poteva intuire già il carico assistendo alla preparazione del piano che lo aveva portato - aiutato dai suoi complici - ad eludere la sicurezza dei due palazzi, in cui voleva fare irruzione (punto di partenza di "Man On Wire: Un Uomo Tra Le Torri"). L'intero lavoro affidato a Joseph Gordon-Levitt, di costruirgli attorno un background, è perciò solamente un surplus e un rimarcare di quel che per certi versi poteva essere abbastanza chiaro e afferrabile. Tuttavia queste considerazioni Zemeckis le aveva colte in anticipo e per cui, sapendo di dover compiere una missione futile, ma spettacolare, decide di arricchire il suo show chiedendo al protagonista di mettersi in mostra come narratore attivo e di parlare a tu per tu con gli spettatori come fossero dei suoi amici (oltre che utilizzando la magia del 3D per le altezze).

Cammina sul filo, insomma, "The Walk, rubando il mestiere al suo protagonista, si pone in bilico sulla corda che lo muove alternativamente tra il puro intrattenimento e la ricostruzione di un evento incredibile, un evento di cui i principali paesi, notiziari e giornali non hanno esitato troppo a discutere e celebrare. Pur non arrivando a guadagnarsi gli applausi e lo stupore generale se la cava quindi Zemeckis, che casca in piedi, come si dice in questi casi, azzardando persino un tributo (che è un commiato) a quelle due Torri che (in)volontariamente riportano alla memoria la famosissima tragedia che accadrà, poi, qualche decennio più tardi (Petit ha agito nel 1974). Nelle parole finali di Petit, allora - che ci comunica di aver ricevuto il permesso, da chi di dovere, per tornare sul tetto del misfatto, non temporaneamente, come capita ai comuni mortali, ma per sempre - la pellicola sembra proprio volersi spostare per andare a collegarsi con un filo invisibile esattamente a quel vuoto, quello che ancora oggi, gli americani, non hanno capito né come colmare e né come archiviare (ammesso sia possibile).

Si chiude così quindi "The Walk" con un istantanea larghissima su quelle due Torri che il finto Petit guarda dalla Statua Della Libertà con ammirazione e gloria, mentre la luce di un tramonto piano, piano oscura i contorni dell'immagine lasciando che a rimanere visibili, per un secondo, siano solo loro.
Sentire un brivido percorrere il centro della nostra schiena in quel caso è normalissimo, più normale addirittura di quello che, magari, può aver provocato Petit mentre si inginocchiava a mezz'aria, immerso nel cielo con New York sotto i piedi.

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domenica 18 ottobre 2015

Freeheld: Amore, Giustizia, Uguaglianza - La Recensione

Storie come quelle di “Freeheld: Amore, Giustizia, Uguaglianza” raramente tendono ad andare fuori dal loro obiettivo, vuoi perché sono vere, vuoi perché sono importanti, vuoi perché costruite a puntino e ottimamente interpretate.

La lotta intrapresa dalla malata di cancro Laurel Hester contro i funzionari della contea del New Jersey che, nel 2005, non volevano concedergli il diritto di lasciare la sua pensione alla compagna Stacie Andree, solo perché la coppia era unita da una relazione omosessuale, è del resto un argomento delicatissimo e sensibile, che trattato al cinema come ha deciso di fare il regista Peter Sollett, altro non può risultare, se non un documento d’informazione e di interesse.
In certi contesti, insomma, la forma è destinata a passare in secondo piano, privilegiando il racconto, la sua forza e i dibattiti morali che ne conseguono, annullando praticamente ogni altra discussione superficiale e/o tecnica solitamente alla base di una pellicola cinematografica. Quel tipo di discussione, a noi, però, piace intavolarla ugualmente. E allora diciamo che nella parte più profonda del suo lavoro “Freeheld: Amore, Giustizia, Uguaglianza” non fa una piega, espone i fatti di cronaca in linea retta, schivando qualsiasi genere di sbavatura e strappando persino qualche risata con Steve Carell e il suo splendido personaggio attivista implacabile. Dove invece Sollett poteva fare decisamente qualcosa di più, anziché allestire un lenzuolo di accompagnamento piuttosto blando, è nella fase di incontro e di unione tra Julianne Moore ed Ellen Page (bravissime entrambe, ma meglio la seconda), probabilmente quella in cui la finzione gli concedeva se non mano libera totale, sicuramente meno paletti a cui sottostare.

C’è uno dislivello notevole tra i due pezzi che spaccano “Freeheld: Amore, Giustizia, Uguaglianza” praticamente a metà, un dislivello che mostra evidenti incertezze di sceneggiatura e che impedisce all’emotività di sbloccarsi per correre fin dentro alla pancia dello spettatore. Nella storia d’amore tra le due donne infatti a mancare è la drammatizzazione, quella punta romanzesca o quella scena esaustiva, che solitamente è utile costruire per cospargere di verità e passione un racconto dichiaratamente programmato a sfociare nel dolore e nella lacrima facile. Paradossalmente Sollet riesce a intercettare tale guizzo nel rapporto tra il personaggio della Moore e il suo partner di polizia Michael Shannon - inizialmente innamorato di lei - mentre invece lo manca clamorosamente in pieno proprio laddove sarebbe dovuto essere necessario e fondamentale. Il problema del regista, forse, è quello di aver scelto di affidarsi un po' troppo al pilota automatico, interessandosi poco dei preamboli e non vedendo l'ora di atterrare nella fase più solida che sapeva di avere in mano. Non a caso, quando il comando passa alla questione etica, alla lotta, alla questione maggiormente ostica da affrontare, la sua pellicola subisce immediatamente un’accelerata, quella folata di ritmo e di partecipazione fino a un momento prima insperata.

Per cui è innegabile, "Freeheld: Amore, Giustizia, Uguaglianza" è un buon film, soprattutto per ciò che rappresenta e per quello che vuole dire, ma è innegabile, allo stesso tempo, che l'operato di Sollet non è esente da errori e mancanze che avrebbero potuto, se curate, rendere la sua pellicola senza dubbio più potente e ferma nella nostra mente.
Capace di strappare una lacrima non solo nei titoli di coda attraverso le foto, reali, dei protagonisti.

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Mistress America - La Recensione

Dire che “Mistress America” sia il cugino, o meglio ancora, il fratellastro di “Frances Ha” non sarebbe un’affermazione poi così distante dalla realtà. I due lavori sono gli unici della filmografia di Noah Baumbach a contenere la presenza in sceneggiatura della sua musa e compagna di vita Greta Gerwig (presente comunque anche davanti alla camera), che dal canto suo rimane assai utile al regista per fornire in prima persona, con gli occhi di chi c’è dentro fino al collo, quei tratti somatici di una generazione disastrata, in crisi ed esagitata.

Ci sono chiaramente delle nette differenze a dividere le due pellicole, la più evidente è la scelta, stavolta, di rinunciare a quel bianco e nero elegante, per un colore che, oltre ad accendere le immagini, vuole rappresentare un cambio di tono, propenso alla commedia e alla risata grottesca. Già, in “Mistress America” si ride molto infatti, ma se nella maggior parte dei casi la risata è preparata e liberatoria, in altri è ricoperta di amaro, quell’amaro contenuto nelle vite di ognuno dei personaggi - poco importa se ventenni o trentenni - e che Baumbach, ha ancora voglia di raccontare attraverso differenti sfumature e punti di vista. C’è un miscuglio di generazioni a darsi il cambio sulla scena, a manifestare gli squilibri e le nevrosi che, leste, spostano priorità e scelte confondendo le idee e scaraventando fuori strada. Dai ragazzi ventenni, incerti sul loro futuro a quei trentenni che, magari, il loro futuro l’hanno scelto, ma non è così corretto e oculato come teoricamente dovrebbe essere. E poi i più grandi, i genitori di quei ragazzi, anche loro con il dilemma di quali pesci conviene prendere e quali no, che si catapultano in decisioni affrettate, da rinegoziare in extremis, per limitare ulteriori danni ed errori.

Indirettamente è colpa dei genitori allora se Tracy - ragazza al college, aspirante scrittrice, con un solo amico al suo fianco - finisce sulla strada di Brooke, sua futura sorellastra per via del matrimonio che legherà, rispettivamente, la madre della prima con il padre della seconda. E’ colpa loro se quella solitudine incolmabile che Tracy sentiva a New York, repentinamente viene spazzata via dalla popolarità e dall’attitudine di Brooke, nel farsi risucchiare da quel mondo di feste, contatti, idee e progetti, dove ogni giorno è da vivere al massimo, come fosse l’ultimo. In lei, la ragazza, trova la figura che cercava e da cui prendere ispirazione, e non tanto per sé stessa, quanto per quel mestiere di scrittrice che fatica a mettere a fuoco e a far diventare cosa seria.
Ma Baumbach però vuole diversificare, vuole fare di “Mistress America” un opera relativamente pessimista, ma con un parziale gancio fantasioso che va a sposarsi al romanticismo. E di quel personaggio tendenzialmente negativo, che trascina Tracy in un caos grottesco ed assurdo, decide di farne, dunque, una sorta guru dai poteri involontariamente illuminanti: qualcuno incapace di curare l'infelicità propria, ma bravissimo a mettere sulla strada corretta coloro che ne entrano in contatto.

Con questo colpo di classe “Mistress America” confonde le acque, coprendosi di una maschera a tinte più allegre rispetto a quelle che, furbescamente, finge di nascondere sotto pelle. Ma un rutilante finale non basta a nascondere quelle evidenti lacune che sia Baumbach che la Gerwing sanno benissimo andare oltre i loro personaggi, affliggendo, se non tutti, almeno buona parte di noi.

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sabato 17 ottobre 2015

The Whispering Star - La Recensione

Passa il tempo, ma è come se non passasse. Passano gli anni, ma ogni cosa resta immutata. Siamo nel futuro distopico ipotizzato da Sono Sion, quello dove la razza umana è in estinzione, e l'80% degli abitanti sono dei robot che, a loro modo, vivono il pianeta tentando di comprenderlo per comprendere anche noi.

C'è pure chi, però, dal pianeta ha deciso di elevarsi, chi vuole procedere a svolgere il mestiere del robot all'antica, servendo quindi la razza umana, magari consegnando pacchi da un pianeta all'altro in una navicella spaziale a forma di casa. Il servizio è pessimo, ogni pacco arriva a destinazione a distanza di anni, eppure è proprio questo che i clienti chiedono a Machine ID 722, la donna delle consegne, che nel frattempo prova a spiegarsi come mai, con il teletrasporto a disposizione, le persone preferiscano aspettare attese lunghissime per ricevere ciò che desiderano e di cui necessitano. La risposta ipotizzata è che, stanchi dell'istantaneità, il brivido dell'aspettare, del "non immediato", abbia ricominciato a scaldare nuovamente il cuore dei pochi rimasti in terra, ma per un robot - generazione a prescindere - queste possono essere solo supposizioni mai verificabili per davvero. Tuttavia in "The Whispering Star" niente è come sembra, i robot appaiono umani: hanno bisogno di un tè, di una sigaretta, di starnutire, di scorazzare in bicicletta. Gli umani però non appaiono robot, anzi, danno l'idea di essere tornati in una condizione migliore, alla ricerca del contatto fisico, dell'aria aperta, delle piccole cose, in risposta, probabilmente, ad una estinzione cominciata e perpetuata proprio per via di un processo che aveva contribuito a separarli dalla loro natura.

Espone il suo racconto in bianco e nero, Sono Sion, con un ritmo e una staticità d'immagine che aiuta ad entrare in connessione con quel tempo che scorre, ma sempre uguale a sé stesso: come può esserlo il rubinetto dell'acqua della navicella - a cui dedica l'apertura - che continua a perdere giorno, dopo giorno, inarrestabile. Traspare un'atmosfera di solitudine nella sua fantascientifica rappresentazione, una solitudine che è sia dei robot che degli umani, di un universo svuotato, che non smette di esistere, e di chi lo abita, disposto a tenere incastrata una lattina di plastica sotto la scarpa pur di sentire ancora un rumore, un suono o qualsiasi cosa che possa aiutarlo ad avere un briciolo di compagnia.
Questo almeno fino a quando "The Whispering Star" non decide di stringere il campo e di giungere alla sua cesura, portando Machine ID 722 nell'ultimo pianeta abitato esclusivamente da umani, in un accampamento artificiale, dove vige la raccomandazione di non superare la soglia del rumore oltre i 30 decibel. Durante i passi che portano la donna a destinazione, presso la famiglia a cui effettuare la consegna, ci rendiamo conto di come in quel luogo - se vogliamo sacro - le persone abbiano ricominciato a condividere e a restituire importanza a ciò che in precedenza sembrava aver assunto un ruolo superficiale o sotteso, mutando, così, all'improvviso, quella solitudine di fondo in un segnale di speranza e di malinconia.

Ed è con la malinconia che Sono Sion sceglie di rimandare Machine ID 722 nello spazio, nella sua navicella vuota, stracolma di pacchi da recapitare a chissà chi e con accanto il solo computer di bordo che ogni tanto si lascia andare a qualche frase o richiesta. Li dentro, nel silenzio più fondo, la lacrima di un robot viene giù spontaneamente, come ad imprimere il segnale dell'ennesimo mutamento che si avvicina.

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Room - La Recensione

Svelare il motivo per cui il piccolo Jack, fin dalla nascita, è cresciuto all'interno di una stanza strettissima, in compagnia di una madre disperata, che non vuole fare altro che proteggerlo, facendogli vivere un infanzia, per quanto possibile normale, giustificando le immagini della televisione che guardano come frutto di una magia, sarebbe un torto che non ci sentiamo in dovere di fare. Conoscere il primo colpo di scena di "Room", tra l'altro, non è neanche così necessario - perlomeno non in anticipo - considerando che la sua portata massima non risiede tanto nell'ottima costruzione narrativa, quanto nelle emozioni e nei sentimenti che è in grado di stimolare.

E' una pellicola viscerale, infatti, quella diretta da Lenny Abrahamson, una pellicola in cui tutto si fa relativo e secondario in confronto alla forza e all'amore del rapporto madre-figlio posto al centro. C'è qualcosa di terribile accaduto nelle loro vite, qualcosa che li ha costretti nella condizione brutale di cui sopra e che, una volta messa alle spalle, lascia su di loro degli effetti collaterali inevitabilmente da gestire e da curare. C'è da (ri)prendere contatto con l'esterno, per esempio, con quello spazio infinito che se in un primo momento poteva significare liberazione e felicità, in un secondo diventa sinonimo di paura e di angoscia. Uno shock in cui si deve passare attraverso o sopperire, complicato in modo diverso per entrambi e, a caldo, assai meno rassicurante di quella Stanza che comunque aveva rappresentato per loro gli attimi di gioia e di felicità più recenti. Bisogna affrontare il passato e il presente, insomma, prima di rimboccarsi le maniche ed andare incontro al futuro, bisogna riscrivere ogni regola, imparare da capo ciò che si credeva di sapere ed essere pronti a ciò che invece nemmeno si pensava di dovere affrontare.

L'unico modo per superare queste difficoltà, secondo "Room", è aggrappandosi l'uno all'altro in modo diverso, cominciare a muoversi in quei spazi, ora a disposizione, e provare a fidarsi del prossimo pur senza perdere mai di vista quel punto di riferimento fondamentale per la nostra vita. Riesce ad essere sensibile nella maniera più moderata Abrahmson, in questo frangente, a raccontare il parziale distacco di un rapporto, per certi versi necessario, col giusto tatto, scatenando lacrime di commozione a più riprese quando a rendersi conto dei problemi di una madre non ancora riabilitata alla normalità quotidiana, ci sono le parole di un bambino fresco, fresco di sapere e di esperienza. Bastone e carota quindi, per il regista, che con la sua pellicola si permette il lusso di non far accomodare mai lo spettatore in un brodo di giuggiole e di rimetterlo in agitazione con durezza quando la situazione lo richiede e la trama accenna alla costanza, provocando così' un ritmo convulso e mai rilassante capace di esaltare la sensibilità e la tensione.

Sa il fatto suo, dunque, Abrahmson, non c'è che dire: sa come non essere pedante e allo stesso tempo come non diventare né retorico e né smielato. La sua pellicola rasenta quasi la perfezione assoluta, raccontando una storia originale e splendida (tratta dal romanzo di Emma Donoghue, la quale è anche sceneggiatrice) che non smette mai di convincere e di appassionare - fazzoletto alla mano - chi la sta guardando.

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venerdì 16 ottobre 2015

The Wolfpack: Il Branco - La Recensione

Costretti in casa per una vita intera: questo era il destino previsto per i fratelli Angulo. Non perché qualche disgrazia gli impedisse di fare altrimenti, ma perché il loro padre-padrone, un giorno, ha deciso che il mondo li fuori fosse troppo incivile e pericoloso per i suoi figli. Li avrebbe voluti veder crescere in campagna lui, i suoi bambini (c'è anche una sorella, ma sullo sfondo), correre tra i prati, spensierati e felici, lontano, insomma, dal caos e dall'imprevedibilità di Manhattan e delle sue strade. E infatti, loro, Manhattan, pur vivendoci, hanno imparato a vederla, al massimo, in finestra, o, più da vicino, in quella quantità enorme di film che assimilavano a più non posso e poi si divertivano a rimettere in scena in formato casalingo. Un modo come un altro per non farsi schiacciare dalla noia e dalla solitudine, accarezzando l'allegria, ma senza allontanare quel desiderio di ribellione che, con l'adolescenza, tende ad aumentare la sua smania, andando incontro al proibito e al senso di libertà.

Era questione di tempo, in fondo, prima che uno dei sei fratelli decidesse di rompere le righe e di andare in avanscoperta: mascherato, magari, da Michael Meyers, perché così è più complicato farsi riconoscere e la paura dell'ignoto può esser più gestibile. E' stato questo però il primo passo con cui "The Wolfpack: Il Branco", ha iniziato a formarsi, mancava ancora qualcosa, in realtà, ma che quello squarcio avrebbe portato alla scarcerazione totale dell'intera famiglia era una conseguenza neppure troppo incalcolabile e fisiologica. Il branco appassionato di Tarantino e di Batman alla fine ha ceduto alle sue volontà, sbranando la figura di un padre anarchico, che seppur capo-branco, nessuna resistenza ha tentato (e potuto) verso quella che anche lui, consapevolmente, si aspettava come reazione e risposta al severo comandamento pronunciato. Ciò che, forse, si aspettava meno è che sulla strada dei suoi ragazzi sarebbe capitata la regista Crystal Moselle, la quale ha avuto la fortuna di scontrarsi con loro appena freschi di emancipazione, conoscendoli a fondo prima di proporgli l'idea di raccontare, attraverso un documentario, il loro disagio, il loro approccio (tardivo) alla vita e, perché no, la loro cultura.

La sua pellicola allora è un ripercorrere dei momenti pre-liberatori e post di questi ragazzi: ricca di filmati di repertorio, che mostrano a tutto tondo la loro passione per il cinema, e di interviste in cui ogni membro della famiglia, a turno, descrive la propria condizione, non privo di difficoltà, emozioni e, nel caso dei genitori, di senso di colpa. Lo spazio relativo a tutto ciò che riguarda l'esterno, la sua scoperta e l'esserci finalmente entrati in contatto, sebbene sia il cuore del progetto sembra non essere poi così intrascurabile, così come il discorso legato alle mancate prime volte che i ragazzi erano ansiosi di colmare e smarcare, ridotto a poca cosa e senza alcun genere di approfondimento. Ciò su cui si concentra invece la Moselle sono i dettagli, invece, quelli di una privacy e di una chiusura verso l'esterno violentati dalla sua entrata in scena e dalla sua telecamera indiscreta e invadente. Inizialmente approcciata con un pizzico di disagio nei volti dei protagonisti, la sua presenza viene mano, mano utilizzata come una possibilità per ricucire il tessuto familiare, aprendosi all'obiettivo e parlando di fronte ad esso con massima sincerità e trasparenza (a volte anche involontariamente).

E' una storia assurda e violenta quella che racconta "The Wolfpack: Il Branco", del resto, che mantiene la sua incredulità persino dopo averla vista e ascoltata con in nostri occhi e orecchie. Che esistessero delle realtà che non conosciamo, ne eravamo al corrente, per carità, ma che queste potessero ergersi persino sotto il nostro naso, tuttavia era più difficile da credere e da sostenere. E questa, insieme al ritorno alla vita appassionato della famiglia Angulo, è sicuramente, la scossa più forte che la Moselle riesce a incartare e ad inviare.

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